The New York Times, quotidiano (anti)populista

La Grecia prima, poi la Brexit, le elezioni olandesi, Marine Le Pen, la crociata anti-vaccini di Beppe Grillo. E, Oltreoceano, Trump, ovviamente, e la situazione venezuelana degli ultimi giorni. Dove c'è populismo c'è anche il quotidiano dei quotidiani.

Puntuale, rigoroso, preciso come un bisturi nel ritagliare l'obiettivo, isolarlo e poi analizzarlo senza lesinare critiche, anche dure, anche a patto di dimenticare i "mezzi termini" che hanno caratterizzato molta della sua storia ultradecennale.


Troppo piccolo, ma abbastanza grande
A dirla tutta, il fenomeno è stato nel mirino dei suoi politologi, fin da quando - negli anni '60 - ha fatto la sua comparsa. Ma mai come prima d'ora, la testata fondata da Henry Jarvis Raymond e George Jones aveva raggiunto un grado di attenzione e accanimento pari a quello odierno. 

Forse, più semplicemente, ha seguito passo-passo l'evoluzione delle sue dimensioni, aumentando il grado di interesse nei suoi confronti con una copertura e un dettaglio analitico via via crescente, fino alla dimensione attuale che, sebbene sia perlopiù troppo piccola per condurre a una vittoria completa, è abbastanza grande da influenzare la politica e gli orientamenti sociali di uno Stato. Soprattutto in Europa.



Quello che sta osservando e denunciando oggi il New York Times è che il populismo sta entrando in una sorta di fase adolescenziale che, restanto nella metafora, proprio come nella personalità di un giovane individuo, è troppo giovane per far funzionare un meccanismo complesso, ma non più così tanto da non poterlo influenzare.

Dai sopracitati Sixties, ha osservato il quotidiano riportando le conclusione delle analisi dagli scienziati politici Ronald Inglehart e Pippa Norris, dopo il successo del Front National nel primo turno, i partiti populisti hanno raddoppiato la loro quota media nelle elezioni europee e hanno triplicato la loro quota nella legislatura europea.


L'apice in Italia
Nel caso delle elezioni olandesi, The New York Times è stato tra i primi a denunciare il pericolo del rompighiaccio populista di Geert Wilders che, proprio grazie al suo programma dalla facile presa sull'elettorato scontento dello status quo - in particolare sui temi dell'immigrazione - ma sfiduciato dalle istanze progressiste aveva portato il suo partito al secondo posto

Allo stesso modo, gli indipendentisti dell'Ukip hanno avuto un ruolo cruciale nello spingere il Regno Unito al divorzio dall'Unione Europea.

E poi, a conferma di come per il NYT l'Europa rappresenti un punto di osservazione, di studio e di avanguardia mediatica sul fenomeno, c'è stato l'articolo dal titolo Populism, Politics and Measles, sui vaccini in Italia che, anche a causa della campagna dissuasoria del M5S, sono diminuiti portando a un aumento della diffusione del morbillo.  

Da Trump a Beppe Grillo, dunque, il sottotitolo "quotidiano (anti)populista" che abbiamo enfaticamente affibbiato al quotidiano statunitense ha acquisito sempre più significato.

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