Per una volta, almeno, è difficile dar torto a Ben Gvir, esponente ultraortodosso, ministro della Sicurezza nazionale di Israele. Quando, all’inizio di giugno, la Procura di Roma lo ha indagato per le presunte violenze sugli italiani della Flotilla, ha replicato: «L’Italia, il Paese dello stivale, è diventato quello delle ciabatte». Si è fatto una grassa risata, ma non sa di aver detto un’ovvietà.
Da sempre gli italiani fanno le scarpe al mondo. Cominciarono i veneziani e i fiorentini nel Duecento. In particolare, i secondi si avvantaggiavano della concia all’etrusca (ancor oggi è la più ricercata) che ha fatto rinascere il distretto di Santa Croce sull’Arno, uno dei più importanti al mondo. Si tratta di trattare le “salate”, si chiamano così le pelli grezze, con i tannini vegetali invece che col cromo. Lì c’è tutto quello che serve: l’acqua dell’Arno, i boschi di castagno e di rovere per i tannini e, volendo, anche la “groma” delle botti da vino esauste. Sembra uno scherzo, ma a Santa Croce (nonostante la crisi della moda che ha depresso gli introiti di quasi il 40 per cento) si fattura ancora per oltre un miliardo e mezzo di euro, suddivisi tra 350 aziende che danno lavoro a poco meno di 6 mila persone. Anche i colori si fissavano, e ancora si fissano, con l’allume come mordente, sia sui panni che sulle pelli. Lo facevano i lucumoni (classe elevata della società etrusca), ma i cinesi che conciano a prezzi stracciati – e a condizioni ambientali e di lavoro da quasi gulag – non ne sono capaci.
Dai sedili delle supercar ai palazzi del potere globale
Per questo i cruscotti e i sedili di Bentley e Rolls Royce, di Ferrari e Lamborghini si fanno a Tolentino, nel Maceratese, altro distretto di pelletteria che ebbe il suo apice di notorietà con Nazareno Gabrielli, ma che significa gli arredi in pelle più ricercati al mondo: giusto per citare un modello, i divani Chesterfield, Chester per gli amici, di Frau che arredano le regge degli emiri, i saloni del Cremlino come la Casa Bianca e palazzo Berlaymont di Bruxelles, fatti con le pelli di Santa Croce o vicentine.
Se quello toscano è il distretto storico, il motore economico della pelletteria sta in Veneto, con Arzignano come capitale. Lungo la valle del Chiampo si produce circa il 50 per cento della pelle italiana – qui la specializzazione è quella delle grandi pezzature – con un’economia circolare davvero integrata (a queste latitudini nascono anche le macchine per la pelletteria). Arzignano & C. hanno un fatturato, solo per la concia, che si aggira sui 2,7 miliardi di euro i quali si aggiungono al miliardo e mezzo di un altro distretto iperspecializzato per la pelle, quello campano, che ha il suo “vertice” a Solofra, nell’Avellinese. Vi si lavorano soprattutto le piccole pelli (ovini, selvaggina). Nel complessivo la concia impiega oltre 17 mila addetti in 877 aziende, per un fatturato annuo superiore a 5 miliardi di euro (67 per cento destinato all’export).
Le spine di Bruxelles tra direttiva Csddd e vincoli ambientali
Come sempre capita, in Italia siamo dipendenti per il 90 per cento da materia prima importata, ma questo non ci impedisce di detenere quasi un terzo della produzione mondiale della lavorazione, nonostante Paesi con molti meno vincoli ambientali e con rispetto inferiore per le condizioni di lavora – come Cina, Brasile e India – ci facciano una concorrenza spietata basata esclusivamente sul prezzo.
Anche qui, si sente la zavorra dell’Europa per tre fattori. Il primo sono i costi ambientali, il secondo sono gli accordi commerciali che Ursula von der Leyen è andata siglando. Parentesi: i partenariati con India e Cina e il Mercosur con il Brasile non hanno imposto clausole di salvaguardia e di reciprocità ai prodotti esteri che invadono l’Europa. L’unica difesa che ha la nostra industria – e su questo bisogna convenire con Ben Gvir – è la massima qualità.
La terza ragione, infine, che pesa su questo comparto – calzature e pelletteria trasformata compresa – sono regole assurde come la direttiva Csddd (Corporate sustainability due diligence directive) che obbliga le aziende a certificare tutta la filiera. Com’è ovvio, lavorando pelli importate, è difficilissimo stabilire l’origine del materiale grezzo ma l’Ue lo pretende, così come continua a non mollare sul sistema Ets, il meccanismo di tetto alle emissioni, che “mangia” i margini operativi delle aziende.
L’espansione del calzaturificio d’Italia e il mercato mediorientale
Tuttavia, su questo suo primato il Belpaese, a partire da metà Ottocento, ha conquistato il mondo: col distretto di Vigevano, lì sorsero i primi calzaturifici industriali, poi con quello marchigiano, alimentato dalle pelli di uno dei più importanti fori boari di quell’epoca: Macerata. Resistono e ci sono poli di calzatura e di nicchia preziosissimi come quello di Firenze – Gucci, Ferragamo, Prada per dirne alcuni – e della Valdarno, come quello molto pop della Campania e quello assai attivo nei mercati di massa del Rubicone in Romagna.
Ciò che rende unica la proposta nostrana è il catalogo: amplissimo. Si va dalla scarpa da ginnastica al tacco 18 per Hollywood. Le vip americane calzano solo suole nostrane. E anche, o soprattutto, qulle russe, sanzioni permettendo. Perché anche questa è una caratteristica che rende del tutto inimitabile il calzaturificio-Italia: fare scarpe adattandosi all’anatomia e alla cultura dei clienti. Quello che Ben Gvir non sa è che lo Stivale, di pantofole e ciabatte, ne fa quasi 450 milioni all’anno e gli sfugge che un israeliano su dieci indossa scarpe italiane perché verso Tel Aviv spediamo circa 650 mila paia per quasi 34 milioni di euro, con un prezzo medio di 54 euro a paio.
Del resto, il Medio Oriente è un mercato, nonostante le guerre, che continua a dare alla scarpa italica buone soddisfazioni: vale più o meno il 6,5 per cento delle nostre vendite estere, messo insieme con poco più di quattro milioni di paia al prezzo medio di 130 euro, per un incasso totale che supera ampiamente il mezzo miliardo di euro (in aumento dell’8,3 per cento rispetto al 2024). Come dice Giovanna Ceolini, presidente del Micam, la più importante fiera di settore al mondo, e al vertice di Assocalzaturifici: «Abbiamo attraversato quattro crisi e, nonostante questo, restiamo uno dei settori più dinamici del made in Italy». Com’è possibile? Lo spiega così: «Immaginate che un tacco 12 riesca a sostenere una signora di buon peso solo attraverso l’ingegno delle donne e degli uomini che lavorano nella calzature: sono ingegneri senza laurea che fanno della qualità e della creatività il massimo valore possibile». È talmente vero che abbiamo chiesto all’Unesco di dichiarare la scarpa made in Italy patrimonio dell’Umanità. Il professor Per Luigi Petrillo, presidente dell’Organo degli esperti mondiali della Convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, sta già lavorando al dossier.
Il laboratorio marchigiano tra maestri su misura e colossi industriali
A pensarci bene, il distretto marchigiano racchiude tutte le sfaccettature del mondo della calzatura. Ci sono “calzolai” come Silvano Lattanzi che veste i piedi dei vip di tutto il mondo. Il suo marchio Zintala è lusso assoluto. Al massimo fa 2 mila paia l’anno e le costruisce direttamente sul piede del cliente. Nel suo laboratorio c’è un vero museo di chi fa camminare il mondo. Il costo? Si va facilmente oltre 10 mila euro al paio.
E poi ci sono modelli imprenditoriali come quello di Diego Della Valle (e anche Andrea), che hanno fatto di Tod’s un’icona globale vendendo il lusso prêt-à-porter, ma investendo continuamente sul territorio – ad esempio aprendo subito dopo il terremoto del 2016 una fabbrica ad Arquata del Tronto, devastata dal sisma. Inoltre ci sono declinazioni di cifra stilistica come Santoni o Loriblu, o ingegni come le mitiche Naturino per i bambini.
Tutto questo significa – stando al comparto marchigiano, che copre però quattro quinti della produzione nazionale – 3.800 imprese (il 90 per cento tra le provincie di Macerata e Fermo) per quasi 13 miliardi di euro di fatturato e un indotto che moltiplica per due il valore. Il 70 per cento di questo fatturato si fa all’estero ma – solo lo scorso anno – se ne è perso il 5,7 per cento. Pesano le sanzioni alla Russia (altro regalo dell’Ue) e i dazi di Trump.
E però, con buona pace di Ben Gvir, tra Casette d’Ete e Monturano, l’Italia continua a fare le scarpe al mondo.
