L’immagine è quella di un’urna che attende, immobile, in cinquemila sezioni sparse per il Paese. Non è la solita chiamata alle armi elettorale; è un silenzioso corpo a corpo con la Carta Costituzionale. Domenica 22 e lunedì 23 marzo, l’Italia si siede al tavolo di una partita che non ammette pareggi, dove il mazzo di carte è stato rimescolato da una riforma che promette di cambiare i connotati all’ordine giudiziario.
A differenza dei referendum abrogativi, qui non c’è l’ansia del quorum: la legge non richiede una partecipazione minima del 50% più uno degli elettori per rendere valida la consultazione. Si tratta di un referendum confermativo ex articolo 138, dove il silenzio di chi resta a casa non ha potere di veto. Anche se andasse a votare una sola persona, il suo “Sì” o il suo “No” scriverebbe la storia, rendendo ogni singola scheda un peso determinante per il futuro delle istituzioni.

I tre binari della riforma
Il cuore della contesa batte su tre binari che corrono paralleli verso un orizzonte di rottura rispetto al passato. La separazione delle carriere è il primo, il più rumoroso. Se la riforma dovesse passare, il confine tra chi accusa e chi giudica diventerebbe un muro invalicabile sin dal primo giorno di concorso. Un bivio senza ritorno: o pubblico ministero o giudice. Il cordone ombelicale che oggi permette, seppur con maglie strette, il passaggio da una funzione all’altra verrebbe reciso definitivamente, nel nome di una terzietà del giudice che i sostenitori del “Sì” considerano l’unico argine a un’eccessiva vicinanza culturale tra accusa e giudizio.
Il sorteggio e la fine delle correnti
Il secondo binario smantella l’attuale architettura dell’autogoverno. Il Consiglio Superiore della Magistratura, se dovesse vincere il sì, si sdoppia: non più un unico organo, ma due, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. La vera rivoluzione, però, sta nel metodo di selezione. La riforma introduce il sorteggio per la scelta dei componenti togati, una mossa studiata per disintegrare il potere delle correnti interne alla magistratura. È un salto nel buio controllato, dove il merito e l’appartenenza politica cedono il passo alla casualità statistica, nel tentativo di restituire verginità a un organo spesso accusato di logiche spartitorie.
L’Alta Corte disciplinare e il controllo professionale
L’ultimo tassello del mosaico è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Si tratta di un nuovo organismo, esterno ai due CSM, che avrebbe il compito esclusivo di giudicare i magistrati per gli illeciti professionali. Un tribunale dei magistrati, per i magistrati, ma svincolato dalla gestione delle carriere e dei trasferimenti. Chi contesta la riforma vede in questo organismo un pericolo per l’indipendenza della magistratura, temendo che la composizione mista possa aprire la porta a condizionamenti del potere politico.
Il voto per questo referendum non è una questione tecnica da esperti del diritto. È una scelta di campo sulla natura della democrazia italiana. Si decide se l’assetto immaginato dai padri costituenti nel 1948 sia ancora capace di reggere l’urto della modernità o se, invece, serva una scossa strutturale per riallineare i pesi e i contrappesi tra i poteri dello Stato. Tra chi teme un indebolimento della magistratura e chi sogna una giustizia più equilibrata, la parola passa ora a quel silenzio che precede l’apertura delle urne.
Quando si vota per il referendum sulla giustizia
Seggi aperti domenica 22 marzo, dalle 7 alle 23, e lunedì 23 dalle ore 7 alle 15. Al seggio è necessario presentarsi con la tessera elettorale e un documento di identità validi. Alle 15 inizierà lo spoglio e arriveranno i primi dati degli exit poll.
