Santa Matilde di Hackeborn era soprannominata «l’usignolo di Dio». Le sue parole e i suoi consigli restano ancora oggi un faro per chi deve affrontare le prove più ardue. Difatti il nome della veggente di Lourdes è stato trovato nello sterminato elenco dei religiosi che avrebbero vegliato sugli esami degli aspiranti notai. È in celestiale compagnia: santa Bernadette Soubirous, santa Caterina di Svezia, sant’Emanuele, san Beniamino, san Giovanni Battista de La Salle. Ma ci sono anche veneratissimi: san Mattia Apostolo, san Pancrazio o san Filippo Neri. Per ogni sperso candidato, un aiutino dal paradiso. Dietro cui si potrebbe celare, a sua volta, il beato padrino che sollecita ultraterrena benevolenza.
La novena sarebbe una lista di raccomandazioni. L’hanno pubblicata per sbaglio sul sito del Consiglio nazionale dei notai. Il tragicomico errore è durato un attimo, ma è bastato a svillaneggiare l’esame pubblico più ostico di sempre. Uno dopo l’altro, ci sono nomi e cognomi di quelli che hanno superato gli scritti nel 2024 e ora dovrebbero affrontare l’orale.
La “Novena” dei notai e la protezione dei santi in paradiso
In alcune caselle, oltre alla protezione divina, si leggono coloriti giudizi: «Carina», «fenomeno», «genio», «garibaldino». A ognuno il suo miracolo: chi è stato «graziato sul commerciale» e chi «salvato sul civile». Vengono poi segnalati enigmatici rendez-vous: «Sciopero e cena a Enoteca Corsi». Forse un riferimento a imperdibili serate passate a definire accordi trascendentali. Scoperto il truffaldino arcano, gli esclusi si sono comunque scatenati con accuse e ricorsi.
Ah, la solita Italietta. Paese di poeti, santi in paradiso e navigatori. Persino per nominare gli inflessibili custodi della legalità. La protezione divina non si nega a nessuno. È l’eterno ritorno del più inscalfibile dei vizietti tricolore: la spintarella. Notai, magistrati, professori universitari, impiegati, poliziotti, operatori sanitari… Ogni concorsone ha la sua segnalazione. Decine di inchieste svelano inconfessabili favori. Ogni vocazione va sostenuta da lassù. Consumarsi gli occhi su codici e libroni non basta. Serve il santo in paradiso.
Il sistema delle spintarelle tra magistratura e concorsi universitari
Anche quel giudice di pace di Santa Maria Capua Vetere lo sa benissimo: «Mi devono fare santo! Elvira mi deve mettere in capo al letto!» esorta in un’intercettazione. D’altronde, per la moglie sembra che si sia speso senza riserve: «Deve sistemarsi, ha una certa età». Dunque, si sarebbe prodigato con il presidente della commissione per il concorso di specializzazione in farmacologia all’Università Vanvitelli. Per sdebitarsi, avrebbe promesso incarichi a un cugino del professore. Così, sarebbero arrivati in anticipo alla donna gli argomenti dell’esame. Ma la moglie del giudice lascia in bianco uno dei due quesiti. Tanto che l’accademico si lamenta: «Almeno quattro cazzate le poteva scrivere…». L’amaro epilogo emerge in una recentissima inchiesta sulle truffe assicurative, che coinvolge giudici di pace e avvocati.
La categoria, comunque, pare ben rappresentata. Proprio un altro fortuito disguido telematico è già servito a smascherare un concorso truccato in magistratura. Il premuroso professore chiarisce in una mail il segno identificativo da lasciare sul compito. Solo che, ancora per errore, viene inviato a un altro commissario.
Adesso invece infuria la battaglia referendaria sulla separazione delle carriere. I due fronti non si risparmiano reciproche accuse. Perfino l’avvocato Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No, viene tacciato di perorare incautamente la causa di un suo illustre assistito: il presidente della Valle d’Aosta, Renzo Testolin. Durante un dibattito sulla giustizia lo beccano mentre parla con il presidente del Tribunale, Giuseppe Marra, che dovrà valutare un ricorso sulla rielezione del presidente.
Le correnti del CSM e il vizio del “tengo famiglia” in accademia
Fuorionda a parte, persino i remigini dovrebbero averlo capito: quasi tutte le nomine importanti delle toghe vengono decise dalle correnti. Anche se l’usanza sembra talmente consolidata da non meritare nemmeno un buffetto da parte della sezione disciplinare del CSM, che giudica i supposti illeciti di giudici e pubblici ministeri. Vedi le «prassi associative non commendevoli» di quel procuratore. O l’ex consigliere del CSM che sponsorizza i colleghi. La corrente avversa, si addolora in una chat, «sta facendo man bassa… non possiamo perdere». Quell’altro è «il candidato ideale, che ci ha sempre sostenuto e che quindi caldeggiamo davvero». La disciplinare, certo, non approva. Biasima «la grave scorrettezza nei confronti degli altri magistrati che concorrerano, con i candidati segnalati per i posti direttivi e semidirettivi». Poco importa. Assoluzione pienissima: «Scarsa rilevanza del fatto».
Tra le sparute sentenze sulle toghe, si trova anche la storia del magistrato in apprensione per la consorte, collega e indagata. Scrive così al pm, titolare dell’inchiesta. Chiede di spostare l’interrogatorio della moglie e di «accompagnarla ed eventualmente presenziare all’atto». Anticipa, nella stessa mail, l’insussistenza del reato che le contestano, con tanto di minuziosi riferimenti normativi. I truci della disciplinare, davanti a tanto affetto, finiscono per capitolare. Certo, l’intervento rischiava di sembrare un’interferenza. Ma è stato troppo innocuo per trasformarsi in illecito, sentenziano.
Del resto, come diceva Leo Longanesi, sul tricolore andrebbe stampato il motto nazionale: «Tengo famiglia». Nessuno lo sa meglio degli ormai mitologici baroni universitari. Due mesi fa viene condannato a cinque anni Francesco Basile, ex rettore a Catania. In un’intercettazione, esplicita la filosofia accademica etnea sui concorsi: «Ne ho uno al giorno che viene per un problema di parentela… Alla fine, qua siamo tutti parenti. L’università nasce su una base cittadina abbastanza ristretta: una specie di élite culturale, perché sono sempre quelle le famiglie». Lui esemplifica: inarrivabile accademico il padre, chiarissimi ordinari i tre figlioli. Mentre a Perugia lo scorso gennaio vengono rinviati a giudizio, con l’accusa di concorsi truccati e spintarelle varie, l’ex rettrice dell’Università per stranieri di Perugia, Giuliana Grego Bolli, e altri tre docenti.
Meritocrazia calpestata: dai bandi di Bologna ai sosia in Polizia
Nemmeno la gloriosa università di Bologna viene risparmiata. Dopo la denuncia di un’aspirante ricercatrice, adesso si vede costretta a indire un nuovo bando. La pretendente sconfitta vanta: dottorato, specializzazione, quattro incarichi di insegnamento e diciannove pubblicazioni scientifiche. Eppure è superata da una neolaureata che aveva fatto la tesi con la presidente della commissione. A Verona invece il figlio dell’ex rettore, Riccardo Nocini, ha sbaragliato tutti: ordinario in otorinolaringoiatria a trentatré anni, duecentoquaranta pubblicazioni in sette anni, unico candidato di un concorso pubblicato tre giorni dopo la fine del mandato paterno. Lo scorso gennaio, però, il bando viene annullato. Ed è rimossa la targa che troneggiava sul «PalaNocini»: un edificio di Biologia pomposamente intitolato all’indimenticato genitore, Pier Francesco.
In onore del compianto Remo Gaspari, potentissimo ministro abruzzese della Dc, volevano invece erigere una statua nella sua Gissi. Quando era ministro delle Telecomunicazioni, pare che riuscì a sistemare frotte di compaesani negli uffici postali di mezza Italia. L’amatissimo «Zio Remo», come lo chiamavano i compaesani, in una delle sue ultime interviste spiegò: «Lo facevo per scopi caritatevoli, senza mai nessun guadagno». Non fu certo il solo. Dagli archivi della Prima repubblica, sono emerse le accorate lettere dei vecchi e solerti leader. «Il signor Paolo M., da Latina, ha in corso presso codesto ente una domanda di assunzione. È possibile accontentarlo?» scriveva Giulio Andreotti. «Ti unisco l’appunto relativo al signor Ignazio S. e ti prego di un particolare interessamento in suo favore», dettagliava Oscar Luigi Scalfaro. Per arrivare al medico che ambisce a diventare primario di Urologia al Gemelli. Al telefono arriva a fingersi il presidente della Repubblica: «Pronto, sono Sergio Mattarella, vorrei segnalarvi mio nipote…». Allega al curriculum perfino una falsa lettera di raccomandazione, con tanto di sigillo farlocco del Quirinale.
Lo scorso dicembre scoppia invece la concorsopoli nella polizia. I limiti fisici di alcuni aspiranti vice ispettori sarebbero stati superati da visite e test compiacenti. Come il candidato in sovrappeso. O quello troppo basso. E l’altro ancora con insuperabili problemi alla schiena. Ma anche pienotti, bassini e sciancati avrebbero avuto il miracolo. Del resto, un’inchiesta della procura di Benevento ha già svelato che ogni impedimento fisico può essere agevolmente rimosso. Polizia, Guardia di finanza, Vigili del fuoco: bastano i giusti appoggi e un robusto incentivo economico. Giovanotti con gravi problemi cardiaci, aspiranti con la bilirubina alle stelle, ragazzi con il varicocele. Nei casi più disperati, si sarebbero sostituiti i debilitati aspiranti con baldi sosia, capaci di superare agevolmente le prove atletiche. Persino chi aveva conti in sospeso con la giustizia poteva tornare a sperare. Tutti abili e arruolati. Adesso il giudice dovrà decidere sulla sorte dei centotredici indagati.
In Sicilia l’ultima roboante inchiesta su supposti favoritismi nella sanità ha coinvolto pure Totò Cuffaro, già intento a far rinascere la vecchia Dc con un certo successo. A una candidata per il concorso a operatore sanitario di Villa Sofia, a Palermo, l’ex governatore spiega: «Qua ci sono gli argomenti. In ogni busta ci saranno tre di questi…». Rassicura: «Quattro fesserie sono, però te le devi studiare tutte…». Ma davanti ai carabinieri, il devotissimo Totò poi ammette: «Ho fatto una minchiata». Anche i santi in paradiso, talvolta, si pentono dei loro acclamati miracoli.
