Ora dobbiamo fare in fretta. Dopo che la Camera ha approvato il 4 giugno il disegno di legge sul “nucleare sostenibile”, ci aspetta una lunga corsa a ostacoli fino alla posa delle prime pietre delle nuove centrali. E l’Italia deve fare un grande sforzo per accelerare i tempi e tornare a dotarsi rapidamente di una fonte energetica che presenta alcuni vantaggi importantissimi: emissioni di anidride carbonica quasi nulle, produzione di elettricità stabile e continua, indipendenza dalle fonti fossili e dai relativi rischi geopolitici. Ma oltre a chiedercelo il buon senso, il ritorno all’atomo è necessario per rispettare gli impegni che il Paese ha preso insieme ai partner dell’Unione europea: raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica (zero emissioni nette) entro il 2050 con l’obiettivo intermedio di tagliare le emissioni di gas serra del 55% al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2030 e aumentare la quota di consumi coperti da fonti rinnovabili fino ad almeno il 42,5% entro lo stesso anno. Quindi occorre investire tantissimo sulle rinnovabili, e forse sarebbe il caso che il governo prendesse in mano la regia di questo settore. Ma poiché i consumi di elettricità sono destinati a crescere parecchio (il fabbisogno nazionale di energia elettrica dovrebbe passare dai circa 311 TWh del 2025 a 404-439 TWh nel 2040), accanto agli impianti green dobbiamo affiancare una fonte stabile, che garantisca una costante fornitura di energia senza le emissioni e i costi imprevedibili degli idrocarburi. Per questo il tema è tornato di attualità in Italia.
Intanto in molti Paesi si scommette sui neutroni. Nel mondo sono in attività 415 reattori nucleari e 73 sono in costruzione, di cui 4 nell’Europa dell’Est (9 se consideriamo anche la Russia) e 2 in quella occidentale (Regno Unito). E grazie alla Francia e ad altri 11 Paesi dell’Unione dotati di centrali atomiche, il nucleare è ancora la “spina dorsale” della produzione di energia a basse emissioni di carbonio nell’Ue, nonché la prima fonte di elettricità in assoluto.
Questo non fermerà il fronte dei “no nuke”. Gli oppositori della tecnologia utilizzeranno svariati argomenti contro il programma del governo: tempi troppo lunghi, risorse distolte dalle rinnovabili, rischio di incidenti gravi in un territorio densamente abitato, mancanza di un deposito nazionale per le scorie, i due referendum che hanno già bocciato l’atomo. Si può ribattere che se vogliamo decarbonizzare davvero la nostra economia non possiamo contare solo sul Sole e sul vento: avere le prime centrali nucleari nel 2035, e una flotta di reattori a orizzonte 2045‑2050, sarebbe un successo per avvicinarsi agli obiettivi del 2050; anche se costruire le centrali nucleari è costoso, ciò non impedisce l’avanzamento delle fonti rinnovabili, dipenderà dalle scelte degli investitori privati e dalla leva fiscale utilizzata dal governo; per quanto riguarda i rischi, i reattori di ultima generazione e gli Small modular reactors (Smr) includono sistemi di sicurezza passiva, riduzione della probabilità di meltdown, ridondanze tale da escludere quasi del tutto il pericolo di un incidente, e il fatto che così tanti impianti siano oggi in costruzione nel mondo dovrebbe tranquillizzarci; il deposito delle scorie in effetti manca ed è un problema che verrà affrontato nei decreti attuativi; infine, il Parlamento può legittimamente decidere il ritorno al nucleare sostenendo che, a 15 anni dall’ultimo referendum, la sensibilità dei cittadini e lo sviluppo tecnologico hanno cambiato profondamente la situazione.
Che cosa prevede il decreto e quali sono le prossime tappe
Nel testo si definiscono i campi d’intervento dei futuri decreti governativi, tra cui: la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari; la produzione di idrogeno tramite energia nucleare; la gestione del combustibile esaurito e la sicurezza; la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Inoltre, vengono stabiliti i criteri che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti per garantire i massimi standard di sicurezza e protezione della salute; semplificare i procedimenti autorizzativi; prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti; assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica.
Il provvedimento passa ora al Senato, con la speranza da parte del governo dell’approvazione definitiva prima della pausa estiva, per emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno. In un’intervista, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha dichiarato che per approvare i decreti attuativi «abbiamo un anno di tempo. Ma mi sono impegnato a presentarli prima di Natale. in modo da completare il quadro giuridico e consentire a chi sarà al governo di fare le scelte necessarie entro la fine del decennio».
Dopo l’approvazione dei decreti attuativi, ricorda Marco Ricotti, docente di impianti nucleari al Politecnico di Milano, sarà necessaria «la nascita di un’autorità di sicurezza nucleare, indipendente e ben dotata di risorse umane e finanziare. Quindi l’attivazione degli strumenti normativi e finanziari a supporto del nuovo programma ad hoc (ad esempio finanziamenti agevolati, garanzie, contratti di lungo termine). A seguire, la firma di accordi di fornitura delle tecnologie nucleari che saranno valutate idonee e interessanti per il mercato italiano: è realistico pensare che saranno accordi con la Francia, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada».
Bisognerà anche stabilire dove mettere le scorie. «Ma prima di tutto ciò», sottolinea Ricotti, «il passo più importante: quello dell’avvio di un programma di informazione, comunicazione e coinvolgimento della popolazione e di tutti i corpi sociali, che non terminerà mai, dovrà proseguire anche dopo l’avvio dei futuri reattori».
Di quali centrali stiamo parlando
Il testo di legge delega abilita il governo a disciplinare la costruzione e l’esercizio di Smr (Small modular reactors), Amr (Advanced modular reactors) e micro‑reattori, oltre alla ricerca sulla fusione e alla gestione del ciclo del combustibile. Non sembra previsto il ritorno alle grandi centrali di terza generazione da 1.000‑1.600 MW, ci si concentrerà su reattori di taglia ridotta e modulare da circa da 100‑400 MW di potenza, combinabili tra loro, costruiti in fabbrica e poi montati sul posto. Sono a sicurezza passiva, cioè in caso di problemi si spengono e si raffreddano in modo sicuro senza bisogno di intervento umano, di alimentazione elettrica esterna o di pompe attive.
La scelta concreta delle tecnologie viene comunque demandata a una fase successiva: il governo ha incaricato la società Nuclitalia (Enel‑Ansaldo‑Leonardo) di analizzare quali reattori siano più adatti all’Italia e presenterà uno studio al ministero dell’Ambiente, che sarà poi recepito nei decreti attuativi.
L’intento dell’esecutivo è avere già qualche modulo attivo nel 2035 per poi arrivare tra 8 e 16 GW di capacità nucleare al 2050, per soddisfare dall’11 al 22% della domanda elettrica prevista. «L’obiettivo minimo è coprire almeno il 10% del fabbisogno elettrico italiano al 2050, meno di questa quota non avrebbe senso», commenta Marco Ricotti. «Gli effetti positivi offerti dall’atomo saranno certamente più sensibili se la quota sarà maggiore ma si vedrà col tempo: ora è indispensabile partire».
Questa capacità dovrebbe essere ottenuta con una costellazione di piccoli reattori modulari. Si parla di impianti in grado di servire da un’area urbana a singoli grandi poli industriali energivori, con possibile co‑produzione di idrogeno e di calore. «Il valore degli Smr», spiega Jacopo Buongiorno, docente di Nuclear engineering al Massachusetts Institute of Technology, «è di ridurre le dimensioni dell’investimento iniziale e quindi abbassare il rischio finanziario del progetto. Però una volta costruito, un impianto di media e bassa taglia produce elettricità (o calore) a costi più elevati rispetto a uno di grossa taglia, per via dell’economia di scala».
Determinare con precisione il costo degli Smr non è semplice, soprattutto perché parliamo di una tecnologia non ancora commercializzata su larga scala. Tuttavia, studi recenti mostrano che l’investimento stimato per un impianto da 300 MW si aggira intorno ai 1,5-2 miliardi di euro contro i 10-15 miliardi di una centrale tradizionale. L’elettricità prodotta dovrebbe costare sui 100-107 euro a MWh, un valore maggiore rispetto alle rinnovabili e al nucleare tradizionale già in funzione ma potenzialmente competitivo con il gas.
Si tratta comunque di ipotesi, visto che per ora sono in funzione nel mondo solo 4 Smr: 2 russi da 35 MW l’uno, montati su una nave attraccata al porto di Pevek, sito minerario vicino al circolo polare artico, e 2 cinesi da 105 MW a Shidao Bay.
L’Italia è pronta dal un punto di vista tecnologico?
Secondo Buongiorno «l’Italia, considerando che non ha impianti nucleari nazionali da oltre 30 anni, ha mantenuto un’infrastruttura nucleare di eccezionale valore sia in termini di sistema educativo, con centinaia di ingegneri nucleari laureati ogni anno sia in termini industriali, con una miriade di aziende che fanno parte della catena di fornitura per la costruzione e la manutenzione di impianti in Europa e in Nord America. Quindi l’Italia da sola non sarebbe in grado di costruire una centrale nucleare dato che le catene di fornitura sono sostanzialmente internazionali, ma non si parte da zero».
Il nostro fiore all’occhiello è Ansaldo Nucleare, che opera da oltre 60 anni nel settore. Oggi conta circa 516 dipendenti ed è una società integrata lungo tutta la filiera: progettazione e produzione di componenti ad alta tecnologia, estensione della vita degli impianti, sicurezza nucleare, decommissioning, gestione dei rifiuti radioattivi e sviluppo delle tecnologie di nuova generazione. Ansaldo Nucleare sta lavorando al progetto di rinnovamento della centrale di Cernavoda in Romania, ha completato l’upgrade dei sistemi sicurezza e di ammodernamento dell’impianto di Krško in Slovenia, è coinvolta nello sviluppo degli Smr a livello internazionale. Inoltre è tra i partner industriali europei nel progetto Iter (fusione).
Daniela Gentile, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, cita studi secondo i quali una ripresa dell’attività potrebbe creare circa 120 mila posti di lavoro entro il 2050 con un giro d’affari di 50 miliardi di euro. «Vedo che a livello europeo è riconosciuta la qualità di questo ancorché piccolo nucleo di aziende italiane che hanno mantenuto le loro competenze nucleari. Abbiamo ingegneri e tecnici che lavorano in tutto il mondo, noi pensiamo che intorno al 2033-35 si potrebbe avere il primo Smr operativo in Italia. Ansaldo Nucleare potrebbe giocare un ruolo chiave nella modularizzazione, nella progettazione, nell’assemblaggio di componenti qualificati e nelle attività di test in fabbrica, lontano dal sito. Senza dimenticare che le centrali nucleari hanno bisogno di turbine a vapore e generatori per produrre l’energia elettrica, quindi l’intero gruppo Ansaldo Energia potrà avere un ruolo fondamentale».
La manager è convinta che l’Italia «non può sprecare questa occasione» ma occorre correre. E abbattere i tempi di autorizzazione che, tra l’altro, frenano anche le rinnovabili.
Altro simbolo delle capacità italiche è Newcleo, società cofondata e guidata dal fisico Stefano Buono, pronta per la quotazione al Nasdaq.
La sua idea è potenzialmente rivoluzionaria: mini reattori raffreddati al piombo e il cosiddetto Mox, combustibile realizzato con il riciclo delle scorie dei vecchi impianti. Da sottolineare poi che quest’anno il Politecnico di Milano ha nuovamente raggiunto (e l’anno prossimo molto probabilmente supereremo) il picco di nuove matricole e nuovi ingressi alle lauree di ingegneria specifiche.
E l’opinione pubblica?
Il nucleare non è più un tema divisivo come in passato: a certificarlo sono vari sondaggi da cui emerge che gli italiani sarebbero favorevoli ai mini reattori. «La metà degli italiani lo rivuole» ha dichiarato il sondaggista Renato Mannheimer durante un’intervista a L’Aria che Tira: «Noi siamo cambiati, gradatamente è cresciuta nel Paese l’apertura verso questa tecnologia. Grossomodo dicono di essere favorevoli ad esse il 50% dei cittadini, quindi siamo a metà. Qualche ricerca è sopra il 50%, qualcuna sotto, ma siamo lì. Quello che manca ancora in Italia è l’informazione sulla sua sostenibilità».
«Sappiamo che le paure ci sono per ogni infrastruttura grande o piccola che sia», aggiunge Ricotti del Politecnico di Milano: «L’alta velocità, gli inceneritori e le discariche, i rigassificatori, il ponte sullo Stretto, anche le pale eoliche e il fotovoltaico. È comprensibile, non bisogna preoccuparsi ma occuparsene nel modo corretto: con costanza, grande trasparenza e coinvolgendo il territorio nelle decisioni. E censurando e cercando di limitare il più possibile coloro che invece non sono interessati a comprendere, ma ad utilizzare l’infrastruttura a fini ideologici o politici: il loro obiettivo è lo scontro e un tornaconto di parte, non il bene comune». Come dice Daniela Gentile, «o adesso o mai più».
