Sotto l'albero? Il ritorno alla libertà d'espressione

Justine Sacco, top manager della InterActiveCorp (IAC), una corporation che opera in settori mediatici con oltre 60 marchi sparsi per il mondo, è stata brutalmente licenziata per colpa di un tweet.
Stava partendo per il Sudafrica e ha scritto questo: Going to Africa. Hope I don't get AIDS. Just kidding. I'm white! (Verso l'Africa. Spero di non prendere l'AIDS. Scherzo. Sono bianca!)

Vi diverte?
Non vi diverte?
Non è questo il punto.
Il punto è che la rete è impazzita. A niente sono servite le sue scuse.
All’atterraggio era già senza lavoro.
Licenziata in tronco.

Posto che a me il suo tweet sembra evidentemente ironico e, anzi, passibile di lettura socialnoiosa da parte di qualche cialtrone tipo “critica ai bianchi menefreghisti verso la piaga dell’AIDS”.
Il punto è molto semplice: c’è o NON c’è la libertà di parola?

Gli intellettualoidi, gli opinion leader e tutti i guru del buonismo mondiale sono pronti a indignarsi per l’incarcerazione di quelle degenerate delle Pussy Riot o per la cattura di sciocchi fricchettoni che giocano ai pirati e danno l’assalto alle baleniere (o petroliere, o quel che è).
“Ma come?”, si indignano, “quel cattivone di Putin viola la libertà d’espressione”.

A parte il fatto che denudarsi dentro le chiese e assaltare navi sono imprese ben più rissose che 140 caratteri buttati là, c’è da aggiungere che ogni sano di mente sa benissimo che se fa il furbo in Russia è già tanto se a un certo punto uscirà di prigione.
È nell’ordine delle cose.
Lì non puoi dire quello che pensi.
Piaccia o non piaccia, la libertà di parola non fa parte del corredo genetico dell’umanità, è una sovrastruttura sociale. Da qualche parte c’è, da qualche parte non c’è. Non c’è sempre stata, non è detto ci sia per sempre.
Ma, sarebbe bello sapere dove c’è e dove non c’è.
A me hanno sempre sbandierato quelle fregnacce attribuite a Voltaire tipo “non condivido la tua idea ma mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimerla” come il baluardo della democrazia.

Dove sono gli indignati adesso?
Dov’è la libertà d’espressione?

Questo Natale, (mangiando o non mangiando pasta Barilla) non dimentichiamoci che la libertà di espressione coincide solo con la libertà di dire le cose comode, non tanto per le minoranze, quanto per il manipolo di approfittatori che sulla denuncia delle (presunte) discriminazioni alle minoranze costruisce la propria carriera e puntella gli interessi del proprio grasso portafoglio.

Venga lo spettro dei Natali passati e riporti un po’ di sano realismo.
Spero che la Sacco faccia causa alla sua azienda, la vinca, e si trasformi, nonostante dalle foto tutto sembri tranne un fulmine di guerra, in un’eroina della libertà di espressione, nel simbolo della messa in pensione della facile indignazione di questi fantocci buoni per carnevale, da battere come la pentolaccia.
Babbo Natale non dovrebbe limitarsi a portargli il carbone.
Dovrebbe spedirli in miniera. O a spalare sterco di renna.

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