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Per farsi pubblicità, i trafficanti usano le Ong

Per farsi pubblicità, i trafficanti usano le Ong

Su frequentatissimi gruppi Facebook appaiono i loro messaggi in arabo, accanto a foto delle coste libiche, immagini di satellitari e salvataggi nel Mediterraneo operati da navi dei soccorsi. Strategie autopromozionali in cui, per attirare «clienti» disposti a pagare 1.500 euro il viaggio della speranza verso l’Italia, vantano anche rapporti consolidati con le organizzazioni non governative.


Partenza prevista per i prossimi giorni». Il messaggio in arabo compare in un gruppo privato su Facebook dal nome più che eloquente: «Migrazioni dalla Libia». A fugare i dubbi, ci sono perfino le immagini in copertina, un navigatore Gps Garmin, un telefono Thuraya, la marca di satellitari famosa per garantire agli scafisti un’ottima ricezione anche in mare aperto, e poi foto della costa libica con un punto di partenza, apposto non a caso in corrispondenza di Zuwara: la città libica da cui parte la maggioranza dei viaggi della speranza. L’autore del post si fa chiamare Luqman Zouari, un trafficante già immortalato da una trasmissione televisiva nel 2019. Pubblica post da cui è evidente un attento monitoraggio, passo passo, dei movimenti delle Ong.

In un periodo di continui soccorsi e arrivi dal Paese sahariano, circa 40.000 a oggi (più del doppio rispetto al 2020), lo scorso 16 ottobre, proprio nelle ore in cui la Sea Watch 3 si posizionava davanti alle coste libiche, Luqman pubblicava il seguente post: «Le coordinate della nave C-Watch 3 in questo esatto istante sono N 03413097, E 0 13 08 423 ma vi informo che possono cambiare in ogni momento quando le operazioni di soccorso hanno inizio. Il tempo è relativamente tranquillo da oggi fino a lunedì. Buona fortuna a tutti».

«C-Watch 3» chiaramente sta per per Sea Watch 3, del resto è la stessa Ong a scrivere su Twitter di essere arrivata in zona Sar (ricerca e soccorso). Non passano neanche 24 ore che il giorno dopo, nella tarda mattinata di domenica 17 ottobre, la Sea Watch comunica sempre con un tweet di aver soccorso il primo barchino; al post allega uno scatto del gommone dei soccorritori che si appresta a effettuare il trasbordo dei migranti.

L’immagine viene puntualmente ripresa dal trafficante che la allega al messaggio con cui fa sapere ai suoi follower che possono tirare un sospiro di sollievo: l’imbarcazione partita il giorno prima è arrivata a destinazione, e la notizia è stata confermata proprio dalla Sea Watch. Non è la prima volta che a garanzia che il viaggio andrà a buon fine, Luqman lascia intendere ai suoi potenziali clienti di essere in ottimi rapporti con le Ong; anzi, a modo suo ne ha fatto una sorta di marchio di fabbrica, dato che nel giro di due anni la sua piattaforma privata è cresciuta di ben 10.000 iscritti arrivando a un totale di 23.591.

Ai giornalisti che lo avevano contattato fingendosi potenziali clienti, diceva di essere in contatto con varie Ong e aveva mostrato loro sul cellulare i fermo-immagine delle chiamate via Viber a Open arms, il cui numero di cellulare però è riportato persino su Facebook ed è accessibile a chiunque. Se i contatti con le Ong siano veri o semplicemente una strategia per farsi pubblicità non è dato sapere; ma al fine della possibilità che l’imbarcazione dei migranti intercetti la nave di soccorso, è un fattore quasi secondario.

I movimenti delle Ong sono puntualmente monitorabili tramite social e applicazioni di geolocalizzazione, inoltre l’area in cui avvengono i salvataggi è sempre la stessa: il cosiddetto «triangolo di Lampedusa», disegnato dalle traiettorie ideali che congiungono le città di Zuwara e Misurata all’isola siciliana.

Certo è che se i trafficanti continuano negli anni a utilizzare gli ipotetici contatti con le Ong come strumento di marketing, la presenza in mare delle navi di soccorso, reale o propagandata che sia, deve rivestire un ruolo importante nella decisione di chi si attinge a partire per l’Italia e cerca un servizio «sicuro», e fare quindi solo qualche ora di navigazione anziché dover attraversare tutto il Mediterraneo.

Del resto, la platea di potenziali clienti è enorme a partire dalle migliaia di migranti fermi in Libia che una volta messi da parte i soldi, tramite il lavoro ma soprattutto i propri familiari, dovranno scegliere un trafficante al quale pagare una media di 1.500 euro per il viaggio e affidare la propria vita.

Quello che però stupisce è come il meccanismo sia ormai rodato e abituato, come se nulla fosse, ad avvantaggiarsi della presenza delle Ong in mare. Anche lo scorso 28 febbraio, Luqman aveva colto l’occasione per l’ennesimo spot autopromozionale: «Nei prossimi giorni arriverete. Preparatevi per un viaggio di qualità e sicuro. Solo per famiglie. L’imbarcazione è di legno, lunga 11 metri, è dotata di due motori nuovi, giubbotti salvagente, telefono e Gps».

Poi aveva aggiunto l’usuale «sigillo di garanzia»: «Il viaggio è assicurato da un’altra barca». Guarda caso in quei giorni in mare era presente la Sea Watch e la sincronia ancora una volta risulta perfetta perché che il 1° marzo, Sea Watch aveva comunicato di aver soccorso 361 migranti da ben cinque scafi.

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