Il solco l’aveva tracciato l’ex storico leader di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, che in un’intervista al Corriere della Sera di oltre una ventina d’anni fa (marzo 2005) spiegava che certo «la proprietà privata non si può abrogare per decreto, ma è un obiettivo» da perseguire nel tempo.
Ecco, a ben vedere, i suoi eredi – da Fratoianni, Bonelli e Salis fino ad arrivare alla Schlein – quell’obiettivo lo stanno ancora perseguendo con una pervicacia che solo la sinistra massimalista più ideologizzata riesce ad avere. La storia della patrimoniale – che ciclicamente torna a monopolizzare il dibattito politico – è forse l’esempio più eclatante. Ma la verità è che una nuova imposta sulle ricchezze non è che la punta dell’iceberg della voglia matta di quello che oggi viene definito Campo largo (o comunque della sua maggioranza) di mettere le mani sulle nostre case. Dagli affitti brevi alla riforma del Catasto fino all’imposta di successione e alla direttiva sulle case green, non c’è politica economica a tinte rosse che non vada a toccare il mattone.
Chiariamoci, siamo all’inizio di una lunga campagna elettorale e sul nuovo balzello per stangare la ricchezza Elly Schlein ha già fatto parziale marcia indietro – passando da un «sono sempre stata favorevole» a un «non è nel programma del campo progressista» nell’arco di una settimana – ma i progetti sinistri di patrimoniale sono già nero su bianco da tempo.
C’è quello presentato dalla Cgil e sul quale più d’uno pensa che il Pd possa convergere. Prevede un’aliquota dell’1,3% su mezzo milione di contribuenti, i più ricchi, quelli che dimostrano un patrimonio di 2 milioni di euro. E racimolerebbe circa 26 miliardi all’anno. Ma esistono diverse varianti sul tema. Per dire, il senatore Tino Magni di Avs ha presentato un emendamento all’ultima manovra che parte dalla stessa aliquota della Cgil, ma specifica che sugli immobili tassati con la nuova imposta non si pagherebbero più Imu e Tasi. Poi c’è “1% Equo”: una campagna nazionale per una legge di iniziativa popolare che oltre a diversi docenti universitari trova tra i primi firmatari, Maurizio Acerbo (segretario di Rifondazione Comunista) e Anna Camposampiero (Sinistra Europea), e nel comitato promotore, guarda un po’, Fausto Bertinotti. Sul piatto ci sono aliquote progressive comprese tra l’1 e il 3,5% sulla quota di patrimonio eccedente la soglia dei 2 milioni, esclusa la prima casa, e un allineamento alla media europea dell’imposta di successione. Che vuol dire nuove aliquote che partono dall’8% (fino a euro 500 mila), passano per il 12% (tra 500 mila euro e un milione) e arrivano fino al 15% oltre il milione. Se pensiamo che oggi si oscilla tra il 4 e l’8%, aggiungiamo qualche milione di buone ragioni per evitare di passare a miglior vita. E occhio perché l’inasprimento dell’imposta sui beni (compresi gli immobili) trasferiti agli eredi è un altro cavallo di battaglia della sinistra, con Avs e Sinistra italiana a fare da capofila.
Insomma, se parliamo di proposte per tartassare il mattone siamo nel campo dell’imbarazzo della scelta. Ma è forse sulla stretta agli affitti brevi che il campo largo dà il meglio di sé. Perché è evidente che – soprattutto nelle grandi città turistiche – ci sia un problema di overtourism. Ma un conto è affrontarlo con una legge nazionale che impone regole, altro è intestarsi battaglie di religione come succede a Firenze.
Nel capoluogo toscano, il sindaco dem Sara Funaro ha “allestito” una sorta di avamposto della lotta globale agli Airbnb. Non solo ha vietato l’autorizzazione a nuovi contratti turistici in mancanza di un via libera del Comune, ma ha anche imposto paletti molto rigidi sulle strutture (cucine non inferiori ai 9 metri quadrati), sanzioni che arrivano fino a 10 mila euro per chi “sgarra” ed è riuscita ad allargare in brevissimo tempo la zona dei divieti dal centro storico alla periferia.
Peraltro non senza evidenti contraddizioni. Con il Tar che recentemente ha accolto le istanze di Namira, la società di gestione del risparmio che nel 2024 ha acquistato da Tom Barack i circa 18 mila metri quadrati del complesso Bufalini, a pochi passi dal Duomo. Morale della favola: adesso la Sgr potrà gestire (attraverso un fondo) l’edificio usando la formula dell’affitto breve per un centinaio di appartamenti premium. Motivo? Secondo i giudici, la variante del piano urbanistico comunale dello scorso anno aveva escluso il complesso dal blocco previsto per gli Airbnb. E così succede che i fiorentini che hanno ereditato un monolocale in centro non possono metterlo a reddito come meglio credono, mentre alcuni fondi guadagnano con le locazioni mordi e fuggi su alloggi extra lusso. Un classico della sinistra. Tant’è che la mania “illiberale” di Firenze fa proseliti.
Panorama ha chiesto a Confedilizia, l’associazione che tutela i diritti dei proprietari, una mappatura delle normative anti affitti brevi nel Belpaese e ne è uscito fuori un quadro a tinte rossissime. Bologna, guidata dal dem Matteo Lepore, ha già legiferato. E lo stesso discorso vale per Bergamo. Napoli, a palazzo San Giacomo c’è un altro esponente di spicco del Pd, Gaetano Manfredi, sta per farlo. Così come Roma, che schiera un ex ministro dell’Economia democratico, Roberto Gualtieri, al Campidoglio.
Attenzione, perché anche le Regioni possono regolamentare. E indovinate quali si sono mosse per prime? Le rossissime Toscana ed Emilia Romagna. Con la Puglia, da gennaio è governata dal piddino Antonio Decaro, che si appresta a fare altrettanto. Per dire, neanche Venezia, che per mille ragioni è la città che più avrebbe bisogno di regolamentare l’accoglienza turistica, è arrivata a tanto. E probabilmente non è un caso che sia stata guidata da un imprenditore come Luigi Brugnaro, non proprio uno di sinistra.
Poi la riforma del Catasto. Altro evergreen di Bruxelles che trova terreno fertile nel campo dell’attuale opposizione. Per la serie “ce lo chiede l’Europa” e i progressisti non se lo fanno dire una seconda volta. Non passa raccomandazione Ue senza che ci sia un nuovo appello alla necessità di revisionare gli estimi. Per l’insistenza della proposta, il confronto regge solo con la richiesta di firmare il Mes. Ora che la classificazione degli immobili nel Paese vada adeguata anche per un’esigenza giustizia fiscale, ha delle basi di verità. Il punto è che un’operazione del genere porterà a un innalzamento della pressione fiscale (Imu sulle seconde case, ma non solo) soprattutto sulla classe media, quella che il campo largo finge di tutelare e invece non “vede” mai.
E non poteva mancare l’Europa con l’immarcescibile direttiva sulle case green. Che nella versione finale è assai edulcorata rispetto alle origini. Per fortuna non esiste più un obbligo per ogni proprietario di efficientare casa portandola in classe E entro il 2030 o D entro il 2033, ma la riduzione dei consumi è stata portata su scala nazionale. In soldoni: sono i singoli Paesi che dovranno pianificare come raggiungere gli obiettivi (-16% dei consumi energetici degli edifici residenziali entro il 2030). Questo non significa che non ci saranno ristrutturazioni, ma la palla passa al governo.
Che l’ha già buttata in fallo laterale (doveva recepire la direttiva entro maggio ma non l’ha fatto). Del resto, basta prendere i dati della Società italiana di medicina ambientale (Sima) e Velux Italia per quantificare la spesa in circa 85 miliardi di euro entro il 2030 solo per la riqualificazione energetica. Certo, i lavori si porterebbero dietro un giro d’affari notevole, ma sulla testa degli italiani calerebbe un’altra spada di Damocle di poco meno di 30 mila euro per almeno 3 milioni di abitazioni. «Noi riteniamo», spiega a Panorama il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa, «che non vi sia alcuna urgenza di recepire la direttiva (altro che sollecitarne il recepimento, come fa qualche partito dell’opposizione) e che, comunque, da un governo che si è meritoriamente distinto per aver votato contro il provvedimento, ci aspettiamo che affronti il tema dell’efficientamento energetico degli edifici attraverso adeguati incentivi e non certo imponendo obblighi».
Insomma, la battaglia sugli immobili da mettere “al verde” è appena iniziata, ma tra i mille dubbi che l’avvolgono c’è una certezza granitica. Quando si tratterà di decidere la sinistra saprà bene da che parte stare: contro le nostre case.
