Pochi lo ricordano, ma in Italia il papà delle primarie si chiama Romano Prodi, lo stesso che pochi giorni fa le ha liquidate in maniera sprezzante, dicendo che sono un ottimo modo per perdere la partita e per finire come gli Azzurri contro la Bosnia. Curioso: fino a ieri la sinistra riteneva che votare ai gazebo il candidato premier delle prossime elezioni fosse un rito propiziatorio, un’adunata di popolo altamente democratica.
Il 16 ottobre del 2005, quando l’ex presidente dell’Iri scese in campo per guidare l’Ulivo, sfidando altri sei concorrenti, i votanti furono quasi 4 milioni e mezzo e il 74 per cento sulla scheda appose il nome del Professore che, da solo, incassò 3 milioni 182 mila voti, staccando Fausto Bertinotti, Clemente Mastella, Antonio Di Pietro, Alfonso Pecoraro Scanio, Simona Panzino e Ivan Scalfarotto.
Il declino numerico di un rito collettivo
Militanti e banchieri (tra questi l’allora amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo) fecero una lunga fila, versando pure un euro a sostegno della futura campagna elettorale. Da allora, il rito è però diventato sempre più stanco e meno partecipato. Certo, da primarie di coalizione si sono trasformate nel voto per scegliere il candidato premier del Pd ma, già nel 2007, con Walter Veltroni, l’affluenza rispetto a due anni prima era scesa di un milione, e dire che gli avversari dell’ex sindaco di Roma erano Rosy Bindi ed Enrico Letta.
Con Pier Luigi Bersani, sfidato da Dario Franceschini e Ignazio Marino, con Matteo Renzi contro Gianni Cuperlo e Pippo Civati, con Nicola Zingaretti che era insidiato da Maurizio Martina, il crollo è stato poi continuo, arrivando a poco più di un milione e mezzo di elettori. Infine, quando si è trattato di scegliere fra Stefano Bonaccini ed Elly Schlein, ai gazebo si è recato appena un milione di votanti. I numeri, credo, spieghino più di ogni altra considerazione il fallimento di un sistema e soprattutto la distanza che ormai esiste fra candidati e popolo.
La partecipazione popolare e il nodo della società civile
Se le primarie puntavano al coinvolgimento non soltanto dei militanti, ma anche della cosiddetta società civile nella scelta di chi debba guidare il governo (ma anche una città o una Regione), l’affluenza degli ultimi vent’anni dimostra che la maggior parte degli elettori della sinistra non pare interessata alla consultazione popolare. Infatti, basta confrontare i 14 milioni di italiani che hanno votato No al referendum sulla giustizia con il milione delle ultime primarie dem, per capire che la scelta del candidato premier del Partito democratico e, più in generale, del centrosinistra non è cosa che susciti uno straordinario interesse fra gli elettori che guardano all’opposizione.
Ma oltre a questo, la scarsa affluenza alle primarie porta anche a riflettere sulla manovrabilità del risultato. Ricordate quando fu eletta Schlein? Il voto degli iscritti al Pd premiò Stefano Bonaccini, il quale, rispetto alla sua vice (all’epoca la segretaria faceva parte della giunta regionale dell’Emilia-Romagna), era certo più organico al partito, mentre Elly per un certo periodo si era pure vantata di non avere la tessera.
Il paradosso delle primarie aperte e il futuro della coalizione
Eppure, quando il voto fu aperto a tutti, cioè anche a chi magari non aveva mai visto una sezione del Pd, il risultato venne ribaltato. Con una certa preveggenza, i vecchi militanti avevano intravisto il pericolo delle primarie aperte. Non si trattava di elezioni inquinate ma, di certo, condizionate, perché anche agli elettori dei 5 stelle, di Avs e pure, volendo, del centrodestra, paradossalmente era consentito determinare il prossimo segretario.
Una scelta paragonabile a quella di una società quotata che per decidere l’amministratore delegato non si rivolge solo agli azionisti, ma anche a chiunque abbia voglia di dire la sua. Si spiega, così, il de profundis per le primarie pronunciato dal loro inventore. Romano Prodi, infatti, sa bene che in una sfida fra Schlein e Conte a vincere sarebbe il secondo, il quale, pur contando sui voti di un partito che ha almeno dieci punti di distacco dal Pd, si ritroverebbe alla guida della coalizione. Una follia? Sì, ma a sinistra in fatto di follie sono maestri.
Del resto basta osservare come sono finiti i governi Prodi e pure quelli guidati da Letta, Renzi e Gentiloni: nessuno è mai durato un’intera legislatura. Insomma, Mortadella ha ragione: se la sinistra decidesse ora chi deve fare il premier, finirebbe come Italia-Bosnia. Cioè con l’eliminazione.
