Le 624 strutture pubbliche che dovrebbero favorire l’occupazione funzionano poco e male. Meno di un terzo delle persone che vi si sono rivolte ha ricevuto una chiamata. I problemi? Ritardi burocratici, carenza di personale nonostante gli investimenti fatti, mancato coordinamento. E, dati alla mano, il Reddito di cittadinanza non ha aiutato la ricerca di lavoro.
Una cosa è certa di questi tempi in cui la disoccupazione tocca il 10 per cento: per cercare lavoro affidarsi ai centri per l’impiego rappresenta l’ultima spiaggia. A meno che non si punti all’assunzione come impiegati dei centri stessi. Ma anche lì la procedura va avanti a rilento, nonostante la previsione di iniezioni di nuovo personale. Con la scarsa offerta lavorativa che si somma alla difficoltà di coordinamento tra le Regioni, la fotografia della Corte dei conti è impietosa. «Dall’analisi della copiosa documentazione è emerso che gli eterogenei assetti organizzativi provinciali dei Cpi, confluiti all’interno delle reti regionali, presentano profonde differenze, anche dal punto di vista delle dotazioni strumentali e delle risorse umane, che hanno influenzato in modo considerevole i risultati di efficienza gestionale degli interventi resi sui territori locali» scrivono i magistrati contabili. «Nel nostro Paese esistono eterogenei assetti organizzativi, con approcci, metodologie e sistemi informativi diversificati e sovente non dialoganti tra di loro», è la sintesi.
«È mancato il coinvolgimento delle Regioni, ora serve rafforzare il dialogo tra il ministero del Lavoro e l’Anpal, l’agenzia per le politiche dell’occupazione» conferma a Panorama Tiziana Nisini (Lega), sottosegretaria al Lavoro. «Di fatto sono le Regioni ad attuare nel concreto le politiche attive. E su tale punto non è utile un piano unico. Per esempio Veneto e Lombardia viaggiano a una velocità, che magari è troppo differente da altre realtà».
In questo quadro non sorprende quanto sia difficile trovare un lavoro. Nel 2020 «gli iscritti che hanno beneficiato di almeno un intervento sono stati pari a 546.026, soprattutto donne (296.880)» si legge nel corposo documento della Corte dei conti, visionato da Panorama. E questo a fronte di una platea di iscritti di 1 milione e 700 mila persone nelle 624 sedi dislocate sul territorio nazionale (con una maggiore concentrazione al Nord pari al 44 per cento del totale). In soldoni, circa un terzo degli iscritti ha ricevuto una chiamata. In particolare gli interventi sono arrivati per chi ha un titolo di studio fino alla licenza media, 196 mila persone. Appena 41 mila laureati hanno potuto beneficiare, in maniera utile, dei servizi dei centri per l’impiego. La conseguenza logica è una scarsa soddisfazione degli utenti verso il ruolo dell’impiego: secondo gli ultimi dati Anpal più della metà, il 53 per cento, manifesta il proprio malcontento dopo aver avuto contatti con i Cpi.
E dire che i fondi non sono mancati: «Le risorse totali date dei centri per l’impiego è stato di oltre 365 milioni, nel 2020». Oltre 236 milioni sono arrivati direttamente dalle casse statali, solo 57 milioni dalle Regioni, i restanti 73 provengono da altre voci. Quasi la metà delle risorse finisce nelle spese per il personale: «Nel 2020 il costo complessivo nazionale del personale (6.584 unità) ha inciso per il 49,54 per cento sul totale delle risorse nazionali» riporta la relazione. In confronto all’anno precedente questo capitolo è cresciuto di oltre il 2 per cento. Di per sé l’aumento non sarebbe negativo. Il problema è la mancanza di risultati significativi in termini di crescita d’occupazionale.
La responsabilità non è certo dei dipendenti, ma sta a monte. «Il personale dei Cpi oggi svolge un lavoro quasi totalmente burocratico: registra i disoccupati e svolge pratiche amministrative, ma non si occupa di ricercare lavoro per queste persone», spiega Chiara Gribaudo, deputata del Partito democratico in commissione Lavoro. «È necessario un cambio di filosofia, il sistema da passivo deve diventare attivo e prendere in carico il disoccupato. Significa riuscire ad avere un colloquio individuale, verificare le competenze e la disponibilità a imparare, incrociare domanda e offerta agganciandosi a opportunità di formazione e riqualificazione, in collaborazione con le agenzie del lavoro private».
Anche per tale ragione è stata progettata, nel 2019, una grande operazione di assunzioni: l’immissione di forze fresche, di 11 mila unità, per migliorare le performance. E cos’è successo? Nulla. Secondo quanto ha accertato Panorama, fino al 31 giugno sono stati contrattualizzati a malapena un migliaio di persone, andando in ordine sparso. Per rendere l’idea: la Campania, nel 2021, avrebbe dovuto assumere 1.840 unità. Non c’è stata nemmeno un’immissione. Nel Lazio erano attese oltre 1.100 assunzioni, ne sono state portate a compimento 44. La questione non è territoriale: in Lombardia si attendevano altre 1.378 unità, ma sono in corso bandi per appena 24 nuovi dipendenti. E non ci sono prospettive miracolose.
«È un problema che si trascina da tempo, per cui non ci sono bacchette magiche» osserva Tiziano Treu, presidente del Cnel. «Se non è “l’anno zero”, è lo zero virgola cinque. Ora sappiamo come fare, basta guardare al modello francese o a quello tedesco», aggiunge. Ma i tempi non saranno brevi: «Se iniziamo domani, e lavoriamo bene, tra quattro anni riusciamo ad avere un sistema funzionante». Neanche il Reddito di cittadinanza ha dato una mano nella ricerca di un’occupazione. Sono 352.068 i soggetti che hanno avuto un rapporto di lavoro successivo alla domanda del Reddito, ma quelli con un rapporto ancora attivo sono solo 192.851. Meno di un decimo del totale, che è di un milione e 369 mila. E non è il solo problema: c’è la fragilità di questi rapporti lavorativi. «Per quanto attiene alle tipologie contrattuali attivate» sottolinea la Corte dei conti «appare che per il 65 per cento dei soggetti è stato registrato un contratto a tempo determinato, per il 15,4 per cento dei beneficiari un contratto a tempo indeterminato e per il 4,1per cento un contratto di apprendistato».
La durata dei contratti a tempo determinato e di collaborazione è impietosa: quasi il 70 per cento ha sottoscritto un accordo di durata inferiore ai sei mesi. Mentre solo poco più del 9 per cento ha firmato per più di un anno. «Alla base c’è stato l’errore di legare il Reddito di cittadinanza ai centri per l’impiego. Questo meccanismo non ha funzionato» aggiunge Nisini. L’attuale sistema ha infatti una falla. «Secondo il Patto sottoscritto dal percettore del Reddito, dopo tre offerte rifiutate si perde il beneficio. Ma talvolta arrivano offerte direttamente da privati, senza passaggi. E quelle non vengono mappate: servirebbe una piattaforma nazionale per incrociare i dati». Quindi la sottosegretaria indica una possibile soluzione: «Il Reddito va dato solo a chi non può realmente lavorare, non deve essere legato ai centri per l’impiego. Non può essere puro assistenzialismo con un sussidio destinato a chi invece potrebbe cercare un’occupazione».
