In un momento segnato da fratture geopolitiche e competizione tecnologica, la cultura è riemersa come strumento strutturale del potere nazionale. Non più ornamento, non più semplice strumento promozionale, ma infrastruttura strategica capace di modellare alleanze, influenzare percezioni e orientare flussi economici e turistici. In questo scenario, l’asse tra Italia e Corea del Sud si sta progressivamente consolidando come uno dei dialoghi culturali più rilevanti e lungimiranti tra Europa e Asia.
L’Italia resta una delle massime espressioni mondiali del patrimonio storico e artistico: una civiltà stratificata il cui lascito coincide con la stessa memoria dell’Occidente. La Corea del Sud, al contrario, è spesso descritta come l’emblema dell’Asia contemporanea — dinamica, tecnologicamente avanzata e capace di trasformare musica, produzione audiovisiva, estetica e lifestyle in una potente piattaforma globale di soft power. Tuttavia, questa apparente contrapposizione è fuorviante. Entrambi i Paesi condividono una storia lunga e complessa, una coscienza culturale profondamente radicata e una consapevolezza statale della cultura come asset strategico.
Negli ultimi anni, Seoul ha costruito un modello integrato in cui industrie creative, politiche pubbliche e piattaforme digitali convergono in una strategia coerente di proiezione internazionale. Roma, dal canto suo, continua a rappresentare un punto di riferimento globale nella tutela del patrimonio, nella produzione artistica, nel design e nella manifattura culturale. L’incontro tra questi due sistemi non è episodico ma strutturale: rappresenta un dialogo tra una nazione che custodisce la profondità del tempo e un’altra che ha saputo tradurre la propria tradizione in linguaggio contemporaneo.
La recente visita a Seoul del Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni ha ulteriormente rafforzato questo asse, riaffermando l’intenzione di ampliare la cooperazione bilaterale non solo nei settori industriali e tecnologici, ma anche in quelli culturali e creativi. In tale contesto è emersa con chiarezza una consapevolezza condivisa: Italia e Corea del Sud possiedono una vocazione comune alla creatività e all’innovazione, e sono nella posizione di costruire una partnership che va ben oltre le contingenze diplomatiche.
In questo quadro, Panorama ha realizzato un’intervista esclusiva con Chae Hwi-young, Ministro della Cultura, dello Sport e del Turismo della Repubblica di Corea, in occasione della sua visita in Italia per l’apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026. Le sue parole delineano una traiettoria strategica tra Roma e Seoul che supera di gran lunga l’evento sportivo in sé e tocca il nucleo dell’alleanza culturale tra le due nazioni: la complementarità tra patrimonio e innovazione, il ruolo delle industrie creative come strumenti di diplomazia e lo scambio culturale come infrastruttura geopolitica.
Italia e Corea sono spesso considerate Paesi forti rispettivamente nel patrimonio culturale e nella cultura contemporanea. In che modo queste diverse identità culturali possono completarsi nei futuri scambi tra i due Paesi?
Sebbene Italia e Corea possano sembrare incarnare identità culturali differenti, condividono una base comune nelle loro lunghe storie e nel ricco patrimonio culturale. Se l’Italia simboleggia lo splendore del patrimonio culturale che riflette la profondità della storia umana, la Corea può essere descritta come simbolo di innovazione dinamica — reinterpretando il proprio patrimonio attraverso una lente contemporanea e combinandolo con la tecnologia per creare nuovo valore.
Queste somiglianze e differenze, insieme, possono elevare lo scambio culturale bilaterale a un dialogo tra passato e futuro, formando una base complementare per la cooperazione culturale capace di generare una potente sinergia.
A questo proposito, la performance di media façade presentata congiuntamente da artisti coreani e italiani al Colosseo di Roma durante lo scorso Anno dello Scambio Culturale Reciproco Corea–Italia ha dimostrato chiaramente come tale collaborazione possa essere realizzata. In futuro, credo che i nostri due Paesi continueranno ad ampliare la cooperazione in modi che permettano a tradizione e modernità di coesistere naturalmente nel punto in cui i nostri patrimoni culturali si incontrano.
Perché ritiene che la cultura coreana stia risuonando con il pubblico europeo e quali sono gli elementi chiave al suo centro?
Ritengo che la ragione principale per cui la cultura coreana ha conquistato il cuore degli europei oltre le barriere linguistiche e geografiche risieda nella sua peculiare forza narrativa — la capacità di trasmettere emozioni universali attraverso forme di espressione distintamente coreane. Pur esplorando temi universalmente riconoscibili come famiglia, amore e solidarietà, i contenuti coreani mantengono il dinamismo caratteristico della Corea e una meticolosa attenzione al dettaglio, entrando così in risonanza naturale con il pubblico europeo proveniente da contesti culturali diversi.
Inoltre, la modalità distintiva di coinvolgimento culturale propria della K-culture — incluso il K-pop — risuona fortemente con le giovani generazioni europee. Attraverso musica e performance, esprime emozioni ed esperienze giovanili, mentre le piattaforme digitali consentono un’interazione diretta tra artisti e fan, permettendo loro di co-creare la cultura insieme.
I fan italiani viaggeranno in Corea a marzo in occasione del concerto dei BTS. Quali contenuti turistici consiglierebbe ai visitatori stranieri per vivere la cultura coreana e la quotidianità del Paese?
Ai fan che visiteranno la Corea in occasione del concerto dei BTS a marzo, consiglierei soprattutto un viaggio nella “vera vita quotidiana” dei coreani, oltre il palcoscenico della performance.
Più che limitarsi al turismo tradizionale, incoraggio i visitatori a immergersi nello stile di vita coreano — mangiando, rilassandosi e godendosi la Corea come fanno i coreani. Una passeggiata lungo il sentiero della fortezza nel Parco Naksan e una visita alla N Seoul Tower — entrambi tornati al centro dell’attenzione dopo il successo globale di K-Pop Demon Hunters — rappresentano un ottimo punto di partenza. I viaggiatori possono inoltre esplorare i pop-up store di Seongsu, oggi considerata un hub della K-beauty, oppure provare un’analisi del colore personale a Myeongdong, uno dei quartieri turistici più vivaci di Seoul. Soprattutto, invito i visitatori a lasciarsi conquistare dalla grande varietà di K-food che i coreani consumano nella loro quotidianità.
Per chi ama storia e cultura, raccomando vivamente il Museo Nazionale della Corea, che lo scorso anno ha attirato 6,5 milioni di visitatori. È noto anche come uno dei luoghi frequentemente visitati da RM, leader dei BTS, e rappresenta uno spazio culturale unico in cui passato e presente della Corea, così come natura e tecnologia, coesistono.
Infine, incoraggerei anche a spingersi oltre Seoul per scoprire le diverse culture regionali della Corea. Spero possano esplorare nuove dimensioni del Paese a Gyeongju, antica capitale che ha attirato l’attenzione globale durante il vertice APEC dello scorso anno; a Busan, città costiera dinamica dove oceano e vita urbana si incontrano; e a Jeju e Gangwon, dove è possibile immergersi pienamente nella natura e nel relax.
Perché il K-pop sta ricevendo un’attenzione così forte tra i giovani italiani e cosa significa questa espansione culturale per gli scambi tra i due Paesi?
Il forte appeal del K-pop tra i giovani italiani può essere attribuito alla sua musica e alle sue performance altamente curate, unite ai valori di individualità e auto-espressione che vi sono incorporati — qualità che risuonano profondamente con i giovani italiani. Inoltre, la cultura partecipativa del fandom — espressa attraverso light stick, concerti dal vivo e vivaci comunità di fan — ha creato un potente senso di creazione culturale collettiva che continua a coinvolgere le nuove generazioni.
Ritengo che la popolarità del K-pop si sia evoluta oltre il semplice consumo musicale per diventare un ponte culturale tra i nostri due Paesi. Quando l’interesse iniziale suscitato dal K-pop si espande verso un interesse più ampio per lingua, storia, cibo, bellezza e lifestyle, può costituire la base per scambi più profondi tra le persone e a livello culturale, favorendo in ultima analisi una partnership più multidimensionale e sostenibile.
Attraverso grandi mega-eventi internazionali come le Olimpiadi, quale immagine nazionale intende presentare la Corea e quale cooperazione culturale e sportiva si aspetta tra i due Paesi in relazione a Milano Cortina 2026?
I Giochi Olimpici rappresentano un’importante piattaforma globale attraverso cui una nazione condivide i valori e la cultura che aspira a sostenere. Attraverso le Olimpiadi, la Corea intende presentare un’immagine nazionale fondata sui valori sportivi universali di equità, fiducia e solidarietà, mettendo al contempo in evidenza uno spirito che unisce tradizione e dinamismo, creatività e apertura.
Ci auguriamo che i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 rappresentino un’opportunità per ampliare ulteriormente la cooperazione culturale e sportiva tra Corea e Italia. Poiché entrambi i Paesi hanno ospitato i Giochi Olimpici Invernali, mi aspetto che questa esperienza condivisa conduca a una cooperazione significativa in un’ampia gamma di settori, tra cui scambi sportivi, cultura, turismo e coinvolgimento giovanile.
In che modo Korea House dovrebbe evolvere per superare la dimensione di semplice spazio promozionale e diventare una piattaforma di scambio culturale reciproco con il Paese ospitante?
Innanzitutto, in qualità di ministro responsabile di questa iniziativa, desidero esprimere il mio sincero apprezzamento per il forte interesse locale verso Korea House a Villa Necchi Campiglio, che sta accogliendo quasi 2.000 visitatori al giorno. Ritengo che l’ampia gamma di programmi — dalla K-beauty e K-food fino a esperienze più ampie di K-culture — offerti in uno spazio in cui è possibile incontrare sia la tradizione sia la modernità della Corea abbia risuonato profondamente con il pubblico locale.
Ho visitato personalmente Korea House, incontrato molti visitatori sul posto e persino servito cibo io stesso. Sono rimasto profondamente colpito dal fatto che così tante persone mi abbiano salutato calorosamente in coreano. Vivere questa esperienza in prima persona mi ha dato grande fiducia nel fatto che Korea House possa continuare a crescere come un’importante piattaforma di scambio culturale reciproco con il Paese ospitante.
Sulla base dell’esperienza maturata con Korea House, ritengo che debba evolvere oltre la semplice presentazione della cultura coreana per diventare una piattaforma di scambio culturale bidirezionale che si integri organicamente con la società locale sul palcoscenico globale dei Giochi Olimpici. Soprattutto, ampliando programmi che incoraggino la partecipazione attiva delle comunità locali, auspico che Korea House diventi uno spazio accogliente in cui i visitatori si sentano come ospiti nella casa di un amico coreano e in cui le culture si incontrino in modo naturale.
Dalle parole di Chae Hwi-young emerge con chiarezza che, per la Corea del Sud, la cultura non è un settore ma un sistema. Un ecosistema che intreccia industrie creative, politiche pubbliche, diplomazia e partecipazione civica. Non una somma di fenomeni isolati — K-pop, cinema, turismo, bellezza — ma una strategia internazionale coerente.
È proprio su questo terreno che l’Italia può porsi come partner alla pari. Se Seoul ha saputo trasformare il proprio patrimonio in un linguaggio contemporaneo globale, Roma continua a rappresentare uno dei riferimenti più autorevoli al mondo nella tutela e valorizzazione dell’eredità culturale. Due modelli distinti, ma non incompatibili. Due identità che non si annullano, ma si riconoscono.
La presenza del Ministro in Italia per l’apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 assume quindi un significato simbolico che trascende l’evento stesso. Segnala una relazione che va oltre la diplomazia formale e si struttura invece attraverso lo scambio culturale, la cooperazione creativa e piattaforme condivise. Dalla media façade al Colosseo a Korea House a Milano, dai flussi turistici legati alla K-pop alle partnership culturali istituzionali, l’asse Italia–Corea del Sud sta avanzando su basi concrete e misurabili.
Korea House a Milano offre forse l’illustrazione più chiara di ciò che questa partnership rappresenta nella pratica. Tra i diversi spazi culturali nazionali attivati durante i Giochi Invernali, si è distinta per la costanza dell’affluenza quotidiana e per l’ampiezza della programmazione partecipativa. Più che uno spazio promozionale, ha funzionato come una piattaforma viva di scambio, in cui il pubblico italiano ha interagito con la creatività coreana contemporanea non come osservatore passivo, ma come partecipante attivo. Dai workshop di bellezza alle esperienze culinarie, dal design alla performance, ha tradotto il dialogo diplomatico in interazione tangibile. Così facendo, ha dimostrato che una strategia culturale raggiunge il suo pieno potenziale quando diventa esperienza — quando il soft power non è semplicemente proiettato verso l’esterno, ma condiviso.
Lo slancio ora si estende alle industrie creative in senso più ampio. La prossima collaborazione tra Milano Fashion Week e Seoul Fashion Week — incarnata nel progetto Soul Threads: Voices of Seoul — segna un ulteriore passo nell’istituzionalizzazione di questo dialogo. Ciò che era iniziato come fascinazione culturale si sta evolvendo in uno scambio industriale strutturato, in cui la moda diventa un ulteriore ponte strategico tra i due sistemi.
La sfida ora è la continuità. Trasformare la convergenza in struttura. Rendere sistemico domani ciò che oggi appare eccezionale. Perché il soft power non si improvvisa mai; si pianifica, si coltiva e si sostiene nel tempo.
In un mondo in cui le nazioni si ridefiniscono non solo attraverso la forza economica o tecnologica, ma attraverso la capacità di narrarsi ed essere comprese, Italia e Corea del Sud sembrano aver colto una verità fondamentale: la cultura è molto più di un marcatore identitario. È leva geopolitica. È linguaggio condiviso. Soprattutto, è una forma di alleanza.

















