Saif al-Islam Gheddafi, figlio più noto dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, sarebbe stato ucciso in Libia in circostanze che restano ancora poco chiare. Secondo le informazioni disponibili, Saif – 53 anni, il cui nome completo significa «La spada dell’Islam» – avrebbe perso la vita nella città di Zintan, nel nord-ovest del Paese, durante scontri armati tra milizie rivali. L’uomo era ricercato dalla Corte penale internazionale con l’accusa di crimini contro l’umanità. Secondogenito del colonnello, Saif al-Islam venne arrestato il 19 novembre 2011 mentre tentava di fuggire verso il Niger, a circa un mese dalla morte del padre. Trasferito nel carcere di Zintan, vi rimase detenuto fino al 5 luglio 2016. Nel luglio 2015 una corte libica lo condannò a morte per crimini di guerra e per la repressione delle proteste popolari durante la rivoluzione del 2011. Una sentenza che sembrava chiudere definitivamente la parabola politica dell’erede del regime.Il quadro mutò in modo inatteso il 14 novembre 2021, quando Saif al-Islam annunciò la propria candidatura alle elezioni presidenziali libiche. Un gesto che riaprì ferite mai rimarginate e riportò in superficie la nostalgia di una parte della popolazione per l’ordine perduto dell’era gheddafiana. Ma anche quella consultazione, come molte altre promesse di transizione, non si è mai concretizzata, rimanendo intrappolata nel pantano politico del Paese.
La vicenda personale di Saif al-Islam si intreccia con quello che oggi appare sempre più chiaramente come uno dei più gravi errori strategici dell’Occidente nel Mediterraneo: l’intervento militare del 2011 contro la Libia. La caduta del regime di Gheddafi (catturato e ucciso a Sirte il 20 ottobre 2011), sostenuta da una coalizione internazionale sotto l’ombrello della NATO, non fu accompagnata da alcun piano serio di stabilizzazione post-bellica. Smantellato lo Stato senza costruirne uno nuovo, la Libia è precipitata in un vuoto di potere che ha favorito la proliferazione di milizie armate, la dissoluzione delle istituzioni e l’ingresso permanente di attori stranieri in competizione tra loro. La Libia di oggi è formalmente uno Stato unitario, ma di fatto un Paese frammentato. A ovest, a Tripoli, opera un governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, sostenuto da un mosaico di milizie che garantiscono sicurezza in modo selettivo e condizionato. A est, con baricentro a Bengasi, domina l’apparato politico-militare legato al generale Khalifa Haftar, che controlla ampie porzioni di territorio e gran parte delle infrastrutture energetiche. Nel sud, il Fezzan resta una zona grigia, attraversata da traffici illegali, contrabbando e presenza di gruppi armati locali e stranieri. In questo contesto di disgregazione statale, la Libia è diventata uno dei principali epicentri della crisi migratoria verso l’Europa. L’assenza di un controllo effettivo delle frontiere e di un’autorità centrale ha trasformato il Paese in una piattaforma per il traffico di esseri umani. Migliaia di migranti restano intrappolati in centri di detenzione informali, gestiti da milizie o reti criminali, oppure vengono spinti verso il Mediterraneo centrale in condizioni estreme. Un flusso che ha avuto un impatto diretto sull’Italia e sull’Unione europea, costrette a gestire le conseguenze di un collasso statale avvenuto a poche centinaia di chilometri dalle proprie coste.
Il paradosso libico è che tutto questo avviene in un Paese potenzialmente ricchissimo. La Libia possiede le maggiori riserve di petrolio dell’Africa e importanti giacimenti di gas naturale. Prima del 2011 produceva oltre 1,6 milioni di barili di greggio al giorno. Oggi la produzione è fortemente instabile, soggetta a blocchi, sabotaggi e ricatti politici. I terminal petroliferi, gli oleodotti e i giacimenti sono spesso utilizzati come leve di pressione da parte delle diverse fazioni armate.Le entrate energetiche, gestite formalmente dalla National Oil Corporation, rappresentano il cuore della contesa politica. Il controllo delle risorse non è solo una questione economica, ma uno strumento di potere: chi controlla il petrolio controlla la possibilità di pagare stipendi, comprare consenso e finanziare apparati armati. In assenza di un accordo politico condiviso sulla redistribuzione delle rendite, il petrolio si è trasformato da ricchezza nazionale a fattore di instabilità permanente. Oltre agli idrocarburi, la Libia dispone di ampie risorse minerarie ancora in gran parte inesplorate e di un potenziale strategico nel settore delle energie rinnovabili, in particolare solare. Ma senza sicurezza, istituzioni credibili e un quadro giuridico stabile, questi asset restano inutilizzati o preda di interessi esterni. Il caos libico, dunque, non è un accidente storico né un destino inevitabile. È il risultato diretto di una scelta politica precisa: un cambio di regime rapido e militare, privo di visione strategica. Una decisione che ha destabilizzato l’intero Nord Africa, alimentato reti criminali e jihadiste, scaricato sull’Europa il peso della crisi migratoria e lasciato la Libia intrappolata in una transizione infinita. In questo scenario, la morte di Saif al-Islam – se confermata – non rappresenterebbe solo la fine di una figura simbolica, ma l’ennesimo capitolo irrisolto di una guerra che l’Occidente ha contribuito a iniziare senza mai davvero assumersene le conseguenze.
