Altro che petrolio, terre rare o materie prime sensibili. Per capire dove si sta spostando il baricentro della geopolitica mondiale, bisogna guardare alla presa di corrente. È da lì che parte il Superciclo dell’elettricità che scuote i mercati e le cancellerie di mezzo mondo. Perché la verità è semplice. L’elettricità non è più una semplice commodity: è diventata la forma suprema del potere. Chi controlla la luce, controlla il futuro. E, paradossalmente, proprio mentre cerchiamo di elettrificare tutto, a cominciare dalla transizione green, la luce sta diventando una risorsa scarsa.
I numeri non mentono e a Piazza Affari qualcuno ha già anticipato il movimento. Da inizio anno, mentre l’indice generale arranca con un pur dignitoso +3,5 per cento, le utility galoppano con un +10. Il mercato ha capito che il decreto Energia, con i suoi piccoli sgambetti normativi e i timori di cali degli utili, è solo un rumore di fondo. Una distrazione per le “otto sorelle” dell’energia Enel, Terna, Edison, Erg, Acea, A2A, Hera e Iren.
Un modo per far incassare al fisco un miliardo in più in tre anni attraverso l’aumento dell’Irap del 2 per cento. La tenuta dei conti pubblici è la stella polare di questo governo. Mettere a contribuzione un po’ di “superprofitti” provocati dal calo del gas, è stata la via più breve. Difficile chiedere un altro sacrificio alle banche. In realtà la partita vera si gioca sulla fame insaziabile di elettroni. Entro il 2027, la domanda globale di elettricità crescerà di 3.500 TWh. Per capirci: è come se ogni anno sulla mappa del mondo apparisse un nuovo Giappone da alimentare da zero.
Ma chi è che mangia tutta questa energia? Non sono solo le nostre lavatrici o le auto alla spina. Sono l’Intelligenza artificiale, le batterie delle auto verdi e tutti gli effetti collaterali della transizione green. Ogni volta che chiedete qualcosa a ChatGpt o cercate un’immagine generata dall’Ia, consumate 10 volte l’energia di una vecchia ricerca su Google. I data center, queste nuove cattedrali del silicio, raddoppieranno i loro consumi entro il 2030.
Negli Stati Uniti assorbiranno metà della crescita della domanda. È una corsa all’oro dove l’oro non si scava, si trasmette via cavo. Gli analisti di Barclays stimano per il comparto una crescita media degli utili intorno all’8 per cento annuo fino al 2030 e un total return (dividendo più rialzo delle quotazioni) vicino al 12 per cento che potrebbe superare il 14 con la crescente fame digitale d’energia. I data center, infatti, rappresentano un driver che il mercato potrebbe non aver ancora pienamente incorporato temendo, soprattutto, il ripetersi di una bolla tecnologica.
In questo scenario, il nucleare – con i suoi tempi biblici e i piccoli reattori ancora sulla carta – resta un miraggio lontano. Il presente è fatto di reti, accumulatori e una capacità di espansione che fatica a stare dietro ai desiderata dei giganti del tech come Amazon, Microsoft e Google. Come dice Giuliano Noci in un intervento pubblicato su Il Sole 24 Ore: controllare le centrali elettriche oggi significa ciò che un tempo significava controllare i pozzi di greggio.
Sul “dove” tutto questo accade e accadrà, è facile scommettere. La mappa è chiara secondo un report della società di consulenza Jll (Jones-Lang-LaSalle): il Nord America resta la prima regione, circa 50 per cento della capacità globale, e anche con la crescita più rapida, con circa il 17 per cento di Cagr (aumento annuale composto) dell’offerta fino al 2030. Gli Stati Uniti la fanno da padroni: quasi il 90 per cento della capacità dell’intera area. Per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, è attesa il rimbalzo atteso è intorno al 10 per cento annuo, con più 13 Gw di nuova capacità. L’aumento si concentra negli hub europei consolidati come Londra, Francoforte e Parigi, e in mercati del Medio Oriente che stanno accelerando sulla trasformazione digitale.
Non a caso Flavio Cattaneo, amministratore delegato Enel, ha dato una sterzata al gruppo: il nuovo piano triennale prevede 53 miliardi di investimenti (soprattutto negli Stati Uniti). Dieci miliardi in più rispetto a quello precedente per blindare le reti e le rinnovabili. La marginalità futura si gioca lì, sulla capacità di gestire il flusso. Una notizia che ha acceso il mercato facendo fare al titolo un salto verso il nuovo record storico. Secondo Barclays, che ha appena ritoccato al rialzo il target price, può arrivare a 10 euro, mentre Equita (buy) si spinge più avanti, a 10,3. Ma c’è anche chi, come Alpha Value, ora lo vede a 11,7 euro.
Primato assoluto in Borsa anche per Terna ormai stabilmente collocata sopra i 10 euro. La società guidata da Giuseppina Di Foggia ha smesso di essere un gestore di tralicci per diventare un campione della finanza internazionale. Il successo del suo ultimo Green hybrid perpetual bond da 850 milioni è la prova che i mercati internazionali credono nella sua capacità di adattarsi al cambiamento del quadro operativo. Terna è il cuore pulsante del sistema. La sua missione è quasi filosofica: mantenere l’equilibrio perfetto in un mondo dove la produzione di energia (sempre più legata a sole e vento) è per sua natura imprevedibile.
Con 6 miliardi di euro di investimenti pronti in rampa di lancio – dai nuovi collegamenti sottomarini alle autostrade elettriche digitalizzate – Terna è oggi il garante della nostra sicurezza, un’azienda che trasforma la complessità tecnica in valore azionario.
Erg rappresenta un caso unico di riconversione industriale nel settore energetico. La famiglia Garrone ha saputo abbandonare il petrolio quando tutti ci investivano ancora, per diventare protagonista dell’eolico. Ora però ci sono nuove sfide e la dinastia genovese, stando alle voci di mercato, si trova in una fase di riflessione.
La posta per stare al tavolo diventa sempre più alta come dimostra il gigantesco piano di investimenti di Enel. Le indiscrezioni su riassetti societari e possibili matrimoni non sono solo speculazioni, ma il segnale che il mercato vede nel gruppo genovese il tassello mancante per qualsiasi grande operazione di consolidamento europeo nel settore del Green Power.
Poi c’è Edison, la più antica società energetica d’Europa (la prima centrale a Milano alla fine dell’Ottocento) che sta vivendo una seconda giovinezza. La narrazione attuale è tutta focalizzata sul recupero di quote di competenza. In un mercato libero che finalmente è entrato nel vivo, Edison vuole giocare un ruolo di primo piano. Per dotarsi dei mezzi necessari l’amministratore delegato Nicola Monti vorrebbe riportare in Borsa le azioni ordinarie.
Fra l’altro sanando una situazione che il mercato gradisce poco. A Piazza Affari, infatti, sono collocate solamente le azioni di risparmio. Per molto tempo la Borsa ha scommesso sull’Opa da parte di Edf, azionista di maggioranza, per delistare il titolo. Non a caso nell’ultimo anno la quotazione è cresciuta del 24 per cento. Ora il tavolo è cambiato. Ma l’incertezza non piace e si fa sentire con un meno 10.
E poi ci sono le “quattro sorelle” dei territori: A2A, Acea, Iren ed Hera. Non chiamatele più semplici distributori di acqua e gas. Sono diventate piattaforme multiservizio che giocano un ruolo cruciale nell’economia circolare e nella resilienza urbana.
A2A e Iren stanno investendo pesantemente in storage e recupero energetico, mentre Hera ed Acea (quest’ultima con un occhio vigile sulla Capitale) sono i terminali ultimi di questa transizione, quelli che portano l’innovazione fin dentro le case degli italiani. Anche in questi casi le quotazioni si trovano ai massimi storici o li sfiorano.
In realtà potrebbe trattarsi solo un gradino intermedio. Il Superciclo, infatti, è appena partito. La sfida è gigantesca e servono capitali che solo i mercati mondiali possono fornire. Ma una cosa è certa: la vecchia distinzione tra “titoli difensivi” e “titoli growth” è saltata. Le utility oggi sono il motore della crescita tecnologica. Senza la loro energia, i chip di Nvidia sarebbero pezzi di silicio inerte e l’Intelligenza artificiale una bella idea senza voce. Per non parlare della transizione green che lascerebbe la auto con le batterie scariche. Chi controlla la luce, oggi più che mai, ha in mano le chiavi del futuro. E in questa partita, le aziende italiane sembrano finalmente aver deciso di giocare d’attacco. Piazza Affari ha trovato la lampadina.
