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Terre rare, la corsa globale per spezzare il monopolio cinese

Terre rare, la corsa globale per spezzare il monopolio cinese

Dagli Stati Uniti all’Australia, passando per Africa ed Europa, oltre 30 nuovi progetti puntano a ridurre la dipendenza da Pechino

Il predominio della Cina sulle terre rare, materiali indispensabili per settori che spaziano dall’automotive all’elettronica avanzata, ha innescato una corsa globale alla ricerca di fonti alternative. Una competizione silenziosa ma strategica, alimentata dalla consapevolezza che la transizione energetica, la difesa e l’industria tecnologica occidentale dipendono in misura crescente da una filiera oggi fortemente concentrata a Pechino.

Secondo Adamas Intelligence, società di consulenza che monitora oltre 300 progetti sulle terre rare a livello globale, sono 33 i progetti definiti “avanzati” destinati a entrare in funzione entro i prossimi cinque anni. Le nuove iniziative sono distribuite tra Europa, Africa e Australia e rientrano in un più ampio ciclo di investimenti che, come riporta il Financial Times, sta beneficiando di un afflusso senza precedenti di capitali pubblici e privati.

Il nodo raffinazione: il vero potere di Pechino

Il nodo resta la Cina, che oggi domina la produzione e soprattutto la raffinazione delle terre rare, fondamentali per i magneti permanenti utilizzati nelle turbine eoliche, nei veicoli elettrici e nelle applicazioni robotiche. Una posizione che ha trasformato questi metalli in un vero asset geopolitico, al centro delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

Costruire nuove miniere, tuttavia, è un processo lungo, costoso e ad alto rischio, che rende difficile una rapida riconfigurazione delle catene di approvvigionamento. Le previsioni di Adamas confermano la pressione in arrivo sul mercato: la domanda di magneti permanenti al neodimio-ferro-boro, i più potenti oggi disponibili, è destinata a crescere di cinque volte negli Stati Uniti entro il 2035.

Un’accelerazione che ha trovato un punto di svolta quando Pechino ha introdotto restrizioni all’export di alcune terre rare, spingendo Washington a rafforzare la propria strategia industriale. L’amministrazione guidata da Donald Trump ha intensificato gli sforzi per ridurre la dipendenza dalla Cina, arrivando anche ad acquisire una partecipazione in MP Materials, gruppo con sede in Nevada, e stringendo accordi di fornitura con altri Paesi produttori.

«Il 2025 è stato un anno chiave per le terre rare», ha spiegato al quotidiano britannico George Bennett, amministratore delegato di Rainbow Rare Earths, società quotata a Londra impegnata nello sviluppo di una miniera in Sudafrica. «Ci sono volute le guerre commerciali e l’azione di Trump perché l’Occidente capisse che non è sostenibile lasciare a un solo Paese il controllo di un minerale così strategico».

Quote in calo, ma dominio ancora forte

Secondo Project Blue, gli sforzi in corso inizieranno a produrre risultati concreti entro la fine del decennio. La quota di raffinazione detenuta dalla Cina dovrebbe scendere da quasi il 90% a meno dell’80% dell’offerta globale entro il 2030, mentre il controllo sull’estrazione mineraria passerebbe da circa il 70% a poco più del 60%.

Un ridimensionamento parziale, ma sufficiente a ridurre alcune delle vulnerabilità più critiche.

In Australia, aziende come Northern Minerals e Arafura Rare Earths puntano ad avviare nuove produzioni nei prossimi anni. Ma è l’esperienza di Rainbow in Sudafrica a offrire un’anticipazione del nuovo clima di mercato: a novembre la società ha annunciato che il suo progetto sarebbe in grado di produrre ittrio, una terra rara pesante soggetta ai controlli cinesi.

«Nel giro di una settimana», racconta Bennett, «sono stato contattato da uno dei maggiori produttori aerospaziali al mondo per discutere una fornitura con prezzo minimo garantito».

Il tema sottovalutato: le terre rare pesanti

Perché si evidenzia poco il ruolo delle terre rare pesanti negli sforzi dell’Occidente per liberarsi dal giogo cinese?

Lo chiediamo a Giovanni Brussato, ingegnere minerario tra i massimi esperti del settore.

«Perché in realtà attualmente l’Occidente non è in grado di “separare” e quindi di disporre di alcuni elementi delle terre rare che Pechino ha sottoposto a licenza di esportazione a duplice uso dal 4 aprile 2025: scandio, samario, disprosio, terbio, lutezio, gadolinio, ittrio. Le esportazioni cinesi per questi sette elementi sono scese a meno della metà o addirittura azzerate per il periodo aprile-novembre 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024».

E le conseguenze sono tutt’altro che teoriche. Se l’ittrio è necessario alla produzione di condensatori ceramici multistrato fondamentali nei data center per l’IA, è ancora più problematico spiegare che senza samario, disprosio e terbio è impossibile realizzare magneti permanenti al neodimio-ferro-boro resistenti alle alte temperature, insostituibili per muovere le ruote di un’auto elettrica, le pale di una turbina eolica offshore o gli attuatori di un missile.

Ma c’è un ulteriore livello di complessità: questi magneti si deformano irreparabilmente al di sopra dei 230°C e quindi serve un’altra tipologia di magneti realizzati con samario e cobalto, costosi e destinati prevalentemente a fini bellici. In tutti questi casi interviene il controllo sul potenziale “duplice uso” del magnete e, conseguentemente, il blocco di Pechino all’esportazione.

Le terre rare non sono più una questione tecnica per addetti ai lavori. Sono diventate un dossier strategico che intreccia industria, sicurezza e geopolitica. E la partita, ormai, è solo all’inizio.

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