L'incongruenza di Zelensky su Vogue

Il servizio di Vogue sulla First Lady ucraina ha aperto molti fronti di critica. I moti di indignazione sarebbero però in realtà mossi da significati culturali e sociali più profondi. La religione in Europa, ma come del resto in ogni parte del mondo, ha influenzato la società, l’arte, la cultura, il diritto stesso ed è da questa origine che si dovrebbe partire per comprendere da dove nascerebbe il disagio prevalente scaturito da questo servizio. Sovviene in primis la parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro. Nella stessa è ricordato solo il nome del povero, mentre quello del ricco è sepolto nell’oblio, “se in terra si può rimanere, un nome glorioso non è quello dei grandi del mondo, ma quello dei diseredati e disprezzati del mondo”.

Accade così che, le fotografie che ritraggono Zelenska e Zelensky, accuratamente vestiti, pettinati e truccati, facciano emergere le emozioni collegate al tradimento ideologico. Come nelle analisi svolte in passato relative alla comunicazione del Presidente ucraino, è sempre emerso come l’abbigliamento sia sempre stato utilizzato per entrate in comunione con il popolo, con il potere di creare un’unica squadra che combatte con forza verso il nemico. L’abbigliamento oggetto qui di analisi avrebbe invece creato una frattura, il messaggio giunto al pubblico sarebbe quello di agiatezza, di superiorità e di distacco dalla popolazione, quando presumibilmente, l’idea di partenza, potrebbe essere stata quella di richiamare l’attenzione e il sostegno dell’Occidente per mezzo di una rivista patinata di grande fama.

Siamo però in un momento storico molto delicato, le persone iniziano a rapportarsi con le conseguenze psichiche a lungo termine della pandemia e, ad oggi, parrebbe prevalere il desiderio di allontanamento del pensiero della guerra, così come da qualsiasi elemento di natura problematica. Ciò potrebbe essere stato letto, a livello comunicativo, come il momento adeguato per proporre un servizio di tale natura, ma, la mancanza di analisi della società in tutte le sue sfumature, avrebbe fatto portato a un fallimento rispetto al messaggio che si sarebbe voluto veicolare. La religione avrebbe condizionato lo sviluppo della morale e avrebbe anche instillato nell’uomo occidentale il concetto di senso di colpa. La coscienza ci direbbe cosa è giusto e sbagliato, non si potrebbe agire contro di essa e, nel caso lo si facesse, si dovrebbe chiedere perdono a Dio. Agire contro la propria coscienza, sintonizzata sulla parola di Dio, rappresenterebbe commettere consapevolmente peccato. Il discorso religioso è molto più complesso, ma, quanto è di interesse, è relativo a quanto è stato integrato dalle persone e l’effetto che ciò ha su di esse. Questo servizio rappresenterebbe, nell’imago collettivo, l’antitesi del messaggio di carità cristiana e, in quanto tale, profondamente sbagliato.

Questo elemento sarebbe di particolare importanza perché andrebbe ad inserirsi in un’epoca che ha visto come protagonista il passaggio dalla famiglia normativa, in cui la figura genitoriale era autoritaria, impartiva di divieti e obblighi con modalità rigide, senza possibilità di confronto e ove il bambino doveva agire secondo i dettami dell’adulto e non era accettabile alcuna forma di ribellione, alla famiglia affettiva ,considerata come un dispensatore affettivo illimitato in cui il bambino non deve esperire alcun tipo di esperienza negativa frustrante e dolorosa. Questo ha creato una profonda scissione a livello di costruzione identitaria che ha avuto una profonda influenza sulla società contemporanea e ha avuto il potere di determinare come prevalente la logica del “tutto o nulla”. Si è confusa l’importanza dell’accoglienza dei bisogni con il soddisfacimento di ogni richiesta ritenendo erroneamente che, per soddisfare la necessità del figlio, occorra evitargli frustrazioni, negazioni e regole. Sarebbe nata anche così la società narcisistica che utilizzerebbe in maniera preponderante i moral disengagement per fuggire dalle proprie responsabilità. Una società basata sull’impatto emotivo immediato e di breve durata. Ed è qui che è stato commesso l’errore di comunicazione.

La società contemporanea risponde a stimoli di natura prevalentemente visivi, inoltre i tempi di attenzione sono sempre minori per cui difficilmente un articolo si apre, si legge e soprattutto si analizza. Ci si ferma al messaggio immediato che andrà inevitabilmente a condizionare il pensiero. Si consideri infatti che, nel momento in cui ci troviamo dinnanzi a uno stimolo per la prima volta, la risposta emotiva provata dinnanzi allo stesso si ripresenterà ogni volta che la stessa stimolazione si riproporrà nel corso del tempo. Questo comporterebbe che, i contenuti dell’intervista, per altro molto lunga, coerenti con i messaggi di unione (l’unione della coppia), di forza (combattiamo perché vinceremo), di Presidente a misura di uomo (sono rimasto qui con la mia famiglia perché sono uno di voi), con le richieste di riconoscimento e di sostegno per mezzo di armi (la guerra riguarda anche chi dovrà difendere i valori occidentali) sono passati in secondo piano. In realtà è stato veicolato solo il messaggio visivo, le fotografie, ma questo, nell’epoca di Instagram, non dovrebbe stupire. Ma anche se fosse divenuto virale il testo e solo successivamente fossero state divulgate le fotografie, sarebbe comunque emersa una profonda incongruenza tra contenuto scritto e messaggio iconografico.

Ma anche chi avesse letto il testo si sarebbe scontrato con una serie di problematiche. La descrizione dell’abbigliamento esplicita chiaramente la correlazione con i colori dei carri armati. Se l’outfit deve richiamare un concetto, la spiegazione dello stesso vanificherebbe il potere veicolante del messaggio. Passa in secondo piano quello che vorrebbe essere il messaggio reale, ovvero il fatto che i capi di abbigliamento sono tutti realizzati in Ucraina. La descrizione dell’outfit con l’utilizzo dei termini “seta”,“écru”,“button-down” o “chignon”, assolutamente coerenti con la tipologia di rivista e in essa perfettamente contestualizzati, avrebbero però il potere di evocare nei lettori uno stato elitario, da qui probabilmente la necessità di spiegarne l’utilizzo, all’interno dell’intervista, per mezzo del termine “dissonanza cognitiva”. Un altro elemento incongruente sarebbe il sottolineare come la First Lady, sino ad oggi, sia sempre stata dietro le scene perché del resto sarebbe sempre stata una “studentessa disciplinata”. Ciò sarebbe estremamente incongruente rispetto al messaggio che con grande probabilità voleva essere trasmesso, richiamando fortemente il vetusto concetto che “dietro un uomo grande c’è sempre una grande donna”. Il messaggio originario sarebbe quello di empowerment femminile e di impegno sociale nei confronti delle donne e delle famiglie, infatti, successivamente, si descrive la sua carriera sottolineando la creazione di un suo programma prevalentemente femminile o sottolineando l’impegno nei confronti delle donne vittime di violenza. Come descritto in precedenza, è però la prima risposta emotiva quella che viene memorizzata e, se questa fa leva su degli stereotipi rispetto ai quali nessuno è immune, la portanza è ancora maggiore.

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