Lo Stato aveva «già deciso». Basta questo alla famiglia Poggi per chiudere la porta al processo che si profila contro Andrea Sempio. Ma all’interno di quella decisione sono racchiuse una sentenza passata in giudicato e una condanna a 16 anni di carcere per Alberto Stasi, fidanzato di Chiara all’epoca dell’omicidio.
Insomma, i genitori e il fratello della vittima continuano a non cambiare idea. Lo ha ribadito con forza il loro legale, Gian Luigi Tizzoni: contro il 38enne «non si costituiranno». Le ragioni sono due. La prima è una convinzione incrollabile: il colpevole resta Stasi. La seconda è una regola: lo stesso «danno» non si fa risarcire due volte, e lo Stato quel conto l’ha già chiuso, molti anni fa (più precisamente nel 2015). Resta comunque intatto il loro ruolo di parte offesa, con la possibilità di un’eventuale azione civile.
Garlasco: due verità per lo stesso delitto
La Procura di Pavia, con la seconda chiusura dell’inchiesta il 28 settembre scorso, propone invece una rilettura del delitto e indica in Sempio l’unico autore. La richiesta di rinvio a giudizio per l’indagato potrebbe arrivare già nelle prossime settimane. Il 18 ottobre scadono i termini per memorie e contro consulenze, e nel pomeriggio del 13 i legali e i consulenti del 38enne si riuniranno per scegliere a quanti e a quali punti rispondere.
Beh, di materiale su Garlasco ce n’è (anche se forse non sufficiente per andare oltre il famoso «ragionevole dubbio»). L’antropologa forense Cristina Cattaneo e l’anatomopatologo Biagio Eugenio Leone stimano che tra le prime ferite e la morte siano trascorse alcune decine di minuti, con ogni prudenza non meno di un quarto d’ora o mezz’ora, e più probabilmente un intervallo «compreso fra 30 e 60 minuti». I dattiloscopisti Gianpaolo Iuliano e Nicola Caprioli sostengono che le dimensioni di una scarpa Frau taglia 42 siano compatibili con il piede di Sempio.
I Poggi, a maggio, avevano già depositato due consulenze. Una colloca l’inizio dell’aggressione nella cucina della villetta di via Pascoli, sulla base di una traccia di sangue sul battente della porta mai campionata, che per la sua posizione indicherebbe Chiara ancora in piedi. L’altra esclude che l’«impronta a pallini» delle scarpe sia attribuibile a Sempio. Sul resto, Tizzoni è vigile e prudente: «Attendiamo di vedere le mosse delle parti processuali».
Viaggio attraverso le prime (lacunose) indagini
Vi è poi il filone di Garlasco che guarda al passato, al lavoro del Ris di Parma nella prima indagine coordinata dalla pm di Vigevano Rosa Muscio, oggi giudice a Milano. Sono già stati sentiti in merito l’ex comandante Luciano Garofano, il capitano Alberto Marino, che la stessa pm aveva nominato consulente, e altri carabinieri del reparto; i verbali sono agli atti. Sulle prossime audizioni, per ora vige il silenzio assoluto.
Il fascicolo ha origine soprattutto dalle insistenze della difesa di Stasi, che esige i dati grezzi del test genetico sulla bicicletta, le fotografie di impronte come quelle sul dispenser del bagno, gli eluiti. Più in generale, tutto quanto sia sopravvissuto alla condanna definitiva. La strategia appare chiara: individuare errori e irregolarità per giungere infine alla tanto agognata revisione.
Il percorso, tuttavia, ha un prezzo da pagare. Prima di rimettere in discussione la condanna di Stasi, difatti, bisogna portare in giudizio i militari che condussero le indagini, attraverso tre gradi di giudizio. E nel frattempo, l’unica famiglia che avrebbe titolo a pretendere una seconda verità continua a ripetere di possederne già una.
