Telecom Italia, svendita in salsa italiana

Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane. Ad avere denti per mordere il capitalismo italiano “ancient regime” e inaugurare un filone nuove era sembrato, nel 1999, Roberto Colaninno, il poco noto ragionere di Mantova che aveva osato scalare Telecom Italia, riuscendo nell'intento. Nel 2007, dopo aver saputo acquisire e rilanciare la Piaggio, lo stesso Colaninno ci ha riprovato mettendo insieme la cordata di “patrioti” che comprò quel che restava dell'Alitalia dall'azienda commissariata. Ebbene, oggi non deve essere una bella giornata per lui, visto che contemporaneamente sia Telecom Italia sia Alitalia – due aziende che portano nel marchio il nome del loro Paese – stanno passando in mani straniere, e per un piatto di lenticchie, a causa delle loro miserevoli condizioni, prefallimentare la compagnia di bandiera e ancora forte ma schiacciata dai debiti la compagnia telefonica.

Ma quella di Colaninno è una storia emblematica, che merita una breve ricostruzione, di come “non si può fare impresa” in questo Paese. Fino a poco prima confinato dal suo capo, Carlo De Benedetti, a gestire la piccola provincia dell'impero Cir, la Sogefi (assai bene, in verità), Colaninno venne mandato nel '97 a commissariare l'Olivetti da un ingegnere ormai messo alle corde dal discredito con cui lo guardava il mercato. A Ivrea, Colaninno trovò una parte telematico-informatica dissestata ed una parte telefonica in grande spolvero, con la Omnitel appena lanciata dai “poulain” dell'Ingegnere, i vari Pompei, Scaglia, Colao, sotto la regia di Corrado Passera. E l'appetito gli venne mangiando. Racimolò pochi soldi suoi, trovo compagni di strada improbabili – da Emilio “Chicco” Gnutti ad Ettore Lonati, trovò invece una banca d'affari come la Dlj (Donaldson, Lufkin & Jenrette) e convinse Mediobanca ad essere della partita. Naturalmente offrì un posto in prima classe anche all'Ingegnere, che rifiutò sdegnoso, impensabile che fosse lui ad aderire ad un'iniziativa di un suo ex-impiegato. E provvide successivamente a boicottare l'iniziativa con tutti i suoi potenti strumenti lobbistici.

Due anni dopo il successo dell'Opa, Colaninno era al timone di Telecom e cercava, ancora con qualche chanche di successo, di fare sostanzialmente due cose: internazionalizzare l'azienda e gestire la montagna di debito che l'Opa aveva lasciato in Olivetti. A suo merito va detto che non fu lui a “firmare” la fusione tra la società “scalatrice” (appunto l'Olivetti, indebitata) e la società-preda, Telecom, ricca di asset: quello avvenne successivamente, con la gestione Pirelli, ma l'"azzardo morale" consistente nel fondare interamente le garanzie del debito Olivetti sul controllo di Telecom, e quindi comunque concettualmente destinare la reddività di Telecom a "sfamare" l'enorme fabbisogno finanziario di Olivetti fu di Colaninno. Pensava, in buona fede, che lo "sboom", incipiente nel 2011, delle telecomunicazioni non sarebbe stato così esiziale. Invece lo fu: l'azienda iniziò ad andare peggio e, soprattutto, i suoi soci speculatori iniziarono a trattarne la vendita alle sue spalle. Fino a firmarla senza neanche dirglielo, salvo poi ovviamente coinvolgerlo nei benefici e farne, alla fine, quell'uomo ricchissimo che non era ancora e che fu poi in grado di diventare primo azionista di Piaggio. Ma questa è un'altra storia.

Il dato di fatto è che a puntare sul serio sulla telefonia sono stati solo tre imprenditori italiani: De Benedetti, appunto, che aveva visto lungo ma – da finanziere puro qual era – non aveva mai davvero deciso di investire sul lungo termine e navigando a vista tra la crisi Olivetti e l'opportunità Omnitel iniziò a tracciarne la vendita all'estero cedendone il 49% alla tedesca Mannesmann, poi acquistata da Vodafone; Colaninno, ed è andata com'è andata; e Marco Tronchetti Provera, con la sua Pirelli, al cui quinquennio pieno in Telecom (luglio 2001-primavera 2007) pochi fan attribuiscono più meriti che torti e altri, forse più numerosi, detrattori addebitano invece soprattutto errori.

Di sicuro c'è che in un settore dettagliatamente "regolato" come quello dei telefoni, dove tutte le voci del conto economico degli operatori risentono delle scelte dell'Authority (e quella delle telecomunicazioni è sempre stata tra le più politicizzate), è stata l'assenza di qualunque visione del pubblico sul futuro delle telecomunicazioni italiane – senza dubbio il mercato nazionale più ricco del settore in Europa – da parte dei governi che si sono susseguiti. Un'assenza che si conferma oggi, che salvo il viceministro Catricalà nessuno si è espresso sulla vendita di Telecom, e nessuno si è chiesto se è giusto che la rete di tlc passi agli spagnoli. Mentre grottescamente il premier Enrico Letta è in Nord America, per promuovere la sua iniziativa “Destinazione Italia”, volta ad attrarre gli investimenti stranieri nel nostro Paese, all'insegna dello slogan: “Nè outlet né Fort Apache”, né cittadella preclusa agli stranieri né supermercati di prodotti a prezzi di fabbrica. Ha ragione, anche l'outlet stato sarebbe un luogo improprio per due svendite come quelle di Alitalia e Telecom: più simili ad una transazione da asta giudiziaria che ad un negoziato commerciale.

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