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Le mille vite di quel giramondo di Sodoma

Le mille vite di quel giramondo di Sodoma

Uno dei più grandi eccentrici della sua epoca, Giovanni Bazzi s’è goduto un soprannome unico nella storia del rinascimento

Quante vite artistiche concentrate nella vicenda del più giramondo e multiforme pittore piemontese del Rinascimento, il vercellese di nascita Giovanni Antonio Bazzi detto Sodoma (1477 – 1549), alla cui prima carriera specialmente la Fondazione Accorsi-Ometto di Torino dedica una mostra monografica fra le più invitanti dell’estate, comprendente una cinquantina di opere anche di altri artisti coevi (a cura di Serena D’Italia, Luca Mana e Vittorio Natale, fino al 6 settembre).

Un soprannome, quello del Sodoma, che non ha lasciato indifferenti i posteri, dovuto al vizio sessuale per il maligno Vasari, a macariesche – nel senso del comico torinese Erminio Macario, assai in voga ai tempi di mio padre – contorsioni dal dialetto piemontese (“su, andùma!”) per il novecentesco Enzo Carli, ma di cui l’interessato, ricordato dai suoi contemporanei per l’inclinazione allo scherzo, non si vergognava affatto. Allievo fra Vercelli e Casale di Martino Spanzotti, avveduto mediatore locale fra le influenze fiammingo-provenzali, lombarde e ferraresi, Sodoma si trasferisce alla fine del Quattrocento nella Milano di Leonardo e i suoi, trovandovi un osservatorio propizio da cui informarsi sugli sviluppi del Rinascimento nazionale più di quanto non avrebbe mai potuto fare in Piemonte. Malgrado la pertinenza dell’accostamento con una placchetta dorata di Galeazzo Moderno, la Pietà dell’Arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto a Roma, dove Sodoma giunge una prima volta nel 1497, è opera che nel rilasciamento del corpo inanime, attorniato da angeli uno dei quali col tipico sorriso leonardesco, non potrebbe fare a meno di riportare alla mente la Pietà berlinese di Giovanni Bellini.

Lo studio della congiunzione fra Bellini e Mantegna è forse alla base anche del Compianto sul Cristo morto in cui Sodoma si confronta col celebre “scurto” di Brera senza peraltro avvicinarsi al suo virtuosismo prospettico, dato che il cadavere pare quello di un nano in confronto alle dimensioni degli astanti. Lo “scurto” potrebbe essere stato conosciuto dal Sodoma direttamente a Mantova, di cui conosceva, come dimostra negli ancora incerti affreschi della chiesa di San Francesco a Subiaco, anche l’oculo illusionistico della Camera picta a Palazzo Ducale. Nel frattempo la cacciata di Ludovico il Moro da parte dei francesi aveva convinto Leonardo e sodali a cambiare aria. Ecco quindi Sodoma trasferirsi in tutt’altra Italia, in una Siena che era stata scalzata dalla Firenze rinascimentale anche nell’arte, ma che il Nostro concorre a rilanciare nel più illuminato, camaleontico degli stili umbro-toscani, per quanto non dimentico di schiettezze espressive, più in linea col gusto del Nord Italia, che lo sfumato sa alleggerire nella giusta dose. Il Sodoma di questa prima stagione senese è da cercare fuori dai musei, visto che si cimenta con la più virile delle pitture, l’affresco, in prove che dal 1503 lo vedono destreggiarsi nel monastero di Sant’Anna a Camprena, presso Pienza, citando le rimanenze archeologiche romane come attestato di cultura antiquaria mentre rimanda al paradigma pittorico che tra Firenze e Roma sta più incidendo, quello del Perugino; poi, dal 1505, nel superbo ciclo benedettino dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore, presso Asciano, in cui, subentrando a un maestro del calibro di Luca Signorelli, mostra tutta la sua conseguita maturità nel coniugare le precedenti ascendenze leonardesche con l’appendice del peruginismo affermatasi maggiormente a Siena, la serena, aurea eleganza di Pinturicchio che già il nuovo corso raffaellesco, chissà se intuito dal Bazzi fin da questo periodo, stava scavalcando in nome di un ideale artistico più compiuto.

Nessun artista, nella Siena dei primi del Cinquecento, avrebbe potuto prescindere dall’eccellenza di quanto dipinto a Asciano. Ma Sodoma, che pure a Siena mette famiglia, sta già puntando alla città che i papi hanno reso santa anche nell’arte, bene inserendosi fra gli altri senesi – i Chigi, i mecenati più munifici; Baldassarre Peruzzi, universal artista come pochi altri – che da quelle parti stavano lasciando il segno. È un momento decisivo per il suo successo che lo vede affermarsi come frescante di grottesche e altre decorazioni all’antica nella Stanza della Segnatura in Vaticano, dove peraltro è costretto a chinare presto la testa davanti al nuovo pupillo di papa Giulio II e del ricchissimo banchiere “di Dio” Agostino Chigi, Raffaello, a cui seguono, dopo un’insoddisfacente trasferta fiorentina, le più impegnative, strabocchevoli Storie di Alessandro alla Farnesina, la villa di Agostino nata per essere la più sfarzosa di Roma.

Sulla scia di Raffaello, Sodoma recupera un certo senso settentrionale della plasticità, malgrado mantenga sempre dietro l’angolo la tentazione per il sovrabbondante, sacrificando le leziosità pinturicchiesche senza troppo patire, con gli antichi aloni spanzottiani e le grazie leonardesche che mostrano di raccogliere il nuovo clima classicista imposto dal Sanzio (Sacra Famiglia del Museo Borgogna a Vercelli, c.1511). Nel contempo, però, non rinuncia al guizzo lussureggiante di chi si sente libero di cavare dal cappello divagazioni anche di pagana sensualità che precorrono il Manierismo, come capita nella più spigliata che integerrima Lucrezia dalla Galleria Sabauda (c. 1516), soggetto che gli fa conseguire la nomina a cavaliere per iniziativa del nuovo pontefice Leone X. Anticipando le morti di Raffaello e Agostino, avvenute nel giro di cinque giorni l’una dall’altra chiudendo un’epoca, Sodoma si risistema nella sua Siena dove avrebbe risieduto fino all’ultimo continuando a dedicarsi intensamente nella specialità della casa, affrescando dall’Oratorio di San Bernardino al ciclo cateriniano in San Domenico, dal Palazzo Pubblico, dove lavora a più riprese, alla Cappella Spagnola in Santo Spirito.

Sempre con una spregiudicatezza quanto mai manierista, guascona anche quando l’età avanza inesorabilmente, di chi tutto sa maneggiare con robustezza senza mai pesare troppo pure quando se ne corre il rischio. Pare di vederlo in faccia, lui che a Asciano si era voluto ritrarre come un benestante fanfarone, e poi nelle fattezze ebraizzate, per quanto nobilmente michelangiolesche, del più infame degli uomini, Giuda, guardandoci splendidamente, in un’espressione fra il canzonatorio e il rassegnato, dal disastrato Cenacolo della chiesa fiorentina di San Bartolomeo a Monteoliveto (1515-16 ca.), secondo Vasari «uccellato e fatto beffe delle sue pazzie» per via di presunte insufficienze di studio. Se questa è pazzia, appartiene solo all’arte migliore.

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