D’estate i ragazzi, non avendo più la scansione delle lezioni, degli allenamenti e delle presenze adulte che durante l’inverno organizzano il tempo e in un modo o nell’altro impartiscono consegne e compiti, i ragazzi trascorrono giornate più lunghe davanti alla televisione e allo smartphone, dove lo sport continua a scorrere attraverso Mondiali, Tour de France, tennis e Formula 1. Lo sport, da sempre ma soprattutto in questi ultimi 40 anni così telegenici, è stato un mondo attrattivo che ha anche conservato la capacità educativa che nasce dal gesto tecnico, dalla preparazione silenziosa e da quell’epica capace di mostrare fino a dove possano condurre il talento e il lavoro. Accanto a questa lezione sportiva senza tempo, però, scorrono sempre (maggiormente?) immagini più torbide, come è accaduto al termine della finale mondiale vinta dalla Spagna contro l’Argentina, quando i giocatori argentini, dopo aver accennato a risse censurate in diretta TV, sono rimasti rivolti verso i propri tifosi, plasticamente di spalle nel momento in cui gli avversari sollevavano la Coppa, quasi che la sconfitta – che è il verdetto del campo! – potesse autorizzare il rifiuto di riconoscere la vittoria e la festa altrui. Sulle strade del Tour de France, Tadej Pogačar è stato fischiato in questi giorni senza che esistessero squalifiche, positività o responsabilità alcuna, poiché la sua colpa è quella di dominare e ridurre l’incertezza della corsa, trasformando il naturale desiderio di vedere rimontato il favorito in un’ostilità verso il talento, come se questo, quando diventa troppo evidente, dovesse ridimensionarsi per non provocare il risentimento di chi assiste. Il calcio offre il repertorio più vasto, dato che intorno alle partite si muove un bestiario fatto di proteste, sospetti, insulti e comportamenti privati trasformati in una prosecuzione dello spettacolo, al quale si contrappone con minore visibilità il lavoro quotidiano di allenatori, dirigenti e società che continuano a educare bambini e adolescenti senza ottenere la stessa capacità di circolazione. A questa pedagogia al ribasso si aggiunge il racconto del denaro, nel quale cartellini, commissioni e stipendi vengono trattati come risultati sportivi, abituando i più giovani a misurare un giocatore, un professionista (e infine una persona) attraverso il prezzo, domandandosi quanto valga prima ancora di chiedersi come giochi. Nello stesso flusso dello smartphone si passa dal trasferimento da cento milioni alle immagini di popolazioni affamate, dentro una successione di realtà che l’algoritmo colloca sulla stessa superficie e che soltanto un adulto capace di discernere può ricondurre a una gerarchia comprensibile, spiegando che il prezzo di mercato non coincide con il valore di una persona, che la ricchezza non certifica la qualità morale e che un contratto descrive il funzionamento di un’industria senza stabilire una graduatoria tra le esistenze umane. E che le priorità, nonostante l’esposizione mediatica del mondo sportivo e dei suoi toni drammatici, sono altre. Esiste anche una forma di diseducazione più sottile, affidata proprio al linguaggio di chi racconta lo sport, poiché il commento televisivo ha ormai rinunciato alla misura, trasformando ogni azione in una giocata fantastica, ogni sorpasso in una manovra straordinaria, ogni vittoria in una pagina irripetibile e ogni giovane promettente nel possibile più grande campione di sempre. Ecco, se l’aggettivo precede stabilmente il fatto, il racconto diventa un amplificatore che rende indistinguibili un gesto riuscito e un gesto più grande e quindi destinato a rimanere, sottraendo ai ragazzi la possibilità di comprendere che la storia richiede tempo, continuità e una distanza sufficiente per separare ciò che è stato bello da ciò che è stato davvero eccezionale. Se ogni azione viene presentata come un’impresa, l’impresa perde il proprio significato, così come l’eroe e gli eroi del passato perdono consistenza quando ogni partita viene annunciata come il luogo nel quale la storia si starebbe scrivendo meglio di quanto sia mai accaduto prima, dentro una retorica dell’evento permanente che consuma la meraviglia e impedisce di riconoscere ciò che meriterebbe davvero di essere definito leggendario.
Il tennis offre un insegnamento diverso, poiché espone l’atleta alla responsabilità individuale e all’obbligo di riconoscere l’avversario, e dentro questa disciplina Jannik Sinner rappresenta un modello vicino ai ragazzi grazie alla misura con cui manifesta il proprio talento, come quando riconobbe di avere sfiorato una pallina assegnatagli dal giudice e concesse spontaneamente il punto, senza cerimonie e senza convenienza. La sua credibilità non richiede una santificazione, dato che anche Sinner sbaglierà e attraverserà momenti nei quali l’immagine ideale costruita intorno a lui lascerà emergere una persona nella quale il talento convive con il lavoro e con una vita pubblica che non cerca continuamente l’eccesso. Nello stesso spazio si colloca Andrea Kimi Antonelli, che ha affrontato l’esordio in Formula 1 continuando a studiare e conseguendo il diploma di maturità, mostrando come un talento precocissimo possa entrare nella dimensione globale dello sport senza considerare inutile ciò che appartiene alla vita normale dei suoi coetanei. Antonelli avrà diritto agli errori e alle fragilità di un ragazzo costretto a crescere sotto gli occhi del mondo, ragione per cui sarebbe opportuno evitare di schiacciarlo lasciandogli il privilegio di essere conosciuto soprattutto per quello che sa fare. La soluzione non consiste nello spegnere la televisione, poiché lo sport conserva una forza narrativa ed educativa che merita spazio e fiducia, ma occorre tenere ben presente che i nostri figli non copieranno soltanto il gesto di un campione, dato che osserveranno anche il modo in cui tratta lo sconfitto, reagisce alla vittoria e coltiva-sfrutta-sciupa il proprio talento. In campana.
