Benjamin Netanyahu
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La svolta a destra di Bibi Netanyahu

Via il ministro del Tesoro Yair Lapid, via il capo del dicastero della Giustizia Tzipi Livni, rei di aver criticato la legge sullo Stato-nazione ebraico. Dentro, e con un ruolo da prim'attore, Naftali Bennett, leader di Focolare Ebraico, un partito in ascesa vicino ai coloni più oltranzisti. A capo da un anno e mezzo di una coalizione di governo tutt'altro che compatta sul negoziato coi palestinesi e sugli altri temi caldi in agenda, Bibi Netanyahu corre verso le elezioni anticipate, sbatte la porta in faccia ai suoi ministri laici e, in vista del voto, dismette gli abiti pubblici della moderazione per presentarsi agli elettori con il volto della rabbia e della durezza.

Un Likud più guerriero e spostato a destra, per capitalizzare il malcontento e quella richiesta di sicurezza che, dalla fine della guerra di Gaza, sale sempre più forte nella spaventata e sfiduciata società israeliana: è l'obiettivo di Bibi, in crisi di popolarità e costretto, anche per evitare il voto sulla mozione di sfiducia del Labour e di Meretz, a giocare d'anticipo, aprendo formalmente la crisi che porterà il Paese al voto nella primavera prossima.

L'uscita dal governo dei due ministri laici segna uno spartiacque nella storia politica di Israele. Con i laburisti del palido Erzog relegati all'opposizione, i vecchi saggi sionisti come l'ex presidente Peres e l'attuale presidente Reuven Rivlin su posizioni critiche, la sfiducia montante contro la classe politica minata dagli scandali, il Likud, sempre più spaventato dalla concorrenza dei partiti radicali, scommette tutte le sue carte sullo spostamento a destra della società israeliana. Archiviato il sionismo progressista dei padri fondatori come Golda Meyr e Mosé Dayan, con i rapporti tra Washington e Tel Aviv sempre più freddi, il Paese si prepara alle elezioni anticipate in un clima di sfiducia e rabbia verso una classe dirigente rissosa e spaccata, che sembra ritrovare le proprie ragioni dello stare insieme, proprio come il popolo israeliano e quello palestinese, nella guerra contro il nemico.

Per Tzipi Livni, fresca di licenziamento, si tratta di una svolta«estremista, provocatoria, paranoica», segno del mutamento profondo che sta vivendo la società israeliana, anche a livello demografico e di equilibri tra i diversi gruppi etnici e nazionali. Con i benestanti askenaziti schierati su posizioni più laiche e progressiste e i nuovi immigrati poveri sefarditi provenienti dai Paesi arabi che votano per la destra, il Paese che corre verso le elezioni anticipate, proprio mentre si riavvicina lo spettro di una nuova Intifada, si ritrova sempre più stanco e sfiduciato. Rassegnato a un presente e a un futuro di insicurezza, senza neanche più la speranza di un negoziato possibile. (PP)

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