C’è chi la usa per chiedere consigli su come investire i propri risparmi, chi per analizzare mercati, chi semplicemente per orientarsi in un settore complesso. Insomma, l’intelligenza artificiale è entrata anche nel mondo della finanza personale. Ma affidarsi ciecamente a questi strumenti è davvero una buona idea? Per rispondere a questa domanda estremamente complessa e sfaccettata, abbiamo dato la parola ad Andrea Palmas, consulente finanziario con anni di esperienza sul campo.

Un’opportunità reale, ma con molte sfumature
Palmas parte da lontano, da una premessa che rivela la sua visione d’insieme: «La diffidenza verso le tecnologie che modificano il nostro rapporto con la conoscenza ha una storia molto lunga. Platone, nel Fedro, metteva il mondo in guardia dai pericoli dell’invenzione della scrittura, perché si pensava potesse indebolire la memoria e dare alle persone l’apparenza della sapienza senza una comprensione autentica». Un parallelo che calza a pennello, a suo avviso, con il dibattito odierno sull’intelligenza artificiale.
La sua posizione è sostanzialmente neutrale, di prudenza e osservazione: «Sono sempre cauto rispetto sia all’ottimismo che al catastrofismo». Detto questo, ne riconosce indubbiamente il potenziale. L’IA può facilitare l’accesso alle informazioni, migliorare gli strumenti di analisi e pianificazione, e in un Paese come l’Italia, dove l’educazione finanziaria è storicamente carente, «avere più informazioni è una cosa positiva».
Il rischio, però, è sottile. «Con l’intelligenza artificiale una persona può ottenere un’analisi sofisticata e allo stesso tempo diventare meno capace di riconoscere i limiti di quella risposta. La facilità con cui riceviamo le risposte può portarci a sottovalutare la difficoltà della domanda». La distinzione che propone è quella tra una risposta convincente e una risposta fondata. E sono due cose ben diverse.
Ecco quali sono i rischi più concreti
Palmas è diretto: «Chiedere consigli di investimento all’intelligenza artificiale è, ad oggi, profondamente sbagliato». Il motivo principale sono le cosiddette «allucinazioni», ovvero le risposte errate o inventate che i sistemi di IA ancora producono con una certa frequenza. «È molto difficile verificare che quel tipo di informazione sia corretta», dice. E nel campo degli investimenti, un’informazione sbagliata può costare molto, molto cara.
Ma esiste un errore ancora più grave, oltre che meno ovvio. «Le decisioni finanziarie non sono solo calcolo. Coinvolgono comportamenti, emozioni, vincoli personali legati al contesto di ognuno di noi, alla cultura, alle abitudini, ai valori». L’IA, per quanto sofisticata, non riesce a governare questa dimensione. A titolo di esempio, Palmas cita l’esame CFA, uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel mondo della finanza, che richiede anni di studio e tre esami progressivi. «L’intelligenza artificiale oggi è in grado di superare il terzo livello, il più difficile. Ma tutto questo non basta per trasformarsi in migliori decisioni di investimento».
Vi è poi il tema della procrastinazione. I dati sui comportamenti degli investitori mostrano che, nei momenti di crisi dei mercati, molti intervengono sui propri portafogli nonostante sia ampiamente dimostrato che è controproducente. «Dubito che sarà l’IA a impedire alle persone di procrastinare», osserva Palmas.
Come la usa davvero un professionista
Nel lavoro quotidiano, Palmas stesso fa ampio uso dell’intelligenza artificiale, ma in modo estremamente mirato. «Innanzitutto per i calcoli: con l’IA li fai a una velocità che prima era impensabile». Scrive codici per simulazioni Monte Carlo, uno strumento usato dai professionisti per tracciare scenari probabilistici. Prima ci volevano settimane, oggi solo pcohe ore. «Non sono io che lavoro meno: è che posso offrire al cliente analisi più precise, verificate, controllate più volte e in meno tempo».
La utilizza, inoltre, per la formazione continua: «Riesco a ricercare in pochissimo tempo i migliori studi su tutto ciò che riguarda le materie coerenti con il mio lavoro». Una risorsa potente, però, che funziona perché Palmas ha già una base solida di competenze su cui appoggiarsi.
Chi non dovrebbe affidarsi all’intelligenza artificiale per investire
Ed è qui che il consulente traccia una linea netta. «Se non sai come approcciarti agli investimenti, non devi investire. O meglio, devi affidarti a una persona fidata che sappia guidarti, non all’ntelligenza artificiale». Si impara studiando, da fonti accreditate. «Una persona non informata e non preparata non deve mai investire da sola, con o senza intelligenza artificiale».
L’IA, al massimo, potrà evolvere verso nuovi modelli di servizio nell’industria finanziaria professionale: consulenti in carne e ossa supportati da strumenti digitali sempre più avanzati. Ma il cliente che apre ChatGPT e chiede quale sia il miglior investimento «è una follia», afferma Palmas senza mezzi termini.
Cosa resta insostituibilmente umano
Lo spazio tra l’analisi e l’esecuzione è dove si gioca la vera partita. «L’intelligenza artificiale può proporre una soluzione efficiente. Quello che non può fare è garantire che venga mantenuta nel tempo. Non può sostituire la responsabilità reciproca e il meccanismo di attivazione che nasce in una relazione fiduciaria».
Quando incontra un nuovo cliente, Palmas ha bisogno di capire molto più dei numeri. Quanti anni ha, quanti ne hanno i figli, quanto guadagna e quanto spende. Ma soprattutto: «Chiedo sempre quali sono le paure. Quelle legate ai soldi, quelle che tengono svegli la notte». Sono domande a cui spesso non si arriva in un solo incontro. A volte ci vogliono persino anni. «Tutto ciò che non è calcolo, tutto ciò che non è numero: meglio lasciarlo all’umano».
Il paradosso, conclude Palmas, è che l’intelligenza artificiale potrebbe alla fine aiutare i consulenti a farsi capire meglio dai clienti. Automatizzando le parti tecniche, ottimizzando i prodotti, contenendo i costi, ribilanciando i portafogli, essa libera il professionista per fare quello che conta davvero: «Far capire che la consulenza finanziaria non è scegliere un prodotto rispetto a un altro. È qualcosa di molto più profondo».
