La paga annua degli italiani è tra le più basse d’Europa: 9 mila euro meno dei francesi, 12 mila meno dei tedeschi. I motivi? Un’industria in crisi e le politiche economiche che frenano la crescita dei compensi. Una via d’uscita sarebbe agganciarli ai risultati aziendali.
Le priorità oggi sono salvare posti di lavoro e far ripartire l’economia. E infatti il governo continua a pompare risorse in questa direzione. Ma quando il Paese uscirà dalla crisi provocata dal Covid, occorrerà affrontare un’altra emergenza che si trascina da anni: il congelamento dei salari degli italiani, che si specchia con la crescita anemica del Pil e il declino della nostra industria, più volte documentato da Panorama.
Nel 2000, dati Ocse, un lavoratore italiano guadagnava in media, all’anno, 29.124 euro attuali, cioè rivalutati ai valori odierni. Un collega francese ne prendeva 3 mila in più, un tedesco 6 mila in più. Passano vent’anni e gli italiani si trovano con uno stipendio medio annuo lordo di 30.028 euro. I francesi sono saliti a 39.099 euro, guadagnano cioè 9 mila euro più di noi e hanno triplicato il vantaggio sui nostri salari. I tedeschi hanno raddoppiato le distanze e veleggiano a quota 42.421 euro, 12 mila più di noi. In sostanza, dal 2000 al 2019 gli stipendi degli italiani sono cresciuti del 3,1 per cento appena, in Germania sono aumentati del 18,4 per cento, in Francia del 21,4. Simile l’andamento nello stesso periodo dei salari inglesi, ingrossati del 20,4 per cento. Per non parlare poi di quelli polacchi, che hanno fatto un balzo del 52,9 per cento. Solo Spagna e Portogallo hanno avuto performance peggiori dell’Italia. Non solo: le nostre retribuzioni non hanno ancora recuperato i livelli del 2010.
A risultati simili arriva l’indagine dell’Osservatorio JobPricing secondo cui nel 2019 la retribuzione media lorda in Italia era pari a 29.235 euro. Per il 2020 prevede un calo drastico dei salari a causa del lockdown e del coronavirus.
Uno degli effetti negativi della modestissima crescita degli stipendi è la caduta del reddito delle famiglie. Sul sito internet dell’Ocse ci sono otto grafici che mostrano la curva del reddito familiare al netto di imposte e prestazioni sociali in vari Paesi, nel G7 e nell’Ocse. Bene, l’Italia è l’unica a viaggiare costantemente sotto i valori del 2007, e nel 2020 il reddito disponibile delle famiglie era l’84 per cento del livello di 13 anni fa.
Perché gli stipendi degli italiani crescono meno rispetto a quelli dei nostri partner più importanti? La Fondazione Di Vittorio, istituto di ricerca della Cgil, ha condotto un’indagine su questo argomento ed è arrivata alla conclusione che «la polarizzazione verso il basso in termini salariali e occupazionali è il risultato di politiche economiche decise dai governi e implementate dalle imprese, con maggior vigore proprio a partire dal 2008, con l’obiettivo di recuperare competitività attraverso la moderazione salariale». Una politica che avrebbe aggravato il declino economico italiano poiché «una diminuzione salariale ha un duplice risvolto: è un minor costo per la singola impresa, ma a livello macroeconomico si riflette negativamente sulla domanda aggregata tramite minori consumi».
Quindi, è la tesi dei ricercatori della Cgil, l’economia italiana tiene premuto il freno degli stipendi per restare competitiva. Una tesi condivisa in parte da Alessandro Fiorelli, amministratore delegato di JobPricing: «Il problema è che negli altri Paesi la produttività è aumentata molto più che da noi». La parola produttività provoca immediatamente noia e repulsione: ci viene ripetuta da anni fino alla nausea ed è circondata da un’aureola di vaghezza che la rende simile al mito del Santo Graal. «Beh, per semplificare possiamo dire che l’industria italiana è in grado di produrre cose molto belle che piacciono anche all’estero, ma comparativamente non è efficiente e scarica in parte questa inefficienza sui salari, comprimendoli. I costi sono più alti perché il tessuto imprenditoriale è fatto soprattutto di aziende piccole, gli investimenti in innovazione sono bassi, il livello di digitalizzazione è scarso, lo Stato fornisce servizi meno efficienti, l’energia è più cara, le infrastrutture sono più carenti».
Una malattia che contagia non solo l’Italia, ma più o meno tutta l’Europa mediterranea. Fiorelli quindi non si stupisce se tanti giovani vanno all’estero a cercare lavoro, visti i livelli degli stipendi. La soluzione? «Il sindacato dovrebbe insistere per avere più efficienza nel sistema e per agganciare i salari ai risultati aziendali» dice il manager. Già, il sindacato. Alle prese proprio in questi giorni con il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Attualmente sono in scadenza una quarantina di contratti che coinvolgono circa 9,7 milioni di dipendenti, il 78,8 per cento del totale. Dall’altra parte del tavolo ci sono imprenditori fiaccati dalla pandemia e preoccupati per il futuro. E poco inclini ad allargare i cordoni della borsa.
Marco Bentivogli, ex segretario generale della Federazione italiana metalmeccanici della Cisl, oggi coordinatore di Base Italia, fa un paio di distinguo: «Intanto il problema della bassa produttività riguarda soprattutto le aziende sotto i 20 dipendenti, e in Italia ce ne sono tantissime. Poi ci sono aree del Paese che hanno recuperato ampiamente terreno sia in termini di Pil sia di produttività e altre che sono rimaste indietro. Gli ecosistemi dove operano le imprese esportatrici, concentrate nel triangolo Treviso, Varese, Bologna che esprime un Pil pari a quello della Svezia, hanno livelli di produttività più alta perché le aziende investono di più in formazione, tecnologia e competenze, e la burocrazia funziona meglio».
Fatti i distinguo, Bentivogli introduce un altro tema: «Gli inquadramenti professionali previsti dai contratti di lavoro sono vecchi, nel caso dei metalmeccanici si riferiscono a mansioni fissate negli anni Settanta. E se non si valuta bene il lavoro, lo si paga male». E poi ci sarebbe la necessità di decentrare la contrattazione verso le aziende e i territori, ma a una parte del sindacato e alla stessa Confindustria fa più comodo mantenere la contrattazione a livello nazionale, con il risultato di dare poco a tutti, senza considerare le differenze dimensionali, territoriali, competitive delle imprese.
Il contratto nazionale andrebbe mandato in soffitta? Pur essendo un grande fan del decentramento, Bentivogli sostiene che il contratto nazionale dovrebbe fissare dei minimi salariali più alti di quelli attuali: «Un metalmeccanico di terzo livello con la detrazione da lavoro dipendente prende 1.280 euro netti, una paga da fame. Confindustria deve capire che se si vuole più qualità, il lavoro va pagato di più. In particolare nell’industria: il 50 per cento dell’export italiano è di prodotti metalmeccanici. La manifattura, in particolare la meccanica strumentale, tiene in piedi il Paese. Mica l’enogastronomia, come si sente dire in televisione».
