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L’ubriacatura dei piddini per Pedro, Pedro, Pe

L’ubriacatura dei piddini per Pedro, Pedro, Pe
Spain’s Prime Minister Pedro Sanchez applauds during the Spanish Socialists Party (PSOE) closing campaign rally for Andalusia regional elections in Seville, May 15, 2026. The Socialists of Prime Minister Pedro Sanchez face a key electoral challenge May 17, 2026 in Andalusia, Spain’s most populous region, following a string of defeats to the right wing a year before the general election. (Photo by CRISTINA QUICLER / AFP via Getty Images)

Lo spagnolo Sánchez incarna tutti i motivi per i quali, Schlein e soci, pretendono le dimissioni della Meloni. Ma, con lui di mezzo, i dem perdono la (poca) lucidità

C’era una volta un mito. Si chiamava Pedro. Pedro Sánchez. Nel 2023 riuscì a rimanere al governo pur perdendo le elezioni e, forse per quello, al Pd lo riconobbero come loro maestro. I dem pensavano di essere i più bravi d’Europa a governare senza i voti ma, dopo aver visto Pedro, pensarono che da lui c’era qualcosa da imparare. Anche perché Pedro, per ottenere in Parlamento il consenso che non aveva nel Paese, fece un accordo con il diavolo, che in Spagna non vesta Prada, ma l’indipendentismo. Catalani e baschi, anche i più estremisti, sostennero infatti il nuovo leader della sinistra. E nella sede del Pd ammirarono sinceramente tanta spregiudicatezza. «Noi al massimo siamo capaci di accordarci con Renzi e Fratoianni», commentarono un po’ invidiosi. L’amore era sbocciato.

Del resto quell’amore si fonda su solide radici. Pedro infatti è il figliolo politico di José Luis. Viva Zapatero, ricordate? Un mito tira l’altro, a sinistra funziona così: la passione si tramanda da papa straniero a papa straniero, vagando per l’intero globo terracqueo. Ora Blair, ora Obama, ora Clinton, ora Zapatero, ora Sánchez. Tutto va bene pur di non guardare quello che succede a Roccadipapa o Cinisello Balsamo, che altrimenti a sinistra vengono le vertigini. Così a casa Pd dopo lo zapaterismo, è scoppiata la Sanchezmania. E Pedro è diventato mito, oltre che parola magica di ogni talk show. Da quel momento, infatti, l’hanno ripetuto a pappagallo: il problema dell’energia? Facciamo come Pedro. Il lavoro? Facciamo come Pedro. La politica estera? Facciamo come Pedro. Le elezioni? Beh, insomma, ci pensiamo.

Le elezioni regionali, in effetti, dal 2023 Pedro le ha perse tutte. Ogni volta che si è presentato alle urne (dalla Castiglia all’Andalusia) è stato preso a bastonate dagli spagnoli. Che devono essere proprio dei fessi per non votare un premier così amato dal Pd. Che importa? Elly Schlein stravede per lui, a tal punto che – quando lo incontra – si dimentica di chiedere come fa a rimanere al potere anche contro la volontà dei propri concittadini, cosa che potrebbe pur sempre risultare utile, viste le abitudini della casa. E si dimentica pure di chiedere come fa ad essere un modello per la gestione dell’economia pur non presentando una legge di bilancio da tre anni. Roba che, se lo facesse il ministro Giorgetti, Peppe Provenzano e Marco Furfaro avrebbero già occupato il Parlamento.

Ma che ci volete fare? L’amore è amore, e il mito è mito. Nei giorni scorsi , quando Sánchez è arrivato a Roma, ha trovato Elly lì, pronta ad accoglierlo a braccia aperte. Peccato che nel mentre, a Madrid, gli agenti della Guardia Civil siano entrati nella sede del Partito socialista, di cui Pedro è leader, per perquisirla: cercavano documenti sulle presunte trame contro i giudici in cui sarebbero coinvolti i principali collaboratori del leader. Il quale a oggi si trova in piena tempesta giudiziaria: il suo ex braccio destro è indagato; la moglie sotto processo (corruzione, malversazione, traffico d’influenze e appropriazione indebita); il fratello minore pure (abuso d’ufficio, traffico d’influenze, malversazione); la sua rete dei collaboratori azzerata e il suo padrino politico (per l’appunto Zapatero) travolto dagli scandali. Eppure niente di tutto ciò ha scosso l’amore cieco della sinistra italiana, pronta a sottoscrivere le spiegazioni dei Sánchez-sorcini: «C’è un complotto dei giudici. È giustizia a orologeria. I magistrati ce l’hanno col governo». «Queste giustificazioni mi sembra di averle già sentite da qualcuno», pare abbia detto Elly. Ma non ha saputo dire chi fosse quel qualcuno.

Potenza dell’amore. Potenza davvero straordinaria. Pensateci: c’è un leader che perde le elezioni, non ha più alcun contatto con il Paese, viene contestato dalle piazze, è travolto dagli scandali, abbandonato da tutti, ormai incapace di governare, epperò rimane lì, abbarbicato al potere, asserragliato nel Palazzo, attaccato alla poltrona come cozza allo scoglio. Ma (ed è questa la meraviglia) per il Pd resta un modello. Un esempio. Il faro da seguire. Non fanno altro che ammirarlo, applaudirlo, incensarlo, senza mai nessun dubbio, senza nessuna esitazione. Sempre. 24 ore su 24. Tranne quando s’interrompono un attimo per chiedere le dimissioni. Della Meloni, però.

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