Industria calcio, tutti i conti dell'era pre Covid

Brucia poco più di un milione di euro al giorno (395 complessivi), ha debiti sempre crescenti e non riesce a colmare il gap infrastrutturale rispetto al resto d'Europa. Però il calcio italiano continua a crescere o, almeno, lo faceva nell'era pre Covid prima che lo tsunami della pandemia lo travolgesse con danni ancora impossibili da quantificare ma che saranno di centinaia di milioni e che solo la determinazione per la ripartenza del presidente della Figc, Gabriele Gravina, e del suo pari grado Paolo Dal Pino nella Lega Serie A hanno limitato. Ecco la fotografia del sistema pallone, fotografato dal tradizionale Report Figc che in questo disgraziato 2020 aiuta a capire le potenzialità e i difetti strutturali di un'economia piena di contraddizioni ma vitale e viva. Basti pensare che nel periodo preso in esame è cresciuta di oltre l'8% come ricavi arrivando a quota 3,8 miliardi in un contesto Paese da crescita zero virgola. E che la spinta al rialzo è arrivata da quasi tutti i micro settori: diritti tv (+11,8%), commerciali (+19,7%). Unica eccezione le tante volte citate plusvalenze e il fatturato da stadio, rimasti stabili.

INVERSIONE DI TENDENZA DOPO I RISPARMI

Eppure tutta questa ricchezza prodotta in più non è bastata a limitare i danni. Anzi. Il passivo aggregato di bilancio è salito a 395 milioni di euro riportando pericolosamente indietro le lancette del tempo a quel 2015 in cui il calcio italiano era arrivato a bruciare oltre mezzo miliardo costringendo tutti a una radicale presa di coscienza dei rischi di sistema. L'inversione di tendenza era stata rapida ed evidente (basti pensare che nel 2017 il passivo si era limitato a 158 milioni), ma è durata troppo poco. La particolarità è che questo avviene - Covid a parte - in un momento di rinnovato appeal per la Serie A che sta attirando investimento da fuori; la Roma è diventata di Friedkin chiudendo l'era Pallotta, il Parma sta per passare di mano e la Lega ragiona sul possibile ingresso di fondi come soci per monetizzare i diritti televisivi del prossimo futuro. Il tutto con fondamentali non ancora in sicurezza. Può essere l'effetto di una manovra di investimenti per espandersi, ma i numeri vanno tenuti sott'occhio per evitare problemi maggiori.

CALCIO MIO, QUANTO MI COSTI

L'altra certezza è che il calcio italiano costa tanto. Se i ricavi continuano a crescere ed è così almeno da un lustro, lo stesso accade alla voce costi: Serie A, Serie B e Serie C insieme hanno sostenuto al 2019 un costo di produzione di 4,077 miliardi di euro con un aumento del 15% quasi tutto giustificato dall'impennata degli stipendi di calciatori, allenatori e dirigenti che continua a essere la voce che si mangia metà di tutto il fatturato.

La buona notizia è che i proprietari hanno deciso di mettere mano con sempre maggiore frequenza ai propri conti per rinforzare il processo di messa in sicurezza di tutto il sistema. Negli ultimi 8 anni le ricapitalizzazioni hanno raggiunto i 2,8 miliardi di euro, un fiume di denaro messo nelle casse dei club e che ha garantito una patrimonializzazione sempre crescente ed evitato il moltiplicarsi degli stati di crisi. L'altra faccia della medaglia si trova alla voce debiti: sono oltre 4,3 miliardi e anche questi crescono a doppia cifra (+11%) da un anno all'altro.

IL CALCIO MEGLIO DELL'ITALIA

Messo tutto insieme, si arriva al confronto con i macro parametri economici generali del sistema Italia. E qui il confronto è impietoso a vantaggio dell'industria del pallone rendendo poco comprensibile, anche a mesi di distanza, il duro confronto per cercare di non farlo ripartire dopo il lockdown. Dal 2015 il fatturato del calcio professionistico italiani cresce a velocità nettamente superiore rispetto al Pil del Paese e lo stesso succede nel rapporto tra debiti e valore della produzione che è del 121% contro il 132% (era pre Covid) italiano.

Indicatori che spiegano il valore economico di quello che per milioni di appassionati rimane sempre e comunque solo un gioco e che avrebbe bisogno di una seria politica di investimenti sulle infrastrutture per supportare la crescita. Anche e soprattutto ora che su questi numeri è passata l'onda lunga del Coronavirus.

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