Al Far East Film Festival 2026 di Udine la Corea del Sud non è stata una semplice presenza in programma. È stata, piuttosto, uno degli assi culturali e industriali più evidenti dell’edizione: sei film in concorso, documentari, classici restaurati, una delegazione nutrita di registi, attori e producer, diversi talk dedicati al cinema coreano e, soprattutto, il debutto di KOCCA On Screen, primo progetto speciale nato dalla collaborazione tra il festival udinese e la Korea Creative Content Agency.
Una presenza che ha trasformato Udine, per alcuni giorni, in un laboratorio privilegiato sulla nuova geografia dell’audiovisivo coreano. Non più soltanto film, non più soltanto K-drama, non più soltanto Korean Wave come parola passe-partout buona per ogni fenomeno asiatico che arriva in Occidente. Quest’anno il lato Corea del FEFF era molto più strutturato del semplice “ci sono film coreani in programma”: c’era una vera linea coreana fatta di cinema in concorso, restauri, documentari, ospiti, talk, industria dei contenuti, istituzioni, KOCCA On Screen, Korean Night e persino K-pop negli eventi collaterali.
Il Far East Film Festival 2026 e il peso della Corea
Il Far East Film Festival 28 si è svolto a Udine dal 24 aprile al 2 maggio 2026, confermandosi ancora una volta come il più importante appuntamento europeo dedicato al cinema asiatico popolare e d’autore. Il programma ufficiale indicava 75 film da 12 Paesi e regioni, con 52 titoli in concorso e 23 fuori concorso. Dentro questo quadro, la Corea del Sud aveva sei film in concorso, più titoli fuori concorso tra documentari e classici restaurati.
La cosa più interessante, però, è che quest’anno la Corea non era presente soltanto come cinematografia nazionale. Era presente come ecosistema culturale. Cinema, serialità, documentario, industria, soft power, diplomazia culturale, cultura pop e tradizioni gastronomiche hanno costruito un racconto molto più ampio: quello di un Paese che ha imparato a trasformare ogni prodotto culturale in una traiettoria internazionale.
È qui che il FEFF 2026 ha mostrato qualcosa di particolarmente significativo. La Corea non è arrivata a Udine soltanto con le sue opere finite, ma con il proprio metodo. Con il modo in cui seleziona, promuove, accompagna e posiziona i contenuti. Con la capacità, ormai evidente, di muoversi contemporaneamente sul piano artistico, industriale e istituzionale.
KOCCA On Screen, la novità più forte del FEFF 2026
La novità assoluta dell’edizione è stata KOCCA On Screen, progetto speciale nato dalla partnership tra il Far East Film Festival e la Korea Creative Content Agency, l’agenzia governativa sudcoreana che si occupa di sviluppo, promozione e distribuzione dei contenuti audiovisivi coreani.
Il programma si è svolto il 29 e 30 aprile 2026 al Cinema Visionario, in via Asquini 33, ed era pensato come due giorni dedicati a quattro documentari e tre serie TV coreane, con sottotitoli in inglese. Un dettaglio non secondario: l’accesso alle proiezioni era riservato a chi aveva accredito Festival o Focus Asia, senza prenotazione e fino a esaurimento posti. Una formula che qualifica KOCCA On Screen non come semplice rassegna collaterale, ma come momento a metà tra pubblico e industry, rivolto a spettatori accreditati, stampa e professionisti.
In altre parole: non una vetrina decorativa, ma una dichiarazione d’intenti. KOCCA On Screen ha portato al FEFF un pezzo del sistema coreano dei contenuti, mostrando come oggi la Corea non lavori più per compartimenti stagni. Cinema, serie, documentari, talent, produzione, distribuzione e diplomazia culturale fanno parte dello stesso disegno. E Udine, in questo senso, è diventata uno spazio ideale per leggere non solo cosa la Corea produce, ma come la Corea si racconta.
Le serie e i documentari di KOCCA On Screen
Il programma KOCCA si è aperto il 29 aprile alle 10:00 con Phantom Lawyer, prodotto da MONGJAKSO, una serie tra fantasy, human drama e comedy. Gli autori indicati erano Kim Gayoung e Kang Cheol-gyu, la regia di Shin Joong-hoon, con Yoo Yeon-seok, Esom e Kim Kyung-nam nel cast. La trama ruota intorno a Shin Yirang, un avvocato che incontra fantasmi senza memoria e li aiuta a risolvere i rancori che li trattengono nel mondo dei vivi.
Nel pomeriggio del 29 aprile il programma KOCCA è proseguito con due documentari. The Sent: A Pastor, A Murderer, prodotto da Studio Glowgrim, dedicato a un pastore ed ex responsabile di massacri civili durante la Guerra del Vietnam, seguito da Q&A; e The Silicon Valley Butchers, prodotto da IMTV, documentario sulla carne coltivata e sul rapporto tra desiderio umano di carne, innovazione, tecnologia e paure contemporanee.
Il 30 aprile il programma ha incluso Snow Face, documentario di Kang Ho-jun sull’alpinista Park Jeong-heon e sul trauma della sopravvivenza sul Cholatse, con introduzione del regista e Q&A; Bloody Flower, mystery thriller con Sung Dong-il e Keum Sae-rok; 4Kims, storia di quattro uomini coreani negli Stati Uniti intrecciati attorno a un misterioso crimine; e The Coral Triangle: A World of Oddities, documentario marino prodotto da DMZ Wild sulla biodiversità del Triangolo dei Coralli e sulla crisi climatica.
La selezione, nel suo insieme, raccontava bene la direzione dell’audiovisivo coreano contemporaneo: da un lato la serialità di genere, capace di mescolare fantasy, commedia, crime e melodramma; dall’altro un documentario sempre più ambizioso, internazionale, interessato non solo alla memoria storica coreana, ma anche ai grandi temi globali, dall’ambiente al futuro dell’alimentazione.
I sei film coreani in concorso
La sezione competitiva del FEFF 2026 comprendeva sei film sudcoreani: The King’s Warden di Chang Hang-jun, My Name di Chung Ji-young, Number One di Kim Tae-yong, Once We Were Us di Kim Do-young, The Seoul Guardians di Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young, e The World of Love di Yoon Ga-eun.
The World of Love, di Yoon Ga-eun, era in programma il 27 aprile alle 15:00 al Teatro Nuovo Giovanni da Udine ed era presentato come prima italiana. Subito prima, alle 11:20, il festival aveva previsto un FEFF Talk dedicato al South Korea Cinema con Yoon Ga-eun e Jang Hye-jin. La presenza di Yoon Ga-eun è particolarmente significativa perché il suo cinema lavora da anni su infanzia, adolescenza, relazioni, identità e fragilità emotive con uno sguardo apparentemente delicato, ma molto preciso.
The Seoul Guardians, di Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young, era in programma il 27 aprile alle 17:20, sempre al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, come prima italiana. Il programma lo definiva un film sulla “live coverage of a coup”, una copertura in diretta di un colpo di Stato: un titolo politico, perfetto per una lettura sulla memoria democratica, sulla legge marziale e sulla tensione istituzionale coreana. Perché il cinema coreano, quando decide di guardare la Storia, raramente lo fa in modo neutro. La mette sotto pressione.
My Name, di Chung Ji-young, era in programma il 28 aprile alle 19:15, come prima italiana, e veniva sintetizzato dal programma attorno al tema dell’“impossible farewell”, l’addio impossibile, legato al massacro dell’isola di Jeju. Anche qui, il cinema diventa strumento di memoria. Non nostalgia, non ricostruzione pacificata, ma ritorno su una ferita storica che continua a parlare al presente.
Once We Were Us, di Kim Do-young, era in programma il 30 aprile alle 11:05 al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, come International Festival Premiere. Number One, di Kim Tae-yong, era invece in programma il 30 aprile alle 19:15, come International Premiere. The King’s Warden, di Chang Hang-jun, chiudeva idealmente il blocco coreano in concorso il 1 maggio alle 16:25, come International Festival Premiere.
Nel complesso, i sei titoli componevano un’immagine molto sfaccettata della Corea: politica, storica, sentimentale, familiare, istituzionale, popolare. Una Corea che non si lascia ridurre a una sola etichetta e che, proprio per questo, continua a essere uno degli osservatori più interessanti sulle trasformazioni dell’Asia contemporanea.
Documentari e classici restaurati: la memoria coreana al FEFF
Fuori concorso, la Corea era presente anche con Mr. Kim Goes to the Cinema, documentario di Kim Dong-ho, indicato come European Premiere e programmato il 26 aprile alle 16:50 al Visionario.
Nei Restored Classics, invece, c’erano due titoli sudcoreani di particolare interesse: Chilsu and Mansu di Park Kwang-su, del 1988, in prima italiana e presentato come tributo ad Ahn Sung-ki; e Push! Push! di Park Chul-soo, del 1997, in restauro 4K e World Premiere. A livello di calendario, Push! Push! era programmato il 26 aprile alle 18:50 al Visionario, mentre Chilsu and Mansu era programmato il 28 aprile alle 15:00, sempre al Visionario.
È un dettaglio importante perché il racconto della Corea al FEFF 2026 non era rivolto solo al presente o alla serialità del momento. C’era anche un lavoro di recupero, rilettura e valorizzazione della storia cinematografica coreana. E questa è una delle differenze tra un fenomeno passeggero e un sistema culturale maturo: la capacità di promuovere il nuovo senza dimenticare le proprie radici.
Gli ospiti coreani a Udine
La lista ufficiale degli ospiti FEFF 2026 confermava una presenza coreana molto forte. C’erano Chang Hang-jun, regista di The King’s Warden; Yoo Hai-jin, attore dello stesso film; Lim Eun-jung, producer; Kim Dong-ho, regista di Mr. Kim Goes to the Cinema; Chung Ji-young, regista di My Name; Jeong Sang-min, producer di My Name; Kim Do-young, regista di Once We Were Us; Kim Tae-yong, regista di Number One; Jang Hye-jin, attrice di Number One e The World of Love; Kim Jong-woo, regista di The Seoul Guardians; Jo Sona, producer di The Seoul Guardians; Yoon Ga-eun, regista di The World of Love; e Yoo Yeon-seok per KOCCA On Screen.
Questo è forse uno dei dati più rilevanti per misurare il peso della Corea nell’edizione 2026. Non era una presenza soltanto in catalogo. Era una delegazione articolata, fatta di registi, producer, attori e volti popolari. Una presenza fisica, dialogante, pronta a entrare nei talk, negli incontri, nelle conversazioni con il pubblico e nei momenti più industry del festival.
Focus Asia, KOFIC e il lato industriale
Dentro Focus Asia 2026, la parte più industry del festival, il programma citava anche il supporto di KOFIC – Korea Film Council, insieme ad altre agenzie asiatiche, per favorire la presenza fisica dei team selezionati nel Project Market e nella sezione Far East in Progress.
Anche questo dettaglio aggiunge un tassello importante. La Corea era presente su più livelli: con KOCCA, legata ai contenuti creativi e audiovisivi in senso ampio; con KOFIC, più strettamente connessa all’industria cinematografica; con gli autori, gli attori e i producer; con la serialità; con i documentari; con il cinema restaurato; con la diplomazia culturale.
Il risultato è un’immagine molto chiara: la Corea non porta all’estero solo film o star. Porta strutture. Porta agenzie. Porta visione strategica. Porta un’idea di industria culturale come sistema nazionale e internazionale insieme.
La Korean Night e il Cheongmyeongju: quando la Corea si racconta anche a tavola
Il racconto coreano del Far East Film Festival 2026 non si è fermato alle sale, ai panel e alle proiezioni. In occasione della Korean Night del 28 aprile, il Consolato Generale della Repubblica di Corea ha scelto di offrire anche un assaggio particolarmente raffinato della tradizione coreana: il Cheongmyeongju, una delle espressioni più celebrate del yakju, il vino di riso limpido della Corea.
Il yakju occupa un posto speciale nella cultura coreana. È un vino di riso tradizionale, chiaro e filtrato, apprezzato per la sua purezza, per l’eleganza del profilo aromatico e per quella delicatezza che lo distingue dalle bevande fermentate più rustiche. Nasce da ingredienti essenziali — riso selezionato, acqua e fermenti naturali — e da un processo di produzione accurato, in cui la fermentazione e la filtrazione restituiscono un liquido cristallino, morbido al palato, lievemente dolce e attraversato da profumi sottili.
Non è soltanto una bevanda. Nella storia coreana, il yakju è stato spesso legato ai momenti solenni: cerimonie, riti ancestrali, occasioni festive, tavole importanti. Porta con sé l’idea di una Corea che non separa mai il gusto dalla memoria, né l’artigianalità dal rispetto per la tradizione. È, in questo senso, un prodotto culturale prima ancora che gastronomico: un piccolo archivio liquido di gesti, tecniche e sensibilità tramandate.
Il Cheongmyeongju, in particolare, è considerato uno dei vini di riso tradizionali coreani più prestigiosi. Realizzato dal maestro Han Young-seok, riconosciuto come primo Traditional Nuruk Master della Corea, nasce da riso biologico, acqua e nuruk tradizionale, il fermento naturale alla base di molte produzioni alcoliche coreane. Con una gradazione di 13,8%, si distingue per una freschezza limpida, una leggera acidità e note floreali e fruttate che ne fanno un prodotto elegante, moderno nella percezione ma profondamente radicato nella cultura coreana.
Il suo profilo pulito e bilanciato lo rende particolarmente adatto agli abbinamenti: dai piatti coreani più tradizionali, come pesce alla griglia e jeon, fino ai frutti di mare freschi, ostriche e molluschi al vapore. Ma la sua finezza permette anche incontri più inattesi con la cucina mediterranea, per esempio con insalate fresche e burrata, dove la cremosità del formaggio trova un contrasto naturale nella nota fresca e delicata del vino.
Portare il Cheongmyeongju alla cena inaugurale del FEFF e alla Korean Night significa quindi aggiungere un ulteriore livello al racconto della Corea a Udine: non solo cinema, serie, documentari e industria creativa, ma anche la capacità di presentare il Paese attraverso i suoi sapori, le sue ritualità e la sua cultura materiale. È esattamente qui che la Korean Wave mostra la sua maturità: quando smette di essere percepita come un fenomeno limitato allo schermo e diventa un’esperienza più ampia, fatta di immagini, storie, talenti, tavole, tradizioni e memoria.
Udine come corridoio Corea-Italia
La sintesi è semplice, ma importante: nel 2026 il Far East Film Festival non ha semplicemente ospitato cinema coreano. Ha costruito un vero corridoio Corea-Italia. Da un lato, i film in concorso raccontavano una Corea autoriale, politica, sentimentale, storica e contemporanea; dall’altro, KOCCA On Screen portava a Udine il sistema industriale della serialità e del documentario coreano. In mezzo c’erano talk, ospiti, KOFIC, Korean Night, Cheongmyeongju, K-pop e un pubblico italiano messo davanti non solo ai prodotti finiti, ma al metodo Corea.
È questa, forse, la vera notizia culturale. La Corea del Sud non arriva più in Europa come ospite esotico, né come fenomeno da spiegare con la solita formula della “moda asiatica”. Arriva come Paese consapevole del proprio capitale simbolico. Arriva con film che interrogano la Storia, con serie che parlano il linguaggio globale dell’intrattenimento, con documentari che guardano al mondo, con istituzioni capaci di accompagnare i contenuti e con prodotti tradizionali che trasformano una cena in un gesto di diplomazia culturale.
A Udine, nel cuore di un festival che da anni sa leggere l’Asia prima che diventi tendenza, la Corea ha mostrato ancora una volta la propria forza più interessante: non solo conquistare il pubblico, ma costruire contesto. Non solo esportare immagini, ma creare relazioni. Non solo cavalcare una wave, ma dimostrare che quella wave, ormai, è diventata un sistema.
