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Le leggi deve farle il parlamento (e basta)

Le leggi deve farle il parlamento (e basta)

Samuel Alito denuncia la deriva della democrazia americana. Una critica che si riflette anche su Italia ed Europa, dove i Parlamenti contano sempre meno

Credo che la maggioranza degli italiani non sappia chi sia Samuel Alito. È un giudice della Corte suprema americana di origine italiana. Nominato vent’anni fa da George W. Bush, ha fama di essere un conservatore. Intervistato prima di Natale dal Corriere della Sera a proposito dei conflitti istituzionali che si sono scatenati con la nuova presidenza Trump (il Congresso e molti tribunali contestano le decisioni prese dall’inquilino della Casa Bianca, accusandolo di autoritarismo), Alito ha chiarito il ruolo della Corte in una situazione così complessa, che vede per la prima volta in discussione i principi di una democrazia che, proprio quest’anno, si appresta a celebrare il suo 250° anniversario.

L’intervista è molto interessante, perché il giudice mette in luce una degenerazione del sistema, partendo dalla discussa decisione sull’aborto. Con una sentenza che ha ribaltato un orientamento precedente, la Corte ha stabilito che la Costituzione sull’interruzione di gravidanza è neutrale. Tocca al Congresso o ai singoli Stati legiferare in materia. Alito, in pratica, rilancia il ruolo del Parlamento, spiegando che quanti, nel mondo, hanno criticato la sentenza non hanno letto che cosa ha deciso la Corte suprema: «Prendete l’ex premier Boris Johnson. In Gran Bretagna la legge sull’aborto è stata approvata dal Parlamento ed è quanto stabilisce il nostro pronunciamento sul caso Dobbs: le norme sull’aborto devono essere varate da membri eletti dall’organo legislativo, come accade in Francia. Dunque, ci hanno criticato per aver adottato norme in vigore nei loro Paesi».

Il giudice, che è tra quelli con la maggior esperienza all’interno della Corte suprema, si è però spinto anche a criticare il sistema che vede il Parlamento delegare all’esecutivo le proprie funzioni: «La Costituzione prevede un equilibrio tra poteri e che le leggi siano fatte dal Congresso, cioè dai rappresentanti eletti dal popolo. Quel che è successo nel corso del XX secolo è che il Parlamento ha delegato l’autorità all’esecutivo. E ora, a causa della polarizzazione del Paese, per il Congresso è quasi impossibile approvare le leggi. Come risultato, le agenzie dell’esecutivo fanno gran parte delle norme. E negli ultimi dieci anni abbiamo visto una crescente tendenza dei presidenti a usare sempre di più il proprio potere o quello che credono sia il proprio potere». Con chi ce l’ha Alito? Con Trump? Non solo. Infatti ricorda che, nel 2014, quando i democratici persero il controllo del Congresso, Obama disse: «Ok, ma ho la penna e il telefono». Cioè, posso firmare e disporre ordini esecutivi, scavalcando il Parlamento. Da allora la Casa Bianca ha iniziato a governare così, aggirando il Congresso. Dopo Obama, Trump e, dopo di lui, Biden. Il quale, spiega Alito, prese decisioni di grande peso proprio in questo modo.

Vi state chiedendo perché vi ho riproposto alcuni brani dell’intervista del giudice di una Corte suprema che non è la nostra? Il motivo è che la malattia di cui secondo Alito è affetta la democrazia americana ha colpito anche il nostro Paese e, più in generale, l’Europa. Non sono i parlamenti a fare le leggi. Cioè non sono i rappresentanti del popolo a decidere se varare una legge o un’altra: sono le istituzioni, i funzionari, le agenzie, persone che non sono espressione degli elettori. I burocrati dei ministeri si sostituiscono alle Camere, dettando le norme. Lo stesso fanno quelli di Bruxelles. Per non parlare della magistratura, che ritiene di avere il diritto di disapplicarle in quanto in conflitto con altre superiori adottate in Europa. Poi c’è il capo dello Stato, le cui funzioni – da quelle inizialmente riconosciute dalla Costituzione – sono man mano esondate, fino a invadere quelle del Parlamento e dell’esecutivo. Mettete a confronto i principi enunciati da Alito, a proposito della Corte suprema che non deve sostituirsi al Congresso e ai singoli Stati sentenziando in materia di aborto, con quelli adottati dalla nostra Corte costituzionale, che ha ordinato al Parlamento di approvare una legge sul fine vita, dettando addirittura i tempi, e legittimato lo stato di emergenza e il green pass. Poi ditemi se ciò che sostiene il giudice della Corte suprema sulla qualità della democrazia americana non si adatti anche a noi. La Carta su cui si fonda la nostra Repubblica dice che il popolo è sovrano ed esercita il proprio potere nei limiti stabiliti dalla Costituzione, cioè attraverso il Parlamento. Ma le Camere, che rappresentano i cittadini-elettori, sono state via via espropriate da istituzioni, agenzie e funzionari non scelti dagli elettori, bensì nominati dall’alto. Dai giudici che vogliono decidere quali leggi siano da applicare e quali da respingere, dalla presidenza della Repubblica trasformata in una specie di monarchia, dalla Ue che, pur non avendo una Costituzione, pretende di imporre regole e principi dettati da burocrati, per finire alla Consulta, dove ex politici trasformati in magistrati decidono di cambiare le leggi del Parlamento. Ecco, se c’è un’involuzione del sistema democratico, noi, e non gli Stati Uniti, ne siamo un esempio.

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