Splatter e il fascino sottile per l’orrore

"L’omicidio per strangolamento è più lungo, bisogna avere mani forti e stringere la corda senza fermarsi. Solo quando il poveraccio sanguina  dalle orecchie e se la fa addosso si può realmente decretare la morte". È un passaggio di La mafia non lascia tempo (Rizzoli, 216 pagine, 15 euro), scritto dal pentito Gaspare Mutolo. Un libro che fa il pari con Sangue, film di Pippo Delbono dove si racconta l’omicidio di Roberto Peci scritto, interpretato e diretto da Giovanni Senzani, il capo delle ultime  Brigate rosse.

Un libro e un film che esaltano l’orrore, teatralizzando una violenza bestiale e gratuita che, ha dichiarato il magistrato Gian Carlo Caselli, confonde la bassa macelleria con il mito della rivoluzione. Fosse anche solo estetica. A chi gli rimprovera l’oscenità di far raccontare a Senzani l’assassinio di Peci (che sarebbe un po’ come far raccontare a Erich Priebke l’eccidio delle Fosse ardeatine), Delbono rivendica «il diritto dell’artista di poter guardare negli occhi del mostro».

Ottenendo il plauso di una certa, solita intellettualità  e l’interrogazione parlamentare del  senatore Maurizio Gasparri, che a sua volta  rivendica il diritto di sapere quanti fondi  pubblici ha speso la Rai per collaborare  alla produzione del film. Il fascino di Senzani per la dimensione spettacolare dell’orrore nasce ufficialmente il 10 giugno 1981 con il sequestro di Roberto Peci, fratello di Patrizio, l’uomo che  decidendo di collaborare con lo Stato sta  giocando un ruolo decisivo nella disintegrazione  del partito armato.

Roberto viene  prelevato da San Benedetto del Tronto e portato alla periferia di Roma. Un sequestro mediatico curato fin nei minimi particolari: la regia sapiente di Senzani riprende con la macchina da presa tutti gli interrogatori a cui Roberto è sottoposto nei 55 giorni di  detenzione, filmando in prima persona il volto stanco e angosciato durante la lettura della  sentenza, mentre la voce di chi recita i capi d’imputazione viene accompagnata dalle note di Bandiera rossa.

Il Super 8, il giradischi, il set: attentissimo ai particolari  scenici, Senzani raccomanda a Peci di esibire un volto addolorato durante la lettura della sua condanna a morte, assicurandogli che la sentenza non verrà eseguita. Invece Roberto (cappuccio calato sulla testa e un cartello appeso al collo con scritto "Morte ai traditori") viene assassinato con 11 colpi di mitraglietta. Gli stessi che hanno massacrato Aldo Moro. Quando si dice il talento per la regia...

A confronto le decapitazioni filmate di Al Qaeda appaiono fatte da dilettanti in incolmabile ritardo. Più che l’ultimo leader del brigatismo, e  usando il loro gergo, lo si potrebbe definire "un agente psicologico" della società dello spettacolo teorizzata da Guy Debord: "La realtà sorge nello spettacolo e lo spettacolo è reale".

Analogo discorso ma strategia narrativa opposta per l’anatomia dell’orrore di Mutolo. «Due stringono le mani della vittima da dietro e uno gli mette la corda al collo. Strangolamento classico. A volte gli sguardi s’incrociano, ma non ci sono momenti rivelatori e le emozioni di chi muore strangolato sono sempre le stesse: paura, terrore, a volte sgomento, stupore. Uno che sta per morire può mai essere allegro?».  Hannah Arendt ha spiegato bene la molla che spinge assassini e terroristi all’orrore. Entrambi fanno del male perché è il loro dovere, perché quella è la loro verità, e percependosi strumento della verità e adempiendo al proprio compito trovano non solo un’autoassoluzione ma anche una celebrazione oscura, che trasforma il soggettivo in oggettivo, la scelta nella legge, l’orrore nella responsabilità. In fondo è semplice. E il gioco, macabro, è fatto.  

YOU MAY ALSO LIKE