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Gli effetti devastanti della politica dei rinvii su turismo e industria

  • ESTATE CHIUSA PER VIRUS – Il turismo, che vale il 13 per cento del Pil, in due mesi si è azzerato. Senza arrivi dall’estero e direttive chiare, la stagione balneare è a rischio. E il governo tace.
  • SENZA MERCATO (LA CRISI DELL’AUTO) – Con i governi impegnati a immaginare la Fase 2, le aziende dell’automotive guardano al futuro con angoscia. Il settore, che in Europa impiega 13,8 milioni di lavoratori, è drammaticamente bloccato. Così come le vendite, crollate a marzo in Italia dell’85,4 per cento. E ora le imprese temono che la burocrazia rallenti i tempi della ripresa.
  • IL PARLAMENTO È FERMO DA SETTIMANE – Mentre non c’è accordo tra maggioranza e opposizione sulla data di elezioni amministrative e regionali. In un Paese chiuso per pandemia, la politica è al palo. E il premier Conte ne approfitta a colpi di decreto.

ESTATE CHIUSA PER VIRUS

Il turismo, che vale il 13 per cento del Pil, in due mesi si è azzerato. Senza arrivi dall’estero e direttive chiare, la stagione balneare è a rischio. E il governo tace.

Se Christine Lagarde al debutto come capo della Bce fece sapere che lo spread non era affar suo – e questo ebbe un picco da ictus finanziario – , Ursula Von der Leyen, la presidente della Commissione, ha sussurrato al Bild am Sontag: «Consiglio di aspettare a prenotare le vacanze estive. Per luglio e agosto oggi nessuno può fare previsioni affidabili». Sentitamente ringraziamo; i tedeschi, dai tempi del celeberrimo Viaggio in Italia di Johann Wolfgang Goethe, sono i nostri principali clienti (60 milioni di presenze, 24 milioni solo sui laghi).


Gli effetti devastanti della politica dei rinvii su turismo e industria
Ansa
Coronavirus: spiagge vuote a Formia Ansa


Peraltro Angela Merkel infischiandosene dei vincoli comunitari ha dato 2 miliardi per salvare dal fallimento Tui, il principale tour operator teutonico che ci portava migliaia di herr Muller, e quindi gli arrivi da Berlino sarebbero stati comunque calmierati, ma Von der Leyen certo non ci ha dato una mano. Proprio nel momento in cui la nostra ospitalità è in rianimazione. Parliamo del 13 per cento del Pil più di 200 miliardi, di un’ottantina di miliardi di entrate estere, di 260 mila imprese. Il turismo è passato dal lockdwon al knock out; è al tappeto. In due mesi – stima Flavia Coccia dell’Isnart, Istituto nazionale ricerche turistiche, abbiamo perso circa 91 milioni di presenze (di cui 42,5 milioni per le strutture ricettive ufficiali e 48,3 milioni per le abitazioni private) pari a circa il 10 per cento delle presenze annue totali. Se va avanti così ancora un mese è la fine. Le prenotazioni si fanno per il ponte di Pasqua e sui cieli italiani invece dell’helicopter money volavano i droni spia. Risultato: solo sulla RivIera romagnola si è passati nel week-end «santo» da 2 milioni di presenze del 2019 a zero, da 350 alberghi aperti a uno.

Il ministro dei Beni culturali e del Turismo Dario Franceschini (Pd) per ora si è limitato constatare che il «settore ha avuto il più forte impatto negativo». Ha chiesto lo stato di crisi per la cultura, ma non per il turismo. E l’ex ministro e senatore della Lega Gian Marco Centinaio lo ha «infilzato». «Franceschini così europeista a Bruxelles ha chiesto soldi per la cultura e neppure un euro per il turismo. Si ricorda che quel settore vale 232 miliardi e il 15 per cento dell’occupazione?». Senza contare che gli agriturismo sono chiusi da mesi e i bed & breakfast sono privi di qualsiasi copertura. Anzi, il governo continua a dire che ristoranti, bar e alberghi saranno gli ultimi a riaprire. Quando? A sentire le previsioni del virus, meno attendili di quelle del tempo, del comitato scientifico che tiene al guinzaglio Giuseppe Conte si va da «fine pena mai» a una parziale riapertura a settembre. Ma la sottosegretario al turismo Lorenza Bonaccorsi (Pd) ci ha fatto sapere: «Andremo al mare quest’estate. Ci stiamo lavorando immaginando una serie di normative che contemplano l’ipotesi di un distanziamento». Sulle note di Edoardo Vianello andremo in spiaggia con le pinne, il fucile e la mascherina. Ma non da sub.

Al mare saremo distanziati di tre metri è c’è già chi ha pensato – una ditta di Serramazzoni, Modena, la Nuova Neon Group 2 – di dotare gli stabilimenti di Rimini & Co di gabbie in plexiglass. A parte l’onere della plastic tax i bagnini – imbufaliti perché stanno scadendo le concessioni demaniali e nessuno dal governo fa cenno di rinnovo e in più hanno sulla testa la normativa europea Bolkestein col rischio che gli vadano all’asta gli chalet – hanno spiegato che non si può: i turisti rischierebbero di morire disidratati. Ma il separé trasparente potrebbe essere obbligatorio per i ristoranti. Bonaccorsi però si compiace perché «sono allo studio misure per il turismo di prossimità che favorisca i borghi, eviti gli affollamenti. E ci sarà il riposizionamento strategico del nostro Paese, che è sempre ai primi posti per il binomio gastronomia e cultura». I ristoranti nel frattempo sono spariti. Se riaprono (si stima che metà non lo farà) col distanziamento perderanno due terzi dei coperti e addio equilibrio economico. Molti per resistere si sono dati al delivery, altri come gli stellati hanno lanciato i «bond gourmet»: paghi ora e vieni a cena quando si può. Ma il disastro è dietro l’angolo. I dati di Federturismo non hanno bisogno di commento. Col blocco del turismo si perde lo 0,30 per cento di Pil alla settimana. Le prime tre hanno prodotto un danno di 4,5 miliardi. Il 70 per cento pari a 3,2 miliardi di euro si concentra in Veneto, Toscana, Lazio e Lombardia.

Al Sud è deserto. Con queste premesse è necessario pensare un Piano Marshall. «Forse serve capire» dice Magda Antonioli, direttore del master in economia del turismo della Sda Bocconi, vicepresidente dell’Enit, l’Ente nazionale del turismo, e dell’European travel commission «che il turismo è centrale nell’economia del Paese. All’Enit mi considero con la valigia, ma non perché viaggio. Perché le dimissioni sono sempre pronte: o si fa qualcosa o me ne vado». Sarebbe? «Innanzitutto una sorta di “golden power” sugli alberghi: girano i cinesi con le valigette di contanti tra Firenze, i laghi e la Sicilia, gli olandesi a Milano si sono già presi due aziende storiche e di prestigio, i francesi ora fanno shopping a Roma. Comprano a prezzi di svendita. Se perdi l’alberghiero perdi il turismo. Tutti gli operatori sollecitano il governo su questo Stato di crisi. Per ora però non vedo un grande ascolto. Poi serve una legge che vieti il cambio di destinazione d’uso di questi immobili. Infine, bisogna buttare soldi veri, ma tanti, nelle aziende. Sento parlare di ripresa in estate. Forse non è chiaro che i turisti dall’estero non li avremo per almeno due o tre anni. Il poco turismo che ci sarà, sarà fatto da italiani. Che però si sono mangiati le ferie e forse anche gli ultimi risparmi in questo periodo. Infine, se si decide di aprire le scuole il 1° settembre voglio vedere di cosa campano le imprese turistiche. Sento parlare di promozione all’estero. Perfetto: è che rischiamo di non avere più un prodotto da vendere».

Non così diverse sono le considerazioni di Flavia Coccia, coordinatrice dei progetti di ricerca di Isnart (Unioncamere). «Abbiamo condotto una rilevazione proprio in questi giorni. I risultati sono scioccanti. Stime recenti del Cerved indicano una possibile perdita dei ricavi compresa tra i 29 e i 64 miliardi di euro per le imprese nel biennio 2020-21. In particolare, settori come quello alberghiero potrebbero subire contrazioni assai rilevanti, stimate in circa tre quarti dei propri ricavi nell’anno in corso. Questa estate si configurano l’impossibilità di viaggiare all’estero e di ospitare viaggiatori internazionali in Italia, nuove regole di condivisione degli spazi comuni sia all’aperto che al chiuso» sottolinea Coccia. «Le criticità che le imprese sono costrette a fronteggiare – di ordine finanziario, organizzativo, di liquidità – mutano di giorno in giorno. Le disdette di prenotazioni per questa estate indicano come tutto il Paese sia in emergenza turismo visto che in quel periodo si concentra oltre la metà delle presenze annue. La ripresa – se ci sarà – va impostata su dati certi e analisi di scenari possibili, per permettere alle imprese di affrontare con meno insicurezze il futuro economico». L’Italia è chiusa per virus.

SENZA MERCATO, LA CRISI DEL SETTORE AUTO

Gli effetti devastanti della politica dei rinvii su turismo e industria
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Con i governi impegnati a immaginare la Fase 2, le aziende dell’automotive guardano al futuro con angoscia. Il settore, che in Europa impiega 13,8 milioni di lavoratori, è drammaticamente bloccato. Così come le vendite, crollate a marzo in Italia dell’85,4 per cento. E ora le imprese temono che la burocrazia rallenti i tempi della ripresa.

di Guido Fontanelli

Luca Businaro non solo è preoccupato. È pure arrabbiato. «Lavorando col mondo dell’automotive abbiamo molti clienti tedeschi: loro hanno chiuso come noi, ma hanno ricevuto subito, almeno in parte, gli indennizzi per superare questo momento e soprattutto per ripartire» afferma l’amministratore delegato di Novation Tech, azienda di Montebelluna (Treviso) che realizza componenti in carbonio per il settore dell’auto, 330 dipendenti a Montebelluna (Tv) e 450 in Ungheria. «Nonostante i decreti, più o meno confusi, di fatto non abbiamo ricevuto nulla, sto anticipando anche la cassa Integrazione ordinaria perché non voglio che i miei dipendenti rischino di restare senza stipendi fino a maggio. I clienti tedeschi guardano alla situazione italiana e vedono un Paese privo di direzione e ci chiedono, in via più o meno diretta, quando ma anche “se” saremo in grado di ripartire».

Mentre il governo sta faticosamente cercando di far arrivare gli aiuti alle imprese, i fornitori dell’industria più importante del continente guardano con angoscia al futuro: il lockdown provocato dal Covid-19 si sta trasformando in uno tsunami violentissimo che investe nell’Unione europea 229 impianti di produzione di veicoli dove lavorano 2,6 milioni di persone. Considerando anche fornitori e indotto, il settore automobilistico dà lavoro a 13,8 milioni di europei generando un fatturato pari ad oltre il 7 per cento del Pil dell’Ue. Una macchina gigantesca, complessa, interconnessa a livello planetario, che si è fermata per settimane. A livello mondiale ogni anno si vendono circa 90 milioni di veicoli e si stima che quest’anno mancheranno all’appello dai 15 ai 24 milioni di vetture. In marzo le vendite di auto in Italia sono crollate dell’85,4 per cento, in Europa del 51 per cento. «Il consuntivo dei primi mesi del 2020» dice sconsolato Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor «passerà alla storia come lo spartiacque tra l’auto prima del coronavirus e l’auto dopo il coronavirus».

Secondo l’Alix Partners «l’impatto di Covid-19 sulle vendite globali sarà maggiore della crisi finanziaria del 2008». Gli esperti della società di consulenza hanno realizzato uno studio che delinea alcuni possibili scenari futuri per il settore auto. Gli scenari sarebbero stati tre: ripresa rapida; recessione nel 2020; recessione prolungata. Sarebbero stati, perché il primo scenario è già stato escluso. Restano gli altri due: quello un po’ più ottimistico prevede la riapertura completa degli impianti in maggio, i consumatori ricominciano a comprare auto tra maggio e giugno e alla fine dell’anno avremo un mercato europeo in calo del 20-25 per cento, quello cinese dell’8-12 e il Nord America del 18-23 per cento. In questo contesto il risultato operativo dei produttori europei va a zero.

Se invece si avverasse il terzo scenario, con una recessione prolungata, avremo una produzione ferma fino a 3 mesi, i consumatori rinviano l’acquisto delle auto, alcune case falliscono, le aziende frenano gli investimenti. Le vendite in Europa crollano del 25-30 per cento, quelle in Cina del 15-20 per cento e in Nord America del 23-29 per cento. L’intero mercato globale si riduce di un quarto.

Di fronte a minacce di questa dimensione l’Acea, l’associazione di categoria dei costruttori europei, ha lanciato un appello alla Commissione affinché adotti le misure necessarie per evitare una crisi che può provocare «danni irreversibili» al comparto auto del Vecchio continente. Nel frattempo sarà inevitabile assistere ad altre fusioni come quella che, pur tra qualche difficoltà, si sta realizzando tra Fca e Psa. Ma sarà anche inevitabile ritoccare un modello industriale fin troppo globalizzato, dove vince il fornitore superspecializzato e più economico. Una filiera molto delicata: basti pensare che il 15 febbraio la Fca ha dovuto interrompere la produzione nello stabilimento Kragujevac, in Serbia, dove viene assemblata la Fiat 500L perché mancavano i sistemi audio e altre parti elettroniche importate dalla Cina, allora paralizzata dal coronavirus. Quando l’export è ripreso, l’impianto si è fermato per il lockdown europeo.

«Nel settore dell’automotive ci siamo spesso concentrati sulla convenienza economica esponendoci ad un mortificazione del know how» dice Paolo Scudieri, presidente e azionista di controllo del gruppo Adler di Ottaviano, in provincia di Napoli, primo produttore in Italia e il secondo al mondo di sistemi per il comfort acustico e termico, e di arredamento interno per veicoli del settore automotive, aerospaziale e ferroviario. Dà lavoro a 15 mila persone, ha 70 stabilimenti in giro per il mondo e fattura 1,5 miliardi di euro. «La globalizzazione deve tenere conto della salvaguardia del lavoro e del sapere. E dobbiamo ricordarci chi siamo: l’Italia è uno scrigno di gioielli straordinari, dalla Ferrari alla Lamborghini alla Giugiaro. Non mettiamoli in pericolo». Fornendo praticamente tutte le case automobilistiche, il gruppo Adler sta subendo l’impatto del virus ma vede anche qualche segnale di luce: «Fino alla seconda metà di aprile tutti i nostri impianti europei e americani che operano nel settore auto sono stati chiusi» racconta Scudieri «mentre quelli in Asia hanno riaperto prima: stiamo notando una forte ripresa in Cina». In due stabilimenti italiani il gruppo ha iniziato a produrre mascherine e camici per aiutare il Paese nella lotta al coronavirus.

Per il prossimo futuro Scudieri, che presiede anche l’Anfia, l’associazione della filiera italiana dell’automotive, si augura che ci sia un coordinamento a livello europeo per riaprire gli stabilimenti, altrimenti senza alcuni fornitori il settore non riparte, come già segnalato con allarme dalle casa tedesche che qui comprano molti componenti. «Il rischio è che la burocrazia, che da sempre attanaglia l’Italia, possa rallentare i tempi di apertura». Poi c’è il tema dei nuovi limiti europei alle emissioni: secondo Scudieri «sono regole difficilmente sostenibili economicamente dalle aziende, in particolare ora: bisognerebbe diradare nel tempo queste misure dure nei confronti di un settore così importante per l’economia europea. Non dimentichiamoci che la CO2 emessa dai trasporti è solo il 10 per cento del totale».

Tra l’altro la tempesta del coronavirus colpisce l’industria dell’auto proprio nel momento in cui stava cercando, con ingenti investimenti, di avviare la transizione verso la mobilità elettrica. Ma oggi l’emergenza non sono le emissioni di CO2. Per questo Quagliano di Promotor insiste con la sua proposta: varare una rottamazione, sul modello di quanto fatto nel 1997, per svecchiare il parco auto italiano e sostenere un comparto che rischia di pagare un prezzo molto alto. Forse troppo.

IL PARLAMENTO E’ FERMO DA SETTIMANE

Gli effetti devastanti della politica dei rinvii su turismo e industria
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Mentre non c’è accordo tra maggioranza e opposizione sulla data di elezioni amministrative e regionali. In un Paese chiuso per pandemia, la politica è al palo. E il premier Conte ne approfitta a colpi di decreto.

di Antonio Rossitto

Perfino Ostia, in tempo di clausura, può sembrare celestiale. Suo malgrado anche l’onorevole Sara Cunial, ex pentastellata passata nel gruppo Misto, sembra caduta nell’equivoco. Il giorno di Pasquetta una sospettosa pattuglia della polizia municipale la ferma mentre si appropinqua al litorale romano. Lei, già nota per le furibonde posizioni no-vax, risponde pronta: «Sto svolgendo la mia attività da parlamentare». I tutori della legge, però, non le credono. E lei, esposta al pubblico ludibrio, annuncia querele.

I solerti agenti, tuttavia, andrebbero capiti. Mai come in questo momento, gli eletti sembrano inerti e smarriti: quasi nullafacenti. Figurarsi a Pasquetta. Altro che l’unità inutilmente evocata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Sin dai primi contagi da coronavirus, il governo ha costretto deputati e senatori a ruoli ancillari. Negli ultimi due mesi, il Parlamento ha votato una manciata di volte. Intanto Giuseppe Conte stordiva gli italiani a suon di tardivi e scomposti decreti legge. Ha tentato addirittura di soffocare le rimostranze di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, trasformando un discorso alla nazione in un attacco politico. Talmente scomposto da meritare le reprimende di tg mai ostili, come La 7 e Sky.

L’avvocato di Volturara Appula, insomma, inizia ad assomigliare a un caudillo. Ma i turbolenti rapporti con l’opposizione sono soltanto l’epifenomeno. Il coronavirus ha ormai sospeso la democrazia. L’attività langue. Il referendum sul taglio dei parlamentari, previsto lo scorso 29 marzo, è saltato. Se ne riparlerà in autunno, magari. Pure le Amministrative di primavera: procrastinate a ottobre 2020. Si vedrà. Del resto, lo stantio dirigismo giallorosso non riesce neanche a decidere cosa fare adesso. L’annunciata Fase 2 dovrebbe portarci fuori dall’emergenza. Qual è dunque il piano? Mascherine, tracciamenti, test… E chi lo sa? Stritolato da task force, commissari ed esperti, l’ondivago Giuseppi è alla deriva. Il girovagare ha finito per bloccare anche Regioni e Comuni, inondati da indicazioni contraddittorie e tonnellate di astrusità.

Mai come oggi, servirebbero abilità politiche e proficui dibattiti. Invece, tutto rimane insostenibilmente sospeso. Già lo scorso 20 marzo un nutrito gruppo di ex parlamentari, in ossequio al nostalgico «i migliori sono sempre quelli che se ne vanno», rivolge un accorato appello ai vecchi colleghi: «Si rischia di dare al Paese l’impressione che le Camere si siano messe in quarantena dalla vita reale. Il pericoloso corollario, nel terreno fertile dell’antipolitica, è che si diffonda sempre più l’idea della loro inutilità». Esasperati dall’inerzia, durante una delle ormai rare conferenze tra capigruppo, Fratelli d’Italia ha chiesto addirittura di tenere aperto Montecitorio sette giorni su sette, ventiquattr’ore al giorno: «Fino al termine dell’emergenza. Per dimostrare ai cittadini che non ci tiriamo indietro rispetto alle nostre funzioni». Proposta bocciata: basta qualche oretta alla settimana. Eppure, a sentire le periodiche rassicurazioni rivolte al popolo, gli eletti starebbero lavorando come ossessi. Maria Elisabetta Casellati, presidente del Senato, da settimane va spiegando che «non ci sarà nessuna limitazione all’attività legislativa e alle prerogative parlamentari». Del resto, se si sono adeguati gli italiani, perché non farlo anche a Palazzo Madama? E sia: distanza di almeno un metro in commissione. In aula, invece, votazione a scaglioni: 50 senatori ogni mezz’ora. Ma i protocolli non hanno incentivato l’alacrità: salvo rarissime eccezioni, i banchi rimangono deserti.

E il suffragio online? Giammai. Roberto Fico, arcigrillino perciò iperdigitale, respinge sdegnato ogni nuovismo: «Difendo la funzione legislativa» spiega il presidente della Camera. «Bisogna esercitare la democrazia e migliorare i decreti legge». Insomma, urge andare «incontro a chi lavora sul campo e necessita di qualcuno che legiferi». Difatti, l’emiciclo sembra una tundra lappone. Ma, prosegue l’incurante Fico, «non si può fare tutto in remoto». Come, invece, fa persino il Parlamento europeo, guidato dall’italiano David Sassoli. Nessuno andrà a Strasburgo per mesi, almeno fino al prossimo luglio. Basterà il voto a distanza. Sono previste soltanto sporadiche «mini-sessioni», di due giorni, a Bruxelles. E anche in Spagna, la nazione europea più colpita dal coronavirus, si punta sull’online.

Il dilemma comincia quindi ad assalire molti Paesi: meglio continuare l’attività in aula o da remoto? Nel dubbio, in Italia hanno scelto la terza via: meglio aspettare inerti che passi la nottata. Del resto, in virtù dello «stato di emergenza» dichiarato a fine dello scorso gennaio, Giuseppi ha trasformato la nostra ammaccata democrazia in una monarchia assoluta. A dire il vero, però, pure nelle regioni tutto langue. Come in Lazio. Il sito istituzionale certifica: l’ultimo consiglio s’è tenuto il 4 marzo 2020. Diverse assemblee, intanto, si stanno organizzando con le videoconferenze. Ma il lavoro non sembra febbrile. Anche perché, in ben sette regioni, la legislatura è agli sgoccioli.

Il governo non ha ancora fissato una data per le consultazioni. Si paventa, con usuale vaghezza, l’autunno. Così, mentre Giuseppi tergiversa, tre governatori uscenti e ricandidati chiedono di fare presto. Lo schieramento appare compatto e trasversale. Comprende il leghista Luca Zaia, governatore del Veneto. Poi l’ex forzista Giovanni Toti, che guida la Liguria. Infine il dem Vincenzo De Luca, presidente della Campania. I tre spingono per votare all’inizio dell’estate, temendo in autunno una nuova ondata di contagi. Toti ha contattato il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, per proporre le due date: il 28 giugno o il 5 luglio 2020. Il Pd sembra però contrarissimo. I segretari regionali sono stati convocati al Nazareno, per recepire la linea ufficiale e diffondere il verbo sui territori. Esclusa l’estate: troppo prossima. S’avanzano due possibilità: voto a ottobre o addirittura a gennaio 2021. Come le regionali in Emilia-Romagna, celebrate tre mesi fa.

Per carità, va bene la prudenza. Ma la vacatio rischia di diventare eterna. E se viene disciplinata l’entrata nei supermercati, si potrà fare lo stesso anche ai seggi. O no? C’hanno provato in modo raffazzonato nel Wisconsin, dove il 7 aprile ci sono state le primarie democratiche e repubblicane. Ci sono riusciti in Corea del Sud, dove una settimana dopo s’è votato per rinnovare il Parlamento. Almeno un metro di distanza tra gli elettori, mascherine e guanti, temperatura controllata, cabine disinfettate: le rigorose misure adottate nel Paese hanno funzionato. Zaia, pronto all’ennesima cavalcata trionfale, pensa a protocolli simili. «Non sono un irresponsabile. Dico solo che non è normale che si proroghino le legislature per sette mesi. Se si decide per l’inverno, con la recrudescenza del virus, rischiamo di passare direttamente all’anno prossimo». D’altronde, il suo Veneto è stata la prima regione a revocare il lockdown. «Ovvio, fare le elezioni a maggio è un rischio. Ma a fine giugno saremo in grado di circolare». Un ragionamento condiviso pure dallo «sceriffo» De Luca. Sibillino, ha risposto all’appello dei colleghi di centrodestra: «In Campania siamo sempre pronti».

Nello stesso limbo si trovano oltre mille comuni, tra cui 18 capoluoghi di provincia. Avrebbero dovuto votare insieme alle sette regioni, ora restano in attesa. Un’incertezza che fomenta l’immobilismo. Ma l’attività dei consigli comunali non sembra brillare neanche altrove. Nella Messina dello scatenato Cateno De Luca, sindaco diventato buttafuori dello Stretto, non si riuniscono da settimane. Qualche città, invece, prova a farlo nei palazzetti dello sport. Altri, da Savona ad Agrigento, sperimentano le sedute in videoconferenza. È un surrogato, però è di gran lunga meglio di niente.

Certo, bisogna adattarsi. Un collegamento non sostituirà mai uno sguardo dal vivo. E gli imprevisti possono diventare tragici. A Trieste il primo consiglio comunale online della storia si è aperto con una fragorosa bestemmia. Sicura di avere il microfono chiuso, la pentastellata Elena Danielis s’è lanciata in una cruenta baruffa familiare. Sganciato il moccolo, chiede venia. Ma un collega consigliere, devoto mariano, la trafigge dallo schermo: «Appena sarà possibile, la invito a portarsi nel santuario della Madonna, inginocchiarsi davanti al quadro della Vergine e chiedere perdono battendosi il petto».

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