tutti1

Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott al cinema – Recensione

Lucky Red distribuzione, Ufficio stampa Lucky Red Alessandra Tieri, Georgette Ranucci, Olga Brucciani
Gail Harris (Michelle Williams), madre del giovane rapito, assediata dai giornalisti. Accanto a lei Fletcher Chase (Mark Wahlberg)
Lucky Red distribuzione, Ufficio stampa Lucky Red Alessandra Tieri, Georgette Ranucci, Olga Brucciani
John Paul Getty III interpretato da Charlie Plummer (nonostante il cognome nessun grado di parentela con Christopher che ha sostituito sul set Kevin Spacey)
Lucky Red distribuzione, Ufficio stampa Lucky Red Alessandra Tieri, Georgette Ranucci, Olga Brucciani
John Paul Getty III (Charlie Plummer) con uno dei suoi rapitori (Romain Duris nella parte di Cinquanta)
Lucky Red distribuzione, Ufficio stampa Lucky Red Alessandra Tieri, Georgette Ranucci, Olga Brucciani
John Paul Getty III (Charlie Plummer) nella Piazza Navona anni 70 rievocata da Ridley Scott

C’è cascato anche Ridley Scott. Su questa Italia. E Roma nello specifico, mostrata e animata così come vive nell’immaginario cinematografico (e non solo) dei turisti per caso. Roba da stornelli, tarantelle  e spaghetti nei paraggi d’una società cialtrona, attonita e credulona; nonché attraversata, nella ricostruzione del celebre rapimento di John Paul Getty III da parte della 'Ndrangheta nel 1973, da un’isteria giornalistica e paparazzesca ridicolmente e goffamente sopra le righe. Sulla superficie di un film, Tutti i soldi del mondo (in sala dal 4 gennaio, durata 132’), peraltro – e altrove - assistito da una regia estremamente sorvegliata, soprattutto incline ad esaltare la recitazione di attori eccellenti, Christopher Plummer e Michelle Williams in testa.

Un “sostituto di lusso” venuto da lontano

E proprio da Plummer si parte, perché, al di là dello specifico del film in termini di genesi, contenuti e aderenze storiche, la dinamica del suo ingresso nel cast rischia – o almeno ha rischiato – di diventare il tema dominante dell’intera intrapresa. Non rendendo giustizia, come si dice, al lavoro del regista e alla qualità di quel che ne scaturisce. Come si sa, difatti, l’attore è arrivato in extremis a sostituire Kevin Spacey nella parte del miliardario J. Paul Getty, presentato come l’uomo più ricco del mondo, dopo lo tsunami mediatico che lo ha travolto per molestie (omo)sessuali , “licenziandolo” di fatto  da una serie tv (House of Cards), virtualmente da qualche altro progetto a venire e addirittura da un film già finito di girare e recitare (questo).

Via le scene interpretate da Kevin Spacey

Di qui la chiamata al quasi novantenne attore canadese con rimontaggio dell’opera dopo una manciata di giorni spesi in riprese extra per rigirare le scene già interpretate da Spacey e assicurarne, non senza qualche ulteriore performance digitale, la programmazione nei tempi concertati. Evitando, ovviamente, il collasso distributivo e la débacle finanziaria alla produzione.

Bravo Ridley Scott. Che di anni ne ha comunque ottanta e dirige, abbiamo già avuto mondo di scriverlo, con l’entusiasmo e l’energia di un trentenne: lavorando, qua, su una buona sceneggiatura di David Scarpa scritta a sua volta prendendo le mosse dal  libro di John Pearson; dunque dalla prospettiva e dall’angolo visuale della madre del rapito, Gail Harris (nella sua parte, appunto, Michelle Williams).

Equilibrii e geometrie in una vicenda senza sorprese

Di qui il peso evidente dei due attori. E la qualità delle loro performance sulle quali il film poggia buona parte del suo progetto drammaturgico. Non che azione ed emozione vengano meno, magari a beneficio di equilibrii e geometrie dominanti nel racconto e nella sua messinscena di natura quasi teatrale: l’energia narrativa resta però compatibile (perciò parsimoniosa) con la matrice stessa di una storia aspirante thrilling ma incapace, per sua natura, di compiersi come tale. Semplicemente perché la cronaca di quegli anni e il ricordo ancora vivace che ne deriva non possono concedere sorprese ad una vicenda sugli sviluppi e le conclusioni della quale – incluso il celebre, macabro recapito di un orecchio tagliato dell’ostaggio  da parte dei rapitori – si sa praticamente tutto.

L’irremovibile patriarca che non vuole pagare

Si sa meno, invece, dei rapporti interni alla famiglia, dell’impegno disperato della madre del rapito davanti all’impassibile e irremovibile patriarca Getty che non vuole (un po’ per vocazione conservativa del capitale, si legga taccagnerìa, un po’ per grifagne pieghe caratteriali) cedere al pagamento del riscatto di 17 milioni di dollari richiesto dai sequestratori del nipote, sostenendo - comunque non a torto - che uno smottamento in quella direzione potrebbe indurre chiunque a ricalcare lo stesso copione. Preoccupazione plausibile visto che, di nipoti, il vecchio Getty ne ha quattordici.

Gli uomini mascherati della mafia calabrese

Girato tra Roma, Bracciano, la Villa Adriana di Tivoli e Londra, il film promette molto in termini di action con la descrizione del rapimento in sé, gli uomini mascherati della mafia calabrese ad acciuffare il giovane Paul Getty III (Charlie Plummer, curiosa coincidenza di cognomi ma zero parentela con Christopher) e portarselo via. Per lasciare poi spazio al drammatico attivismo di sua madre che inutilmente cerca di convincere il nonno a pagare mentre il padre – marito divorziato di Gail - John Paul Getty II (Andrew Buchan) se la spassa altrove e prova anche lui senza successo a smuovere il vecchio. Il quale, tra l’altro, attraverso  Fletcher Chase (Mark Wahlberg), un ex CIA al suo servizio nella trattativa, può annusare l’ipotesi che il rapimento sia fasullo e possa trattarsi di un’estorsione ordita dallo stesso nipote scapestratello.

I fatti da luglio a dicembre con qualche libertà di rilettura

La situazione naturalmente evolve e precipita nel trip dell’orecchio mozzato che spezza la resistenza del patriarca avaro e conduce all’epilogo alcuni mesi dopo il rapimento, avvenuto a Roma in luglio e concluso a dicembre in Basilicata. In mezzo, il percorso di un film che nella perlustrazione degli eventi si prende, con ogni evidenza, più d’una libertà rispetto ai casi reali, tanto per far ruotare meglio lo spettacolo tra le mani capaci di Scott.

Riuscendovi, si ribadisce il concetto, soprattutto nell’intensità recitativa di Williams e Plummer e nella loro straordinaria capacità dar corpo, colore ed emozioni al racconto, naturalmente quando sono loro ad essere in scena. In un film peraltro destinato a non rimanere tra le esperienze memorabili del suo regista: vuoi, forse, per le sue stesse contraddizioni di genere, vuoi per qualche intoppo di lavorazione, vuoi, infine, perché Scott il "mutante" continuiamo a preferirlo in dimensioni astronautiche, spaziotemporali e fantamitologiche.

Per saperne di più:

YOU MAY ALSO LIKE