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La “grande recita” ci ha stufati: il teatro delle maschere del potere

La “grande recita” ci ha stufati: il teatro delle maschere del potere

Ora che si avvicina il Carnevale, con tutte le sue maschere, sale forte l’impulso di chiedere a chi ci governa di fare cadere la propria. Basta con i discorsi di convenienza, con le pose, con le ipocrite messinscene: il re, ormai, è nudo

Qual è il sentimento o la sensazione prevalente in questo momento storico e politico, tra la gente, nei rapporti tra pubblico e privato, nella considerazione di chi ha ruoli pubblici e sostiene questioni di interesse generale? La percezione più diffusa, anche se spesso implicita e inconsapevole, è che ci troviamo davanti o dentro una Grande Recita, col suo gergo e le sue pose. Ciascuno recita una parte, dice le cose prevedibili e scontate conformi al suo ruolo, mai sorprende dicendo qualcosa di diverso dal cliché e dalla maschera che indossa. E il Carnevale che ora sopraggiunge è il momento adatto per denunciare questo teatrino permanente di maschere.

Partecipiamo o assistiamo a una performance in cui la realtà, la verità, l’autenticità, la storia non contano affatto; si recita una parte assegnata o ambita, si usa un lessico precotto e falso, una storia alterata e addomesticata, si dicono certe cose e se ne omettono delle altre perché così conviene. Non solo nel senso becero della convenienza, ma anche nel senso ipocrita della convenzione, delle buone maniere, delle opportunità di rango. Recitano i leader politici e i loro peones, recitano gli opinion makers e in generale chi appare nei media, recitano gli intellettuali e le figure pubbliche di ogni tipo. Inclusi prelati e magistrati. Chiunque salga su un palcoscenico, cioè chiunque parli oltre l’ambito strettamente privato, deve assumere una postura, una movenza, un linguaggio che non corrispondono a ciò che realmente è, pensa o vuole, ma a ciò che è richiesto in quel momento nella sua posizione. Non esprimono davvero ciò che credono e che pensano ma si attengono a un canone, a una serie di precauzioni, attenti a non urtare le suscettibilità protette, a non toccare qualche punto delicato; sostengono tesi funzionali al momento, in grado di generare minimi profitti o quantomeno di accedere a una soglia di comune accettabilità. Sono situazionisti, dicono le cose in base alle condizioni di luogo, di tempo e i margini di profitto che si possono ricavare dal dirlo. Ma sempre dentro la loro uniforme o livrea. Una tesi sposata ieri viene capovolta oggi perché ora la sostiene il tuo avversario, in una spregiudicata guerra di posizioni. L’identità, l’eredità e la propria storia vengono velocemente accantonate, abiurate o capovolte, perché è più utile così.

In questo modo, di fronte a poco credibili riconversioni viene spontaneo osservare: ma perché non l’hai detto prima che la pensavi in questo modo, perché ci hai messo così tanto e lo dici solo ora perché hai raggiunto quella posizione di potere, perché hai illuso tanti se tu non ci credevi a quel che dicevi?

Esempi presenti se ne potrebbero fare tanti, dai capovolgimenti in tema di giustizia e separazioni delle carriere, al fascismo e all’antisemitismo, dalle alleanze e tensioni internazionali ai temi della sicurezza e della famiglia. Recita la Meloni, anche se appare verace, e recitano i suoi alleati e sottoposti, anche ai vertici delle istituzioni; recitano Conte e la Schlein, i loro affiliati e tanti personaggi pubblici che sfilano nei media. Recitano gli intellettuali e non osano oltrepassare i pregiudizi dominanti ma si attengono ad essi, non mettono in discussione ciò che pone a rischio il loro ruolo ma dicono solo ciò che lo consolida all’interno di un habitat, di un potere costituito. I più accorti usano quello che Theodor Adorno chiamava il “gergo dell’autenticità”; è un gergo che simula la veracità ma è intimamente falso e bugiardo.

Un tempo c’era una professione addetta esplicitamente a questa mansione: l’avvocato sposava la causa di cui era stato incaricato, poteva intimamente non crederci o non credere al suo assistito, ma il suo lavoro lo portava a difenderlo e ad abbracciare tesi conseguenti nelle sedi forensi: ora quella professione si è estesa pressoché universalmente, risponde solo alla parcella e non ai veri convincimenti. L’idola fori, di cui parlava Bacone, coincide con l’idola tribus e l’idola theatri. Gli idoli sono i pregiudizi o le forme lessicali adottati per assumere o mantenere un ruolo. Il codice woke, il politically correct sono la riedizione aggiornata di questi pensieri fittizi e prefabbricati; anche quel linguaggio rientra nella Grande Recita.

Ai tempi di Marx e di Nietzsche, due grandi smascheratori, i portatori di ipocrisia e di bigottismo erano chiamati filistei; ma erano un ceto di chierici, di eruditi o apparentemente tali, magari di professori, comunque di borghesi benestanti; oggi la loro recitazione è un requisito richiesto a chiunque si affacci sul palcoscenico del potere e delle relazioni pubbliche. Non c’è dichiarazione politica che abbia qualche attinenza con l’identità, la verità storica e l’autenticità delle passioni e delle convinzioni; tutto è ridotto a tattica e risultati, necessità di compiacere anche a costo di nascondere e perseguire finalità pratiche.

Uno degli effetti più gravi che questa recitazione produce nella gente è la diffidenza diffusa e dunque la sfiducia generale. E la sua diretta conseguenza è l’astensione dal voto, la disaffezione verso le istituzioni, il crollo di credibilità delle classi dirigenti – politici, governanti, magistrati, vescovi, comunicatori…

Il pubblico dovrebbe dimostrare ancora più apertamente segni di insofferenza per questa recitazione continua. Non siamo scemi e non siamo bambini. Risparmiateci almeno l’ipocrisia o diserteremo sempre di più i vostri teatrini.

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