Piaccia o meno ma l’intenzione del generale Roberto Vannacci di dar vita a un movimento politico, Futuro Nazionale, va incontro a un reale e diffuso sentire popolare che alberga tra la Lega, Fratelli d’Italia e l’area del non voto. Vannacci in fondo rappresenta con una certa efficacia quei temi e quei valori che oggi una fetta cospicua di cittadini ed elettori avverte come traditi e delusi dal governo in carica. Certo, non tutti i delusi e gli scontenti del governo in carica la pensano come Vannacci, si identificano in lui e si sentirebbero rappresentati da lui; ma una sua discesa in campo, in un momento di stallo politico, è come un sasso gettato nello stagno della politica, e dunque può avere un effetto e cerchi sempre più larghi.
Dall’altra parte il governo deve fare i conti con la realpolitik, il mondo, il contesto, i compromessi e i rapporti di forze e se la sua priorità assoluta è durare, restare in sella, allora ogni altra istanza è secondaria, inclusi i principi e i cavalli di battaglia che fino a ieri erano considerati i loro punti fermi. Normale, fisiologico, che questo accada; ma altrettanto normale, fisiologico, è che l’elettore deluso possa andarsene altrove. Accade da sempre, fin dai tempi della Dc.
Quando, per esempio, la Meloni si spinge sul solito trito tema del nazifascismo denunciando per la prima volta con nettezza la complicità del fascismo nella Shoah sarebbe facile obbiettare: ma perché non lo hai detto prima, perché hai aspettato solo ora per dire questo, se lo pensavi davvero? Ci saremmo risparmiati tanti equivoci e tanti problemi…Ma fino a che stava all’opposizione non aveva necessità di dirlo e nemmeno vantaggio. Oggi, invece, è stabilizzata al governo e ritiene che sia più vantaggioso dirlo rispetto al non dirlo. Prescindo dalla questione se fingeva prima per tenere i suoi fedeli o se finge adesso per acquisire crediti fuori dal suo campo; mi limito solo a considerare l’effetto politico della sua posizione. La verità dei fatti e dei pensieri non conta; conta il risultato che produce. Il regno della politica non è il regno della verità, le cose che si dicono non corrispondono a quelle che si pensano, e nemmeno a quelle che si fanno. Ce lo dice per esempio Hannah Arendt: verità e politica sono in rapporti cattivi e «nessuno che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico e del demagogo, ma anche di quello dello statista» (Verità e politica,1968). È una verità evidente l’assenza di verità in
politica.
Che quell’umore scontento verso il governo Meloni, la Lega e la destra si trasformi in voto per Vannacci non possiamo dirlo, non credo che ci siano da nutrire eccessive aspettative, sia perché ci saranno soglie di sbarramento elettorale che scoraggeranno il proposito, sia perché non conosciamo la credibilità dei ranghi che attornieranno Vannacci; sia perché quel dissenso all’atto pratico si sparpaglia in varie direzioni: c’è chi ormai non va a votare, e sono i più, c’è chi alla fine, sotto il tambureggiare della campagna elettorale e davanti alla possibile vittoria del «nemico» decide, come sempre si è fatto, di turarsi il naso e votare per i governativi, con la filosofia del meno peggio; i restanti invece scommettono sui Vannacci di ieri, di oggi e di domani. Ma quanti ne restano poi veramente? Alla fine, è una questione di quantità e di forza prima che di qualità e di contenuti.
Il simbolo scelto dal nascente movimento è bello e pulito, sembra proiettare l’antica fiaccola dei giovani missini in un design futurista, in una specie di ritorno di gioventù, o come diranno i maligni, in un rigurgito di giovinezza. Al di là delle caricature e delle forzature che ne fanno, Vannacci argomenta in modo efficace, piace a chi deve piacere, ma la sua esperienza passata dimostra che anche le piccole e più agguerrite formazioni non solo alla fine compatte ma esposte al rischio di scissioni e sfilacciamenti. La gara a chi è più puro e più radicale a volte si spinge fino a che si resta soli.
L’idea che qualcuno possa raccogliere la bandiera sovranista, sociale, nazional-europeista senza strappi e giravolte è plausibile; ma la legge inesorabile della politica, soprattutto nei nostri tempi, è che riesci a tener fede a quelle idee se resti marginale, e riesci a tener vivo e unito quel movimento fino a che vinci. Dunque, in prospettiva, devi restare piccolo ma non troppo; se resti troppo piccolo vieni presto spazzato via, se cresci troppo vieni alla fine cooptato nel realismo delle alleanze e appena ti poni l’obbiettivo di diventare condizionante, vieni alla fine condizionato, se non risucchiato nella politica praticona. L’obiettivo dev’essere quello di restare all’opposizione con visibilità ma senza mai uscire da quella forbice. Per dirla con una poesia di Eugenio Montale che fu l’epitaffio finale della vecchia fiamma del Movimento sociale italiano: «Vissi al cinque per cento. Non aumentate la dose». Il minimo per vivere, il massimo per non arrecare disturbo o essere risucchiati. Il risultato è un «Partito» che abbia il ruolo di testimonianza del dissenso e di raccolta dello scontento ma non in grado di incidere sulla realtà.
Una formazione del genere deve superare due opposte insidie: una è di chi, da sinistra, usa e strumentalizza la sua presenza in campo per indebolire la Meloni e i suoi alleati, e dunque dà grande risonanza alle sue uscite per scomporre il campo avverso e l’area di governo; l’altra è di chi, nell’area meloniana, allestisce piste di ogni tipo per mandare fuori strada la nuova creatura, oltre che per discreditarla con la solita accusa di «fare il gioco della sinistra», se non di essere pilotata e sostenuta dal «nemico». Film già visti per chi ha una certa età; ma che si replicano ancora, in contesti mutati, perché i valori e le passioni della politica saranno ormai spenti, ma le leggi e i meccanismi del consenso e del potere restano largamente gli stessi.
Infine direte voi: ci hai descritto la situazione, tra i pro e i contro, ma tu da che parte stai? Dalla parte di chi osserva e poi si occupa d’altro.
