La giornata di oggi ha segnato l’ennesimo passaggio di consegne al numero 10 di Downing Street. Andy Burnham, 56enne ex sindaco di Manchester soprannominato “il re del Nord”, è diventato infatti il nuovo Primo Ministro del Regno Unito, succedendo a Keir Starmer alla guida del governo e del Partito Laburista.
Il passaggio di consegne
Il passaggio di consegne è iniziato nel corso della mattinata, quando il Premier uscente Keir Starmer si è recato a Buckingham Palace dal Re Carlo III per rassegnare formalmente le sue dimissioni.
Poco dopo, il Re ha ricevuto Andy Burnham, conferendogli l’incarico ufficiale per formare il nuovo governo. Burnham è diventato così il 59esimo Primo ministro del Regno Unito, il sesto negli ultimi dieci anni.
Al termine dell’incontro con Re Carlo, Burnham si è diretto al 10 di Downing Street, residenza dei Primi ministri britannici, per pronunciare il suo primo discorso alla nazione da Premier e iniziare la nomina dei ministri del suo gabinetto.
“La politica è stata centralizzata e l’economia privatizzata“, ha detto davanti a Downing Street Andy Burnham, presentandosi come un “interruttore” capace di interrompere un decennio di instabilità politica.
I problemi del Labour e del Regno Unito
Dopo una stagione a dir poco travagliata, arriva dunque a un’ingloriosa fine la premiership di Keir Starmer. L’ex Primo ministro vantava uno degli indici di gradimento più bassi di sempre, con appena il 14% dei britannici che indicava di gradire il suo operato.
La situazione economica del Regno Unito riesce certamente a spiegare il disastroso indice di gradimento di Starmer, alle prese con una fase di ristagno economico e pressioni sui prezzi rinnovate dopo la doppia crisi ucraina e mediorientale.
Il conflitto in Medio Oriente ha già fatto sentire i suoi effetti sui listini energetici britannici: a marzo l’inflazione era risalita al 3,3%, spinta da un balzo mensile dell’8,7% dei carburanti, il più marcato dall’invasione russa dell’Ucraina, con ricadute su tariffe aeree e forniture alimentari quando il costo della vita nel Regno Unito era tornato a salire, spinto da un forte aumento dei prezzi di benzina e diesel dopo lo scoppio della guerra in Iran.
Nei mesi successivi l’indice dei prezzi al consumo si è temporaneamente raffreddato, ma visto il riaccendersi delle tensioni, nei prossimi mesi è attesa una nuova fiammata inflazionistica, con il tetto ai prezzi energetici che potrebbe salire del 13% e uno scenario centrale che indica un ritorno dell’inflazione al 3,7% entro fine anno, fino a un possibile 6,2% nel 2027 nell’ipotesi peggiore.
Sul fronte della crescita, il quadro resta piuttosto fragile, con le previsioni di FMI e OCSE per il 2026 che indicano un’espansione molto contenuta, attorno all’1%, ben lontana dai ritmi osservati prima della pandemia.
A preoccupare sono una sterlina sempre più in ritirata come valuta internazionale e tassi d’interesse sui bond in rapida crescita (basti pensare che l’interesse sul titolo decennale britannico è del 4,99%, quello italiano del 3,98%), segnali di una sfiducia più strutturale verso i conti pubblici britannici.
La ricetta di Burnham
Il nuovo premier ha promesso una lettura più coraggiosa del programma laburista del 2024, come confermato dalla vicepremier in pectore Lucy Powell, secondo cui il governo intende muoversi in modo “più audace e ambizioso” rispetto alle tante frenate dell’era Starmer, con misure ad “immediato impatto sociale” come tagli alle bollette e ritorno sotto controllo pubblico dei servizi essenziali.
Tra i primi atti già annunciati c’è l’abbandono definitivo della carta d’identità elettronica obbligatoria, considerata estranea alla tradizione britannica e vista come una forma di controllo digitale invasivo.
I fondi previsti, circa 1,8 miliardi di sterline, verranno dirottati su interventi per il costo della vita, tra cui autobus gratuiti per i giovani tra gli 11 e i 16 anni e sconti sulle bollette energetiche. Negli ambienti vicini a Burnham circola da tempo anche l’ipotesi di nazionalizzazioni in settori come acqua ed energia, nel segno di quello che i suoi fedelissimi chiamano “business friendly socialism“.
Sul fronte economico, per rassicurare i mercati dopo le turbolenze di sterlina e titoli di Stato, la casella delle Finanze dovrebbe andare a Shabana Mahmood, 45 anni, finora ministro dell’Interno e nota per la linea dura sull’immigrazione, preferita alla City rispetto al più radicale Ed Miliband.
Quest’ultimo sarebbe destinato al Foreign Office: da lui ci si attende continuità sui dossier Ucraina e Unione europea, insieme a una postura più netta sulla crisi di Gaza, tema su cui lo stesso Burnham ha parlato della necessità di “fare di più” dopo una risposta di Starmer giudicata “non all’altezza“.
La scelta più controversa riguarda però l’energia, dove il nuovo Primo ministro si appresterebbe a riaprire le trivellazioni di petrolio e gas nel Mare del Nord, ribaltando la linea del manifesto 2024, una mossa salutata con favore da Donald Trump ma che rischia di spaccare il Labour tra ala pragmatica e ala ambientalista.
