Ai tempi della Fiom, quando il “fenomeno” Landini stava emettendo i suoi primi, ma già rumorosi vagiti, chi non lo amava era solito chiedere: «Ma uno che passa più tempo a sbraitare nei talk show che davanti alle fabbriche a perorare le cause dei lavoratori, può fare il sindacalista?».
Oggi, a una quindicina d’anni di distanza, la risposta a quella domanda è abbastanza chiara: può farlo sulla carta, senza esserlo nella sostanza. Non lo dice la retorica politica di una parte, ma lo evidenziano i fatti e una plateale rivincita che si sta prendendo la storia: a furia di sentirlo e risentirlo fare sempre le stesse prediche, prendere di mira sempre i medesimi nemici e glissare invece su errori e contraddizioni dei soliti amici, chi prima gli dava fiducia ha iniziato a togliergliela e chi era convinto che anche le sue esagerazioni nascondessero del “buono” ha scoperto che si trattava solo di un grande bluff.
Il tramonto del presenzialismo e la mutazione genetica della Cgil
Una sorta di consunzione da presenzialismo nei salotti. Tant’è che a pochi mesi dalla scadenza del suo secondo mandato (l’avventura in Cgil è iniziata a gennaio 2019) si può dire senza timore di smentita che neanche una delle battaglie portate avanti dal barricadero da telecamera ha avuto senso. I fatti appunto. Partendo dalla base, dall’idea inizialmente in nuce e poi sempre più accentuata di trasformare la Cgil in un vero e proprio partito, landinocentrico.
Basta scorrere all’indietro il nastro delle agenzie o aprire Collettiva, il sito del sindacato, per vedere come i temi del lavoro siano una sorta di corollario. La Cgil parla di giustizia, immigrazione, sanità, emergenza abitativa, patriarcato, ambiente, grandi opere ecc. Tutto sempre e soltanto in un’unica chiave: antigovernativa. Anzi, contro l’esecutivo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni. Il nemico. Nella strategia del compagno Maurizio, la mutazione genetica della sigla che dovrebbe tutelare i diritti dei lavoratori aveva tre grandi architravi: gli scioperi, il movimentismo che fa l’occhiolino al mondo cattolico e al pacifismo e un iperattivismo tra referendum e raccolte di firme. Tre fallimenti clamorosi.
Dati Commissione di garanzia alla mano, in Italia si fanno circa 3 scioperi al giorno, poco più di mille ogni 12 mesi. Intendiamoci, molti sono locali, tantissimi si concentrano tra trasporti, scuola e sanità, e non su tutti c’è il cappello della Cgil. Ma, indubbiamente, Landini ha fatto della minaccia e successiva proclamazione dello “stop al lavoro” un marchio di fabbrica, che in molti hanno seguito. Risultato: uno strumento che poteva servire – in casi estremi – a smuovere le acque di una trattativa si è trasformato nel simbolo del fannullonismo, della volontà del sindacato di allungare il fine settimana (i famosi scioperi di venerdì) a danno della classe media che prende i mezzi pubblici per recarsi in ufficio, porta i figli a scuola e magari pretende di curarsi senza disagi. Un capolavoro.
La parabola della Via Maestra e l’illusione referendaria
Come del resto “La Via Maestra”, la fluviale alleanza sociale promossa dalla sigla rossa, che raggruppa circa cento tra associazioni, reti civiche e organizzazioni della società civile. Si parte dalle immancabili Arci e Anpi e si arriva fino alle Acli, Legambiente, Libera, Libertà e Giustizia e Magistratura Democratica. L’obiettivo ufficiale è la difesa della Costituzione. Che vuol dire tutto e niente. In verità, il contenitore è servito ad avvicinare Landini a molte realtà sia laiche sia cattoliche. E a puntare sul pacifismo. Che il sindacalista duro e puro ha individuato come tema “portante” della sua scalata politica. Tutto parte dallo storico (prima volta per un segretario della Cgil) incontro con papa Francesco di fine 2022. Poi si ricordano le manifestazioni di piazza a Roma (ottobre 2023), Napoli (maggio 2024) e ancora Roma (ottobre 2025), ma ormai da mesi “La Via Maestra” è finita in un vicolo cieco. Da quando, in buona sostanza, Landini ha capito che non sarebbe diventato il salvatore della sinistra come con ogni probabilità auspicava.
Anche perché l’altro grimaldello che ha usato per scardinare il muro del consenso si è rivelato un’arma spuntata: la strada legislativa. Tanto per rendere l’idea, dal 15 maggio è partita l’iniziativa cigiellina che consente agli italiani di sostenere due proposte di legge di iniziativa popolare su appalti e salute. Del tipo: «Rendiamo effettivo il diritto alla tutela della salute nel rispetto della Costituzione e della Legge 833/1978, rafforzando il Servizio sanitario nazionale». Oppure: «La salute delle persone anziane è una delle priorità del nostro Paese, da affrontare affermando il diritto all’assistenza e alle cure con una copertura pubblica». Tutto bellissimo, per alcuni versi condivisibile e meritevole di discussione. Ma il punto è sempre lo stesso: e le fabbriche? Le emergenze occupazionali? Insomma, quali devono essere le priorità di un sindacato?
Forse il lavoro dovrebbe tornare al centro e forse il problema è che quando si parla di lavoro la Cgil, anzi Landini, perde. E pure di brutto. Come non ricordare i quattro referendum abrogativi che puntavano a modificare parti del Jobs Act di Renzi? Tutti temi “core”: reintegro per i licenziamenti illegittimi, tutele nelle piccole imprese, contratti a termine e quindi paletti da inserire rispetto alla precarietà. Bene, alle urne dell’8 e 9 giugno 2025 il risultato è stato tombale: nessuno dei quesiti ha raggiunto il quorum, l’affluenza si è attestata intorno al 30% e il desiderio del compagno Maurizio di dare uno scossone al governo “nemico“ si è rivelato un boomerang. Hai voglia a dire «abbiamo portato 14-15 milioni di persone alle urne» e a prendertela con l’esecutivo che ha remato contro, la verità è che il Paese reale ha bocciato il capo della Cgil.
Il cortocircuito salariale e la ritirata sul pubblico impiego
Così com’è difficile dimenticare la battaglia in compagnia di tutta la sinistra per invocare l’introduzione del salario minimo per legge. «Esistono ancora paghe “da fame” (5-6 euro l’ora)», era il ritornello dell’opposizione, «è necessario mettere nero su bianco che qualsiasi lavoratore non può guadagnare meno di 9 euro lordi all’ora».
Premesso che la Cgil e Landini hanno firmato contratti da 5 euro (basti pensare agli accordi della vigilanza) e che in passato l’allora segretario della Fiom era quantomeno scettico sulla possibilità di fissare delle paghe minime per legge («Sono i minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali che devono diventare il salario minimo. Il rischio è che venga stabilito un salario orario minimo più basso dei minimi previsti dai contratti», amava ripetere), ma è il presente che lo inchioda.
Oggi la Cgil e le altre parti sociali, compresa Confindustria, stanno discutendo le nuove regole per la rappresentanza: semplificando, quanti iscritti e delegati deve avere un sindacato per sedersi ai tavoli delle trattative contrattuali. Bene. Nel testo approvato anche dal compagno Maurizio si prende come base il salario giusto che si fonda sulla contrattazione ed è stato introdotto dal governo in antitesi alla retribuzione oraria minima per legge. Coerenza, questa sconosciuta.
Ma l’apice dell’incongruenza, Landini l’ha raggiunto con il balletto sui rinnovi della Pubblica amministrazione. Altra battaglia politica dalla quale è uscito con le ossa rotte. Il Nostro aveva stretto un asse di ferro con il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, per isolare la Cisl ed evitare che si rinnovassero i contratti. Parliamo di 3,4 milioni di dipendenti pubblici che erano in attesa di rinegoziare accordi già scaduti e per i quali il governo aveva stanziato 30 miliardi di euro per chiudere più tornate contrattuali. Una cifra enorme. Mai vista prima.
Insomma, perché opporsi? La Cgil sosteneva che il 6% e passa di aumento non copriva in toto l’inflazione del periodo. Vero. Così come è vero che in passato, ma con governi diversi, i compagni avevano già firmato rinnovi che non coprivano l’inflazione e meno corposi di quelli proposti dall’esecutivo di centrodestra.
Quindi? A pensar male, dato che ci si prende spesso, si potrebbe dire che Landini ha provato a evitare che Meloni e Zangrillo (ministro della Pa) potessero fregiarsi del primato per il più sostanzioso aumento delle retribuzioni pubbliche che la storia italiana ricordi. E che abbia messo le ambizioni politiche davanti agli interessi dei lavoratori. Tant’è che, a un certo punto, Bombardieri e la Uil l’hanno mollato, la base cigiellina ha iniziato a porsi le domande di cui sopra e a farsi sentire e lui è stato costretto a firmare tutti i rinnovi che aveva sempre osteggiato.
Alla fine, gli statali ci hanno guadagnato – complessivamente hanno portato a casa aumenti medi da 350/400 euro lordi al mese – mentre Landini ha perso la faccia.
Vertenze fantasma, conti in rosso e la resa dei conti interna
E non è la prima volta, perché in questi otto anni di mandato ne ha combinate davvero tante. Proviamo a mettere ordine: ha insultato la premier definendola «cortigiana di Trump» e non ha censurato gli amici del sindacato belga del Fgtb che hanno rivolto le terga alle istituzioni italiane (Ignazio La Russa e Antonella Sberna) che ricordavano i morti della tragedia di Marcinelle.
È stato latitante sulla crisi nera di Stellantis, mentre aveva fatto una guerra senza quartiere a Marchionne che quella stessa azienda la salvò. Si è fatto “beccare” con 740 mila mila euro a bilancio di contributi a fondo perduto del Dipartimento per l’editoria della presidenza del Consiglio. Sono serviti a ripianare (neanche completamente) il rosso di Futura, la società editoriale della Cgil. E sono arrivati da quella stessa presidenza del Consiglio che lui ha insultato. E sempre a proposito di comunicazione riuscita male, ha fatto fuori, usando il tanto vituperato licenziamento economico, lo storico portavoce, dai tempi di Antonio Pizzinato (1986), Massimo Gibelli. Anche perché il nostro ama avere un link diretto con Giovanni Floris (DiMartedì), Corrado Formigli (Piazzapulita) e gli altri giornalisti, anche dei quotidiani cartacei, che spesso ne ospitano il verbo senza contraddittorio.
La galleria degli orrori potrebbe continuare se non fosse che bisogna pensare al futuro e ipotizzare le prossime mosse. Il compagno Maurizio è arrivato a fine corsa (per statuto non può ricandidarsi, anche perché ha raggiunto il limite dei 65 anni) e al prossimo congresso dovrà tirare la volata a qualcuno dei suoi in modo da mantenere una presa sul sindacato.
Premessa. Oggi la Cgil è spaccata. Nella segreteria, una sorta di Consiglio dei ministri della confederazione, composto da otto membri, più d’uno ne ha abbastanza. Stanno con il capo in modo convinto Christian Ferrari, Francesca Re David e Pino Gesmundo.
E lo stesso discorso vale per l’Assemblea generale (il Parlamento) le cui riunioni (per far capire il clima) sono state secretate. Mentre tra le categorie più ostili si segnalano il commercio, i trasporti, la scuola e anche i pensionati che per tanti versi fanno storia a sé.
Pesa la linea iper-politicizzata, come detto, e contano pure gli insuccessi in fabbrica e in termini di tesseramenti. La Cgil ha perso posizioni e primati (delegati) lì dove la battaglia sindacale dovrebbe essere più dura, si pensi alle scoppole rimediate all’ex Ilva di Taranto e di recente alle Carrozzerie di Mirafiori, gruppo Stellantis. Insomma, in tanti all’interno del sindacato invocano una cesura netta con Landini e un ritorno alla Cgil barricadera ma focalizzata sul lavoro. Certo, se dovesse vincere un candidato del segretario (si fanno i nomi di Christian Ferrari e del leader della Fiom, Michele De Palma) è difficile che possa cambiare qualcosa.
Anche perché resta irrisolta la domanda delle domande. Cosa ha in mente il compagno Maurizio? Da tempo dice che il congresso (come se fosse cosa sua) si terrà dopo le elezioni.
Insomma, che non si candiderà alle Politiche. E qui le indiscrezioni divergono. C’è chi non esclude un colpo di coda, la possibilità che, se le urne dovessero aprirsi in autunno, il nostro possa ripensarci. Difficile.
Le manovre sul congresso e le sirene di Roma e Bruxelles
Mentre altri parlano di un Congresso spostato al 2028. Avrebbe così il tempo sufficiente per mettere i suoi uomini alla guida di alcune categorie (chimica e tessile, agro-industria e Inca) e Regioni chiave (Sicilia, Emilia-Romagna, Campania) e la sicurezza di continuare a dare le carte nel sindacato. Nell’ultima intervista a Repubblica (ça va sans dire) ha parlato di tempo da prendersi per sé e per la sua famiglia e ha buttato lì un «poi vedremo».
Certo, perché se l’anno prossimo dovesse vincere la sinistra-sinistra, beh allora diventerebbe un papabile ministro o sottosegretario al Lavoro per un governo Schlein o Conte, mentre in caso di conferma della Meloni, non gli resterebbe che preparare le valigie e raggiungere gli amici belgi all’Europarlamento di Bruxelles, per sedersi sulla poltrona più comoda e adatta a chi ama fare il rivoluzionario a favore di telecamera.
