Nei passati 10 anni il dominio delle azioni americane sui mercati è stato fenomenale e ha lasciato quelle europee molto indietro in termine di performances (S&P500 +310% sul periodo vs Stoxx600 +160%) e di capitalizzazione di mercato (la market cap totale delle aziende quotate vale 75tr Usd negli USA contro i 15tr dell’Europa).
Questo fenomeno è spiegato dall’incredibile successo che le aziende USA hanno avuto in molteplici settori, sicuramente in larga parte legato al mondo della tecnologia, dell’AI, del digitale, ma anche in ambiti più “tradizionali” quali banche, aziende del settore difesa, consumi.
Perché l’Europa è rimasta così indietro? Esistono ambiti nei quali il nostro continente rimane leader e competitivo? Quali motivi stanno dietro al successo planetario delle aziende americane?
Siamo in grado di rispondere a queste domande visto che in Banca Patrimoni Sella & C. abbiamo analizzato approfonditamente l’argomento nelle passate settimane.
I fattori che colpiscono e da mettere in evidenza a nostro parere sono:
1) La “scala” delle aziende americane è molto più elevata, in media sono 5 volte più grandi di quelle europee. In un mondo in cui per rimanere competitivi occorre mettere in campo investimenti sempre più grandi questo elemento è spesso un fattore critico di successo. Consideriamo che nell’universo “tech / infotech” qui il rapporto di scala diventa di 19 a 1 misurandolo in termini di market cap delle dieci aziende più grosse (USA 24tr Usd vs Europa 1.3tr), qualcosa di enorme.
Le alternative europee lato cloud, webservices, digital marketing, AI, messaggistica esistono e sono validissime, e lo abbiamo raccontato in questa rubrica nei mesi scorsi, ma arrivano “tardi”, non hanno le dimensioni di quelle americane (o cinesi) e faticano a “diffondersi” a sufficienza, anche all’interno della stessa EU.
Anche se andiamo su settori in cui l’Europa è forte e ha grande tradizione come ad esempio le banche, osserviamo che per arrivare alla market cap di J Morgan Chase (900b Usd) occorre mettere insieme le prime 10 banche europee. Forse questo dovrebbe far riflettere molto chi si mette di traverso non appena qualche ardito banchiere mette in atto un po’ di consolidamento europeo, qualsiasi riferimento a operazioni in corso è puramente casuale.
2) Le aziende europee dominano il panorama mondiale o comunque sono ben presenti nella top 10 in settori più “tradizionali”, dalle utilities (Iberdrola, Enel, Engie) al food&beverage (Nestlè, Anheuser Busch Inbev), dalla moda / lusso (LVMH, Inditex, Luxottica) agli industriali (Siemens, ABB, Schneider) fino all’health care (Roche, Astrazeneca, Novartis), ma sono marginali in molti dei settori più innovativi, del mondo che cambia, a crescita molto rapida, nei quali il first mover advantage si trasforma spesso in una posizione di monopolio / oligopolio difficilmente attaccabile.
I dati basati sulla capitalizzazione di mercato delle aziende sono confermati a pieno dai dati sulle esportazioni europee: siamo il continente leader con quote dell’export mondiale fra il 25 e il 30% nel lusso, nei macchinari, nella chimica, nel cibo, nel vino, sul tessile di alta gamma, sulle medicine, nel settore automobilistico e della componentistica. Siamo quasi assenti o marginali in settori come software, semiconduttori (ASML a parte), communication services, digital advertising, socialmedia, difesa e aerospaziale.
3) Le mancanze europee sembrano essere legati a tre fattori: investimenti più bassi, penalizzazione lato costi, mancanza di un mercato dei capitali comune.
Gli investimenti mostrano che a parte poche eccezioni (pharma e autos) le aziende europee investono in media di meno di quelle americane e questo le penalizza lato crescita nel tempo. Il rapporto Draghi ha certificato questa situazione in modo chiaro.
In seconda battuta le aziende europee sono penalizzate da costi energetici doppi rispetto ai concorrenti americani e tripli rispetto a quelli cinesi. E da una competizione sui prezzi nei settori tradizionali che sta diventando sempre più forte a causa dell’avanzare dei produttori cinesi o comunque asiatici. L’esempio di quanto sta accadendo al settore automobilistico è palese; altre aree e settori sono interessati da fenomeni simili.
Infine, lato mercati dei capitali ben sappiamo che l’aver per ora mantenuto una elevata frammentazione a livello europeo non aiuta gli investimenti, rende meno competitivo il panorama europeo, porta aziende europee, magari altamente innovative, a quotarsi oltre oceano (Bending Spoons l’ultimo esempio) e mantiene lontani da investimenti più redditizi capitali privati importanti (oltre il 35% della ricchezza privata europea è detenuta su depositi e conti correnti bancari, circa 14 miliardi di euro).
Non c’è dubbio che un cambio di passo (e di visione) sia quanto mai necessario.
