Quasi quindici miliardi di spese genericamente militari: a tanto ammonterebbe l’impegno italiano per aderire alla nuova narrazione europeista all’insegna della difesa comune urgente, per le bizze di Trump rispetto alla Nato e per le “mire” di Putin, i cui artigli potrebbero affondare nella carne viva dell’Europa dell’Est.
Non aprirò in questa sede il dibattito su entrambi i temi, mi basta dire che: 1) da qualche decennio l’America si lamenta perché l’Europa “scrocca” la copertura Nato, ma non per questo gli Usa usciranno dall’Alleanza (per l’industria statunitense non avere le commesse sarebbe un colpo); 2) Putin è già troppo esposto in Ucraina per aprire altri fronti e comunque la partita del Cremlino è un po’ più articolata di come la rappresentiamo.
Detto questo, proviamo a concentrarci su alcuni aspetti che riguardano l’Europa a trazione militare. Innanzitutto l’Ue arriva a tal punto dopo decenni e decenni di narrazione pacifista e demilitarizzata, di cui il punto più alto è stato: «Grazie all’euro non ci saranno più guerre». Ucraina e Gaza, cioé dorsale Est Europa e Mediterraneo, rivelano il deficit politico europeo. Passiamo oltre. Dicono: Putin è un pericoloso dittatore che minaccia noi, non solo l’Ucraina; quindi dobbiamo difenderci. Pazienza se per anni e anni con questo signore (che non aveva mai nascosto le proprie mire sulla Grande Russia e l’irritazione per il posizionamento Nato a ridosso dei suoi confini) abbiamo fatto affari d’oro in nome del gas e del petrolio.
Ora però è tempo di armarci e di fare l’esercito europeo. Dicono: siamo in ritardo. Ma non aggiungono che se finora l’esercito europeo non si è fatto, è stato perché Francia e Germania non si erano messe d’accordo su come spartirsi la torta, dai carri armati ai caccia. L’esercito europeo non c’è, ma la Commissione darà la possibilità ai singoli Stati di indebitarsi a condizioni di favore per comprare armi e… dintorni. Il che è il più colossale controsenso o fallimento dell’Unione: non avevano detto che l’Europa unita era urgente per sconfiggere i pruriti dei nazionalismi e dei sovranismi? E che dovevamo superare gli Stati nazionali “colpevoli” delle guerre del Novecento? Ecco, ora la Commissione dice a quegli stessi Stati: spendete in armi, garantiamo noi. Così, lo Stato per paura del quale si accelerò con la moneta unica e tutto il resto è quello che (riunito) si arma di più.
Riannodiamo i fili, dunque. L’Italia sta ragionando se utilizzare i finanziamenti del SAFE: 14,9 miliardi. Il ministro della Difesa Crosetto parla di «armi come medicine» (espressione assai infelice) e ricorda che il regolamento SAFE fissa un vincolo preciso sulla «provenienza europea»: almeno il 65% dei componenti di ogni sistema d’arma acquistato con questi prestiti deve provenire dall’Unione europea, dallo Spazio economico europeo/EFTA o dall’Ucraina (che nel frattempo, coi nostri soldi, abbiamo fatto diventare player mondiale di droni… Pensate al controsenso: paghiamo la Russia per avere gas e diamo soldi all’Ucraina per difendersi dalla Russia), mentre il restante 35% può arrivare da fornitori extra-UE. Ovviamente è noto che il Made in Ue militare dipende parecchio da componenti essenziali (semiconduttori avanzati, terre rare, sensori di fascia alta) appannaggio quasi esclusivo di Usa, Cina e Taiwan.
Ultimo punto. C’era bisogno di una ulteriore accelerazione delle spese militari? No. L’esborso militare del continente ha già superato gli 864 miliardi di dollari. Sommando i 27 Stati Ue, l’ammontare risulta nell’ordine di 455-465 miliardi di dollari, in salita dai 370 miliardi del 2024. La Germania è oggi il primo Paese europeo e il quarto al mondo, con 113,6 miliardi di dollari (+23,9%), davanti a Regno Unito e Francia; la Polonia, quattordicesima nel mondo, è cresciuta del 23% arrivando a 46,8 miliardi. L’Italia ha aumentato la spesa militare del 20%, toccando 48,1 miliardi di dollari, dodicesima nel mondo. Tanto per dire, la Russia ha investito 190 miliardi di dollari nel 2025 (+5,9%), pari al 7,5% del Pil e – in termini aggregati – la spesa Ue resta oltre due volte quella russa, con un rapporto di circa 2,4 a 1.
Un’ultima considerazione: i recenti conflitti in Ucraina, a Gaza e in Iran stanno dimostrando che le guerre non risolvono nulla, che non ci sono vincitori e non portano alcun “miglioramento” delle situazioni per cui si sono innescate. Dunque la morale è quella di Alberto Sordi: finché c’è guerra, c’è speranza. Per i venditori di armi.
