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Iran, il mistero di Mojtaba Khamenei, è vivo oppure morto?

Iran, il mistero di Mojtaba Khamenei, è vivo oppure morto?

l primo messaggio della nuova Guida Suprema viene letto da uno speaker mentre il leader resta invisibile. Intanto la guerra nel Golfo si allarga, Mosca fornisce assistenza militare e intelligence a Teheran e Washington valuta di immettere petrolio russo sul mercato per contenere l’impennata dei prezzi.

La televisione di Stato iraniana ha diffuso giovedì il primo messaggio attribuito alla nuova Guida Suprema della Repubblica islamica, Mojtaba Khamenei, nominato dopo la morte del padre Ali Khamenei. Il discorso non è stato pronunciato direttamente dal leader: il testo è stato letto da uno speaker mentre sullo schermo appariva soltanto una fotografia d’archivio.Il fatto che Mojtaba Khamenei non sia comparso in video continua ad alimentare interrogativi sulla sua reale condizione. Dall’inizio della guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti il nuovo leader non si è mai mostrato pubblicamente né ha registrato messaggi audio. Secondo alcune fonti Mojtaba sarebbe rimasto ferito durante l’attacco nel quale è stato ucciso il padre. Le indiscrezioni parlano di una frattura al piede, di un livido attorno all’occhio sinistro e di diversi tagli al volto che limiterebbero i suoi movimenti. Alcuni osservatori avanzano però ipotesi più estreme e ritengono possibile che non sia più in vita.

Il documento diffuso dalla televisione di regime contiene comunque indicazioni politiche precise. Nel testo si afferma che l’Iran non rinuncerà a vendicare gli «shahid», i martiri della Repubblica islamica, con un riferimento esplicito agli «shahid della scuola di Minab». Il messaggio insiste anche sulla continuità con la linea della precedente guida. «Promettiamo alla defunta Guida Suprema che continueremo sul suo percorso», si legge nel testo attribuito a Mojtaba Khamenei. Accanto a un richiamo alla necessità di mantenere rapporti positivi con i Paesi vicini — «dobbiamo avere buone relazioni con i nostri vicini e siamo pronti a migliorarle» — il documento contiene anche avvertimenti molto duri. «Se ci saranno attacchi saremo costretti a colpire coloro che cooperano con il nemico». Nel testo compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze costruita da Teheran negli ultimi anni. In Yemen e in Iraq, secondo quanto si legge, le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sarebbero pronte a sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che rappresentano uno degli strumenti principali della proiezione strategica iraniana in Medio Oriente. Uno dei passaggi più delicati riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici del commercio energetico mondiale. Nel messaggio si afferma che «la leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata».

Nelle stesse ore è arrivato anche un segnale più ambiguo dalla diplomazia iraniana. Il vice ministro degli Esteri Majid Takht-Ravanchi ha confermato che alcune navi straniere hanno ottenuto il permesso di attraversare lo stretto. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per il transito e abbiamo collaborato», ha spiegato il diplomatico, precisando che gli Stati coinvolti nell’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di passaggi sicuri. Nel Golfo la tensione resta altissima. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nelle acque dello stretto. Unità legate a Teheran avrebbero inoltre attaccato alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha minacciato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. La guerra prosegue con raid sempre più intensi contro le infrastrutture strategiche della Repubblica islamica. Attacchi aerei hanno colpito diversi siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz. Una forte esplosione è stata segnalata anche nel complesso sotterraneo di Fordow, uno dei siti più protetti del programma atomico.

Nuove immagini satellitari mostrano inoltre tre crateri perfettamente allineati nel sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker GBU-57 Massive Ordnance Penetrator, ordigni da oltre tredici tonnellate progettati per distruggere installazioni nucleari sotterranee fortificate. Gli attacchi hanno preso di mira anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel sud-ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato numerose strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato eliminato durante un attacco israeliano contro la sua abitazione. Secondo informazioni raccolte dalle agenzie di intelligence occidentali e riportate da Bloomberg, la Russia starebbe fornendo un sostegno diretto all’Iran nelle operazioni contro Stati Uniti, Israele e gli alleati del Golfo. Mosca avrebbe condiviso con Teheran immagini satellitari, dati di intelligence riservati e indicazioni operative sull’impiego dei droni negli attacchi contro obiettivi militari nella regione. Le informazioni trasmesse dai servizi russi avrebbero contribuito anche all’individuazione di bersagli sensibili, compresi siti e installazioni legate alle forze statunitensi dispiegate nell’area. Un coinvolgimento che segna un salto di qualità nella cooperazione strategica tra Mosca e la Repubblica islamica e che rischia di trasformare il conflitto in uno scontro sempre più ampio sul piano geopolitico.

Sul piano politico, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha definito Mojtaba Khamenei «un burattino dei Guardiani della Rivoluzione» sostenendo che non possa «mostrare il suo volto in pubblico». Durante la sua prima conferenza stampa dall’inizio della guerra, Netanyahu ha parlato di «giorni storici» e ha rivendicato una cooperazione senza precedenti tra Israele e Stati Uniti. «Hezbollah sente la forza del nostro braccio e la sentirà ancora di più», ha dichiarato, promettendo che il movimento sciita pagherà «un prezzo molto pesante».L’escalation militare ha avuto effetti immediati anche sui mercati energetici. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.Per contenere la crisi, oltre trenta Paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai realizzato: circa 400 milioni di barili. Nonostante questo intervento, la guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa dieci milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale. L’AIE ha definito la situazione «la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale». Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio raggiunga i 200 dollari al barile.

Ha tuttavia ammesso che la Marina americana non è ancora in grado di garantire la scorta alle petroliere nello Stretto di Hormuz, anche se questa capacità potrebbe essere disponibile entro la fine del mese.In questo quadro di forte tensione energetica è intervenuto anche il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent. In un messaggio pubblicato su X ha spiegato che centinaia di milioni di barili di petrolio potrebbero essere rapidamente immessi sul mercato globale attraverso l’allentamento temporaneo delle sanzioni contro la Russia. Secondo Bessent la misura «non porterebbe un beneficio significativo a Mosca», ma servirebbe soprattutto ad aumentare l’offerta di greggio e a stabilizzare i prezzi internazionali. Le esenzioni concesse dal Dipartimento del Tesoro permetteranno infatti la vendita e la consegna nel mondo di tutto il petrolio russo già caricato sulle navi. L’iniziativa punta a compensare gli effetti della crisi in Medio Oriente e del blocco dello Stretto di Hormuz. La deroga alle sanzioni resterà in vigore fino all’11 aprile. Rimane però una domanda centrale: chi sta realmente guidando l’Iran. Finché Mojtaba Khamenei non apparirà davanti al Paese, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia della Repubblica islamica.

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