Per quasi vent’anni il nome di Alberto Stasi è rimasto legato a quello di Chiara Poggi e al delitto di Garlasco. Era il fidanzato della giovane uccisa nella villetta della famiglia e fu lui a diventare il principale imputato di una vicenda giudiziaria lunga e complessa, conclusa nel 2015 con una condanna definitiva a 16 anni di reclusione, pronunciata con rito abbreviato.
È questa la realtà giudiziaria dalla quale bisogna partire ancora oggi. Stasi è stato condannato definitivamente per l’omicidio di Chiara Poggi e quella sentenza resta valida. Le nuove indagini della Procura di Pavia su Andrea Sempio non hanno cancellato la condanna né hanno modificato automaticamente la posizione dell’ex fidanzato della vittima.
Hanno però riaperto una questione che sembrava ormai chiusa: quanto reggono, alla luce dei nuovi accertamenti, alcuni degli elementi che nel 2015 portarono i giudici a considerare Stasi responsabile dell’omicidio?
Il rapporto con Chiara Poggi
Stasi conosceva profondamente Chiara, la sua casa e le sue abitudini. È uno degli elementi che ebbero un peso nella ricostruzione del delitto.
Secondo la sentenza, Chiara era stata uccisa da una persona conosciuta, qualcuno che poteva entrare nella villetta senza destare sospetti e che sapeva muoversi all’interno dell’abitazione.
Per i giudici, il profilo di Stasi era compatibile con questa ricostruzione: era il fidanzato della vittima, frequentava la casa e aveva con lei un rapporto di grande confidenza.
Oggi la nuova indagine introduce però un elemento differente. Secondo la Procura di Pavia non sarebbe possibile stabilire con certezza che Chiara abbia aperto volontariamente la porta al proprio assassino. Inoltre Andrea Sempio, amico di Marco Poggi, fratello della vittima, non era un estraneo assoluto alla famiglia e aveva frequentato l’abitazione.
L’alibi della mattina del delitto
Uno dei nodi centrali della posizione di Stasi è sempre stato quello dell’alibi.
La mattina dell’omicidio aveva acceso il computer per lavorare alla propria tesi di laurea. Nella ricostruzione che portò alla condanna, tuttavia, esisteva una finestra temporale nella quale l’alibi non era considerato sufficiente a escludere la possibilità che potesse trovarsi sulla scena del crimine.
I giudici collocarono quella finestra tra le 9.12 e le 9.35.
Le nuove indagini mettono però in discussione proprio l’orario della morte. Una consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo colloca il decesso in una fascia più tarda, tra le 9.45 e le 12.30, sostanzialmente in linea con una precedente valutazione del medico legale Marco Ballardini, che aveva indicato una maggiore centratura tra le 11 e le 11.30.
La bicicletta nera
Nel caso Garlasco la bicicletta è diventata uno degli elementi più conosciuti dell’intera indagine.
Alcune testimonianze riferirono della presenza di una bicicletta nera da donna nei pressi della casa dei Poggi e Stasi possedeva più biciclette. La sentenza considerò compatibile una delle bici a lui riconducibili con la «macrodescrizione» fornita dalle testimoni.
La nuova Procura di Pavia guarda però quel dato in maniera diversa.
Le testimonianze non sarebbero univoche né sulle caratteristiche della bicicletta né sulla certezza che fosse stata vista proprio la mattina del delitto. La bicicletta nera sequestrata alla famiglia Stasi, inoltre, non corrispondeva pienamente alle descrizioni raccolte.
Per i magistrati che conducono oggi l’inchiesta non sarebbe dunque possibile affermare con certezza che quella bicicletta fosse effettivamente collegata all’omicidio.
Il ritrovamento del corpo di Chiara
Anche il comportamento di Stasi nel momento in cui disse di avere trovato Chiara ebbe un ruolo importante nella sentenza.
L’ex fidanzato raccontò di essere entrato nella villetta e di avere attraversato diversi ambienti alla ricerca della ragazza.
I giudici considerarono problematico il fatto che sulle sue scarpe non fossero state trovate tracce di sangue, nonostante la presenza di sangue sul pavimento. Non erano state rilevate tracce neppure sui tappetini dell’auto sulla quale Stasi disse di essere salito subito dopo.
Nelle nuove indagini, però, anche questo elemento viene riconsiderato.
Secondo la Procura di Pavia, nelle fotografie scattate dalla Scientifica sarebbero visibili impronte mai censite che presenterebbero una trama simile a quella delle Lacoste indossate quel giorno da Stasi.
Le scarpe, inoltre, non furono sequestrate immediatamente ma circa 18 ore dopo. Secondo la nuova ricostruzione, eventuali tracce presenti sulle suole avrebbero quindi potuto scomparire nel frattempo.
Il dispenser del sapone
Tra gli elementi considerati nella sentenza ci furono anche le impronte di Stasi sul dispenser del sapone della villetta.
Secondo la Cassazione, la posizione delle impronte poteva essere compatibile con l’ipotesi che l’assassino avesse utilizzato il lavandino dopo il delitto e avesse poi ripulito alcune superfici.
La nuova inchiesta contesta però questa interpretazione.
Nelle immagini dell’epoca sarebbero visibili lunghi capelli scuri nella vasca del lavandino, un particolare che i magistrati considerano difficilmente compatibile con una pulizia accurata. Inoltre, nelle analisi effettuate sullo scarico non erano state trovate tracce di emoglobina.
Sul dispenser erano presenti anche altre impronte e tracce di sapone secco. E Stasi, essendo il fidanzato di Chiara, frequentava abitualmente la casa ed era stato nella villetta anche la sera precedente.
Il presunto Dna di Chiara sui pedali
Uno degli elementi più delicati riguarda il Dna attribuito a Chiara Poggi che sarebbe stato trovato sui pedali di una bicicletta appartenente a Stasi.
La sentenza lo considerò un elemento significativo.
Le nuove indagini hanno però portato alla luce dati che potrebbero cambiare completamente la lettura di quell’accertamento.
Secondo quanto emerso dall’analisi dei dati grezzi e dei registri delle apparecchiature di laboratorio, le prime verifiche sui pedali avevano dato risultato zero. Dopo una purificazione comparve invece un valore molto elevato, mentre altre due prove effettuate successivamente avrebbero nuovamente fornito risultato zero.
Per la Procura di Pavia potrebbe quindi essersi trattato di un errore nell’analisi dei campioni.
Le impronte delle scarpe
Un altro elemento della condanna era rappresentato dalle impronte trovate nella casa.
Secondo i giudici, l’assassino avrebbe indossato scarpe numero 42 e Stasi utilizzava calzature della stessa misura.
La nuova inchiesta sostiene però che non vi sarebbe la certezza che Stasi possedesse esattamente il tipo di scarpe attribuito all’aggressore e che le impronte potrebbero essere compatibili anche con misure differenti e più grandi.
Perché Alberto Stasi è ancora al centro del caso Garlasco
Alberto Stasi resta quindi una figura centrale per una ragione molto semplice: è l’uomo che la giustizia italiana ha condannato definitivamente per l’omicidio di Chiara Poggi.
Ma il caso Garlasco è tornato a muoversi.
Le nuove indagini su Andrea Sempio hanno riportato sotto esame elementi che sembravano definitivamente cristallizzati nella sentenza del 2015: l’orario della morte, la bicicletta, le scarpe, il dispenser, le tracce di sangue e soprattutto il presunto Dna sui pedali.
Questo non significa che Stasi sia stato scagionato né che la sua condanna sia stata cancellata. Significa che alcuni dei dati utilizzati per arrivare a quella condanna vengono oggi interpretati diversamente dagli investigatori della Procura di Pavia.
Ed è proprio questa sovrapposizione tra una sentenza definitiva e una nuova indagine ancora in corso a rendere il caso Garlasco, ancora oggi, uno dei procedimenti giudiziari più delicati e complessi della cronaca italiana.
