Le parole pronunciate a Washington nelle ultime settimane disegnano uno scenario in apparenza lineare: Hamas sarebbe destinata a deporre le armi, aprendo la strada a una nuova fase per la Striscia di Gaza nel dopoguerra. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali, il quadro che emerge dai protagonisti sul campo è molto più complicato. E soprattutto, profondamente contraddittorio. Mercoledì, Moussa Abu Marzouk, alto funzionario del movimento jihadista, ha messo in discussione uno dei capisaldi del piano sostenuto dagli Stati Uniti per il futuro di Gaza: il disarmo di Hamas. Secondo Abu Marzouk, il gruppo non ha mai accettato di rinunciare alle armi, sollevando dubbi seri sulla possibilità che l’organizzazione possa soddisfare una richiesta considerata fondamentale da Washington e Israele. La presa di posizione entra in aperto contrasto con l’insistenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che continuano a indicare il disarmo come condizione imprescindibile della seconda fase del cessate il fuoco a Gaza. Trump, in particolare, ha più volte sostenuto che Hamas avrebbe “promesso” di deporre le armi, arrivando a lanciare avvertimenti e minacce dirette al gruppo. Ma dalle parole dei dirigenti islamisti emerge una realtà opposta: nessuna promessa, nessun impegno, nessun accordo. Intervistato da Al Jazeera, Abu Marzouk ha chiarito che la questione delle armi non è mai stata oggetto di un confronto concreto. «Non abbiamo ancora discusso delle armi; nessuno ce ne ha parlato direttamente», ha spiegato, precisando che Hamas non ha affrontato il tema né con la parte americana né con i mediatori regionali. Di conseguenza, ha aggiunto, il movimento non è in grado di capire cosa Washington intenda realmente per “disarmo” né quale sia l’obiettivo finale di questa richiesta. Il dirigente ha poi respinto in modo netto l’ipotesi di un’intesa, anche informale, sulla consegna degli arsenali: «Un accordo per la cessione delle armi non è mai avvenuto. Non abbiamo mai parlato, nemmeno per un istante, di consegna, distruzione, resa o disarmo». Una smentita secca, che smonta la narrazione di un Hamas ormai costretta a piegarsi alle condizioni occidentali. Da qui la domanda che Abu Marzouk rivolge implicitamente a Stati Uniti, Israele e ai loro alleati: se due anni di guerra, bombardamenti e operazioni militari non sono riusciti a ottenere il disarmo del movimento, «come si pensa di raggiungere questo risultato attraverso i negoziati?». Un interrogativo che mette in luce la distanza tra le aspettative politiche di Washington e Gerusalemme e la percezione di forza che Hamas continua a rivendicare.
Le dichiarazioni dell’esponente islamista toccano anche un altro nodo cruciale: il futuro assetto di governo della Striscia. Abu Marzouk ha lasciato intendere che Hamas manterrebbe un ruolo determinante nella nuova architettura amministrativa di Gaza, arrivando a suggerire un vero e proprio diritto di veto sulle nomine del comitato tecnico incaricato di gestire l’enclave nel dopoguerra. Inoltre, ha sottolineato che il movimento continua a governare le aree della Striscia che, in base al cessate il fuoco, non sono sotto il controllo diretto delle Forze di difesa israeliane. Si tratta di un passaggio tutt’altro che secondario. Il piano statunitense prevede infatti non solo il disarmo di Hamas, ma anche la sua sostituzione come forza di governo. Un obiettivo che, alla luce delle dichiarazioni di Abu Marzouk, appare lontano. Il gruppo islamista, pur sotto pressione militare e diplomatica, continua a presentarsi come un attore politico imprescindibile e radicato sul territorio. Non a caso, lo stesso Abu Marzouk ha precisato che, sebbene Hamas non accetti il principio del disarmo, una discussione limitata potrebbe teoricamente avvenire. «Al tavolo delle trattative discuteremo quali armi saranno rimosse, cosa sarà rimosso e come», ha detto. Una formula che, tuttavia, non equivale a una rinuncia alla capacità militare complessiva, ma piuttosto a un confronto tattico e circoscritto, ben lontano dalle aspettative di Washington e Israele. Il quadro che emerge è quello di una profonda asimmetria tra la narrazione occidentale e la linea reale di Hamas. Da un lato, gli Stati Uniti e Israele continuano a presentare il disarmo come un passaggio già scritto o comunque inevitabile; dall’altro, la leadership islamista ribadisce che la questione non è mai stata concordata e che il movimento non intende deporre le armi. In mezzo, un cessate il fuoco fragile, un piano per il dopoguerra ancora privo di basi condivise e una Striscia di Gaza che resta sospesa tra tregua militare e stallo politico.Al netto delle dichiarazioni e delle pressioni internazionali, un dato appare ormai chiaro: Hamas non considera il disarmo un’opzione sul tavolo. E finché questa linea resterà invariata, il nodo delle armi continuerà a rappresentare il principale ostacolo a qualsiasi progetto di stabilizzazione duratura di Gaza.
