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Giarda: "Intesa bipartisan per tagli strutturali"

Nel mare magnum della spesa pubblica, oltre ai tanti settori di cui si sta occupando il governo, due in particolare sono quelli dai quali si potrebbero ottenere molti risparmi, anche se a regime: il sistema delle prefetture e l’assistenzialismo pubblico. Ne è convinto Piero Giarda, economista, oggi presidente del consiglio di sorveglianza della Bpm e già ministro nel governo Monti quando realizzò un ponderoso dossier sui tagli alla spesa pubblica.

Professor Giarda, in questi mesi di discussioni sulla necessità di ridurre la spesa pubblica sembra mancare una riforma strutturale che possa produrre frutti concreti in futuro, una necessità che lei ha sottolineato più volte
Le azioni in profondità sulla spesa richiedono tempo. Dal 2001 i governi che si sono succeduti hanno sempre messo da parte il lavoro dei loro predecessori. Invece, una ristrutturazione dell’intervento pubblico prima o poi va fatta e dovrebbero essere impostati dei programmi che non vengano smentiti a ogni cambio di governo. Occorre, cioè, un’intesa bipartisan, aggressiva, che naturalmente non produce effetti in sei mesi. Oltre a questo, sono anche necessari tagli alla spesa.

Nel suo dossier lei ha approfondito tra l’altro l’organizzazione territoriale delle prefetture, tema ripreso dal commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Come si dovrebbe intervenire?
Cottarelli è venuto a parlare con me subito dopo il suo insediamento. Intervenire sull’organizzazione territoriale delle prefetture consentirebbe, come conseguenza, di rivedere anche le strutture di polizia, carabinieri, finanza, vigili del fuoco e di vari organismi statali. Il punto chiave è questo: perché l’organizzazione territoriale dello Stato dev’essere ancora basata sulla mappatura territoriale di un ente locale? E’ frutto dell’Unità d’Italia, ma oggi non ce n’è più ragione.

Un intervento estremamente complesso, con prevedibili resistenze.
Mi pare che il ministero dell’Interno stia compiendo i primi passi su alcune strutture di polizia, ma un intervento strutturale presto o tardi sarà indispensabile.

Il mondo degli enti locali dovrebbe però consentire interventi corposi.
Certo, è mai possibile che esistano 5 mila piccoli comuni, senza contare differenziali di spesa enormi tra gli enti locali?

Un altro tema riguarda i beneficiari dell’intervento pubblico, una platea all’interno della quale è probabile vi siano abusi o eccessi.
Fra trasferimenti alle imprese e assistenzialismo, il costo varia dai 70 agli 80 miliardi di euro. Si va dai fondi alle ferrovie all’assegno di accompagnamento, un mare di denaro di natura chiaramente redistributiva. Purtroppo è una materia molto più complessa di altre perché regolata da un grande numero di leggi.

Negli ultimi giorni è divampata la polemica sugli stipendi dei dirigenti dopo che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha deciso che nessun dirigente pubblico potrà guadagnare più di 240 mila euro lordi l’anno, come il presidente della Repubblica. Polemiche giustificate?
Finora la piramide degli stipendi dei dirigenti pubblici è stata troppo piatta. Le figure apicali avevano uno stipendio elevato, ma a fronte molto spesso di enormi responsabilità e di funzioni di alto livello. Purtroppo, sono i dirigenti di livello più basso ad aver raggiunto anche 160 mila euro con i premi di produttività che sono concessi a seguito di verifiche molto sommarie del lavoro effettivamente svolto. Molte volte ci sono dirigenti che coordinano solo se stessi.

Rimuovere i dirigenti pubblici, però, è sempre stato molto complicato.
Perché è difficile misurare i risultati in ufficio. La pubblica amministrazione non ha indicatori quantitativi di prodotto e gli obiettivi da raggiungere in realtà sono solo proposizioni aventi la natura di storielle.                                                                          

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