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Terre rare, l’oro del futuro in mano alla Cina che fa tremare i mercati

Terre rare, l’oro del futuro in mano alla Cina che fa tremare i mercati

Auto elettriche, robot e transizione verde dipendono dalle terre rare, ma la Cina ne controlla quasi tutto. E chi investe rischia grosso

Sono il nervo scoperto della nuova economia globale. Senza di loro non esisterebbero auto elettriche, turbine eoliche, smartphone né robot umanoidi. Stiamo parlando delle terre rare. Eppure, mentre il mondo occidentale parla di transizione verde e indipendenza tecnologica, il controllo reale di questi metalli è concentrato quasi interamente su una sola nazione: la Cina.

Nel settembre 2021 è arrivato in Borsa il primo Etf (Exchange Traded Funds, ovvero dei fondi di investimento quotati in Borsa) sulle terre rare disponibile in Italia. L’entusiasmo era alle stelle. La narrativa era abbastanza semplice: chi controlla questi metalli controlla la transizione verde, le auto elettriche, l’intelligenza artificiale. E dunque il futuro. La realtà, però, è stata molto meno dorata: 100 dollari investiti allora oggi ne valgono appena 78. Un -22% che racconta tutta la fragilità di questo mercato.

Un settore piccolo ma potentissimo

Il motivo è che le terre rare non sono un investimento come Apple o Nvidia. Si tratta di un mercato «minuscolo», che vale appena 6,5 miliardi di dollari, una cifra irrisoria se confrontata con petrolio o rame. Ma il loro peso strategico è enorme. I 17 metalli che compongono questa famiglia — dal neodimio al disprosio — sono indispensabili per produrre magneti permanenti, componenti invisibili che trasformano l’elettricità in movimento. Senza di loro non girano i motori delle auto elettriche, non ruotano le pale eoliche e non si muovono le articolazioni dei robot.

Il nome stesso inganna. Non sono né «terre» né particolarmente «rare». Furono scoperte tra il 1787 e il 1900 e denominate «terre» perché inizialmente venivano estratte sotto forma di ossidi, che sembravano terriccio. Si tratta invece di diciassette metalli, diffusi nella crosta terrestre più o meno quanto il rame. Il problema non è trovarli, ma separarli e raffinarli. Un processo complesso, costoso e altamente inquinante, che l’Occidente ha progressivamente abbandonato dagli anni Ottanta.

Il dominio cinese

Pechino, al contrario, ha investito per decenni, costruendo una filiera completa. Oggi la Cina produce circa il 69% delle terre rare mondiali e ne raffina il 92%. In altre parole: anche quando le miniere sono in Australia o negli Stati Uniti, il materiale finisce quasi sempre in Cina per essere lavorato. Il vero potere non sta nelle miniere, ma nelle raffinerie. È lì che si decide chi può produrre motori, magneti e tecnologie avanzate. Dietro a questa enorme risorsa, indispensabile per realizzare un’infinità di applicazioni ecologiche, si cela un paradosso piuttosto bizzarro. Ogni tonnellata di terre rare raffinate, infatti, produce una grande quantità di scarti tutt’altro che green: acque reflue acide, scorie, consumi energetici elevati.

Non è la prima volta, comunque, che Pechino usa questo vantaggio come leva geopolitica. Nel 2010, durante una crisi diplomatica con il Giappone, la Cina ridusse le esportazioni di terre rare. I prezzi decuplicarono in poche settimane, mettendo in ginocchio intere filiere industriali. Fu un campanello d’allarme per l’Occidente, che però arrivò tardi. Costruire una miniera richiede otto-dieci anni, una raffineria almeno cinque, ammesso che le autorità concedano i permessi e le comunità locali accettino l’impatto ambientale. E oggi lo scenario si ripete: nel 2025 nuove restrizioni cinesi hanno fatto salire il prezzo del neodimio del 52% in un solo anno.

Il caso neodimio

Il caso del neodimio è emblematico. È il «re delle terre rare», perché consente di costruire magneti potenti, leggeri e resistenti al calore. Sono il cuore dei motori elettrici, delle turbine eoliche, dei robot. Senza neodimio, la transizione verde semplicemente si ferma. La Cina ne produce circa il 70% e ne raffina oltre il 90. Ha costruito questa posizione privilegiata negli ultimi quarant’anni, mentre l’Occidente chiudeva in un silenzio colpevole le raffinerie di questo metallo per i costi ambientali. Nel 2022 il suo prezzo ha toccato un picco record, poi è crollato, per risalire nel 2025 del 52% dopo nuove restrizioni cinesi sulle esportazioni. Un’altalena che spiega bene perché investire in questo settore sia una scommessa ad alto rischio.

Investire nelle terre rare, tra speranza e rischio

In Italia esiste un solo Etf sul settore: il VanEck Rare Earth and Strategic Metals. È diversificato: dentro ci sono aziende cinesi, australiane e americane, ma il destino del fondo dipende in larga parte dalle mosse di Pechino e dalla guerra commerciale con Washington. La sua performance è stata finora deludente e molto volatile, una vera montagna russa legata alle tensioni geopolitiche e alle decisioni di Pechino.

Scommettere sulle terre rare significa scommettere che la domanda globale esploderà più velocemente della capacità di produzione fuori dalla Cina. Può essere una scommessa vincente. Ma, come dimostra il passato, può anche trasformarsi in una trappola, dato che, almeno per ora, il rubinetto di questi metalli lo controlla quasi interamente la Cina. E quando lo apre o lo chiude, i mercati tremano. Insomma, il rischio è parte integrante dell’affare.

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