L’idea di acquistare la Groenlandia, per Donald Trump, è sempre stata un’operazione immobiliare travestita da iniziativa geopolitica. Una frase che può sembrare una provocazione, ma che in realtà restituisce con precisione il modo in cui Washington valuta i territori che ritiene cruciali per i propri interessi strategici. E la grande isola artica, oggi più che mai, rientra in questa categoria.
La domanda è semplice e gigantesca allo stesso tempo: quanto costerebbe agli Stati Uniti comprare la Groenlandia dalla Danimarca? Una risposta esiste, ed è più complessa di quanto sembri.
Un valore che nasce dalla storia
Gli Usa non sono nuovi all’idea di acquistare territori per motivi politici e strategici. Nel 1946 Harry Truman offrì 100 milioni di dollari in lingotti d’oro per la Groenlandia, una cifra che oggi equivarrebbe a 1,6 miliardi. Ma la stima più corretta, adeguata alle dimensioni del Pil americano, porta la valutazione a 12,9 miliardi. Una somma irrisoria per gli standard attuali, ma indicativa: storicamente, Washington ha sempre ancorato il prezzo dei territori strategici alla forza della propria economia.
Il precedente più significativo resta quello della Louisiana. Nel 1803 gli Usa versarono alla Francia una cifra pari al 3% del loro Pil, che oggi corrisponderebbe a circa 890 miliardi di dollari. La proporzione è illuminante: per Washington i territori cruciali non si prezzano in base alle risorse immediatamente sfruttabili, ma al peso geopolitico che garantiscono sul lungo periodo.
Le risorse: un tesoro teorico, non immediato
La Groenlandia ospita risorse minerarie dal valore teorico di 4.400 miliardi di dollari, tra petrolio, gas e minerali rari. Una ricchezza che, però, esiste più nelle stime che nella realtà. Il clima estremo, la mancanza di infrastrutture e la scarsità di manodopera rendono sfruttabile solo una minima parte del territorio: meno del 2% è oggi coperto da licenze di esplorazione.
Per questo, il valore realistico delle risorse monetizzabili scende a 186 miliardi di dollari. Una cifra significativa, certo, ma lontana dall’essere decisiva per sostenere da sola un’operazione da migliaia di miliardi. La partita non si gioca sotto il terreno, ma sopra.
Il valore strategico: la vera ragione dell’interesse americano
La Groenlandia non interessa agli Stati Uniti per ciò che contiene, ma per ciò che rappresenta. Nell’Artico che si scioglie e si apre, l’isola è una piattaforma militare e politica nel cuore della competizione tra Usa, Cina e Russia. È una rotta, un radar naturale, una base avanzata: un asset che può determinare il nuovo equilibrio globale.
Se l’acquisto è un’operazione immobiliare, allora va valutata come tale. Il parametro arriva dall’Islanda, Paese simile per collocazione: acquistare tutti gli edifici esistenti costerebbe 131 miliardi, pari a 1,28 milioni di dollari al chilometro quadrato. Applicato alla Groenlandia, quel coefficiente porta a una valutazione di 2.760 miliardi di dollari, cioè il 9% del Pil americano e il 7% del suo debito pubblico.
Una cifra titanica, ma perfettamente in linea con il modo in cui gli Stati Uniti hanno sempre misurato il valore dei territori strategici.
Il vincolo giuridico: oggi i territori non si comprano più
C’è però un ultimo elemento, il più ingombrante. L’epoca in cui i territori si cedevano tramite trattati di compravendita è finita. La Groenlandia ha autonomia interna, un’identità politica definita e un rapporto articolato con la Danimarca. Ogni ipotesi di negoziazione dovrebbe passare dal consenso del suo popolo, non solo dai governi.
Lo hanno ricordato Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Danimarca e Spagna in un comunicato congiunto: «La Groenlandia appartiene al suo popolo». Ed è qui che la partita si complica. Perché il valore economico può anche essere calcolato, ma la volontà politica non si compra.
Il prezzo reale
Somma teorica delle risorse, precedenti storici e valore strategico convergono verso una cifra: 2.760 miliardi di dollari. È un numero che dice molto meno sul costo della Groenlandia e molto più sul tipo di mondo che sta emergendo nell’Artico. Un mondo in cui il territorio, ancora una volta, torna a essere potere. E in cui gli Stati Uniti di Trump tentano di fare ciò che hanno sempre fatto: trasformare lo spazio geografico in vantaggio geopolitico.
