Siamo tornati a discutere di Organizzazioni non governative, con chiarezza. Ci voleva il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che, con calma olimpica e maestria tattica, ha sorpreso in contropiede gli amici tedeschi che volevano il rimpatrio dei dublinanti e si sono ritrovati con il boomerang Ong.
I “dublinanti” sono quei migranti entrati in Ue da un Paese di primo approdo (l’Italia) che si spostano altrove (Germania) e lì chiedono asilo; per il Regolamento di Dublino la competenza resta comunque al primo Paese d’ingresso, quindi vanno rimandati indietro. Dal 12 giugno 2026 il nuovo Sistema europeo d’asilo (Seca) fa scattare di nuovo questi rimpatri verso di noi, dopo tre anni di sospensione ottenuta dal governo. Berlino dice che l’accordo bilaterale è scaduto col Seca; Roma sostiene il contrario e blocca i rientri di chi è sbarcato prima del 12 giugno.
Il cortocircuito di Dublino tra calcoli elettorali e marea politica
Da queste righe scritte nel linguaggio caro a Bruxelles, si capisce come la questione delle migrazioni sia, per la Ue, una vicenda burocratica e che si andrà a sbattere tutte le volte che si alza la marea politica. In Germania, poi, ancora brucia l’aperturismo dell’allora cancelliera Angela Merkel, la quale nel 2015 decise di non applicare il regolamento di Dublino ai richiedenti asilo siriani: «Possiamo farcela». Il risultato fu l’arrivo di oltre un milione di persone, in gran parte transitate lungo la rotta balcanica (Grecia-Macedonia del Nord-Serbia-Ungheria/Croazia-Austria). L’anno successivo la Germania spinse per l’accordo Ue-Turchia al fine di chiudere la rotta balcanica in cambio di 6 miliardi di euro a favore di Erdogan. Il quale – specie dopo quel che è accaduto a Ceuta – non avrà problemi ad azionare la leva delle migrazioni per sistemare alcuni conti aperti con l’Europa.
Il cancelliere Friedrich Merz ha riaperto la questione dei dublinanti in vista delle imminenti elezioni in alcuni Länder, uno dei quali è la Sassonia-Anhalt, dove Afd, il 6 settembre, rischia di prendersi il primo governatore. Il 20 settembre tocca invece al Parlamento locale di Berlino: qui la Cdu di Merz è in difficoltà e punta molto sulla stretta contro i migranti irregolari. Insomma, al di là della burocrazia, c’è la politica che, ovviamente, usa i disperati, in un gioco in cui ognuno cerca le chiavi retoriche più convenienti alla propria narrazione.
La contromossa del Viminale e il peso degli sbarchi teutonici
In questo spartito entrano i taxisti del mare, che Piantedosi ha messo sul tavolo delle trattative con una mossa che a Berlino non si aspettavano. Partiamo dai numeri. Dal 2022 il 53% degli sbarchi tramite Ong in Italia fa capo a organizzazioni tedesche (22.513 su 42.338, fonte Viminale), che salgono a 27 mila contando le navi di altre bandiere ma di proprietà tedesca: quattro volte il contributo di quelle italiane e spagnole messe insieme. Ecco perché il dato torna utile all’esecutivo nella trattativa con sui “dublinanti”: volete riaprire la questione? Allora noi chiediamo un “meccanismo di compensazione” per cui voi vi facciate carico di una quota degli sbarchi generati dalle vostre Ong. Altrimenti sono tutti bravi, dalla Germania alla Spagna passando per la Francia (che chiude Ventimiglia). Diciamo che con il governo Meloni siamo lontani dai tempi in cui Renzi apriva i porti e faceva entrare numeri record di migranti.
I fondi del Bundestag e l’asse rosso-verde sulle rotte navali
I bilanci delle Ong teutoniche ci dicono anche un’altra cosa, politicamente molto importante. Nel 2021 Sea-Watch dichiarava 12 milioni di euro di raccolta fondi, e Sos Humanity 1,8 milioni, per il 61% da donatori privati. Tuttavia, negli ultimi anni la componente pubblica è cresciuta: il Bundestag ha stanziato 8 milioni di euro (2024-2026) per la rete United4Rescue, e il governo Scholz aveva già erogato 790 mila euro a Sos Humanity. A ciò si aggiunge un intreccio documentato: il presidente di United4Rescue, Thies Gundlach, è compagno della vicepresidente del Bundestag Katrin Göring-Eckardt (Verdi); la Chiesa evangelica tedesca è tra i principali donatori istituzionali. Insomma la convergenza tra la galassia politica rosso-verde e l’attivismo in mare esiste eccome.
Su questo terreno segnalo anche lo splendido libro realizzato, con Matteo Carnieletto, dall’inviato di guerra Fausto Biloslavo dal titolo Talebani dell’accoglienza (Signs Publishing), in cui ricostruisce sul campo – lungo le rotte mediterranee e balcaniche – la rete di sostenitori politici, giudiziari e finanziatori dietro l’attivismo delle Ong, descrivendo episodi di alcune navi in aperta insubordinazione verso le autorità italiane.
Meno male che il vento è cambiato.
