«Senza denti, la lingua grossa tra le labbra rientrate… ha scarpe vecchie, mal allacciate». Vita minima di Gabriele D’Annunzio

Inizio alle undici di sera la biografia di Gabriele D’Annunzio che il suo segretario e confidente Tom Antongini scrisse nel 1933, col poeta ancora in vita, e che Lantana ripubblica oggi dopo 75 anni dalla prima edizione Mondadori. Benché munita di tutte le cautele che un’operazione del genere automaticamente mi suggerisce di adoperare, e in più di quelle erette da una distanza naturale dall’opera e dall’uomo raccontato, ho finito per leggere fino all’alba di levrieri e Grand Hotel, Venezia e pantofole, Forte dei Marmi e tartarughe, ceralacche e lampade “inargentate”, e col cuore colmo, diciamo, di una piena tristezza, verso le 3 ho corredato questa lettura con quella, più disinteressata perciò più letterariamente pregevole, della Vita di D’annunzio di Piero Chiara.

Se quasi tutte le biografie di D’Annunzio sostengono e incoraggiano la mitologia dannunziana, quella di Antongini è deliziosamente arbitraria nella scelta dei temi e delle epoche: L’uomo fisico, l’uomo morale e… immorale, L’inseparabile compagna, D’Annunzio e gli animali, Invenzioni, manie e superstizioni, D’Annunzio e i suoi servi ecc. Quella di Piero Chiara aggira elegantemente ogni volo rapsodico, senza accontentarsi di degradare nel puro giornalismo, ma soffermandosi su minimi scarti biografici, che lasciano anzi attorno alla figura del poeta una specie di polvere di sommessa tristezza, come quella che ricopriva i ninnoli del Vittoriale prima che divenisse museo e mausoleo dell’ideale.

Evito di rendere conto dei due modi (quello di Antongini difensivo del vate, quello di Chiara simpatetico con l’attrice) di raccontare la dolorosa e un po’ squallida storia con Eleonora Duse, che il gioco delle identificazioni consegna alla Foscarina de Il Fuoco, gelosa e più vecchia del suo amante, e al «sentore cadaverico della sua carne appassita»; ed evito anche di indulgere nella abitudine del poeta di ribattezzare le sue donne (cosa che piace molto a tutti i biografi, non si sa perché, quasi quanto la vicenda della misteriosa caduta dalla finestra nel ‘22), e scelgo invece due brani dalla mia notte insonne.

Nella vita segreta di Antongini – nel capitolo sulle manie – leggo che D’Annunzio scriveva di notte, preferendo dormire dalle 9 alle 14; teneva sul tavolino – di noce, massiccio, «da refettorio» – dell’acqua in ghiaccio, della frutta in gran quantità, dei biscotti inglesi, del tè leggero, pure in ghiaccio. Non prendeva mai caffè, non fumava. Mentre scriveva, la sua bocca aveva «una salivazione abbondantissima», che asciugava via via con un fazzoletto («ne ha sempre quattro o cinque a portata di mano»), sempre tenuto stretto nella mano sinistra, appoggiata al foglio su cui scriveva. Aveva bisogno di assoluto silenzio: una volta chiese ai suoi servi di liberarlo dal «rumore assordante» che un tarlo faceva dentro un mobile in cui si era annidato e che gli impediva di concentrarsi. Scriveva sempre in veste da camera o in pigiama. Era ossessionato dal timore che le sue lettere non arrivassero a destinazione: non fidandosi nemmeno delle raccomandate, da un certo punto in poi ha cominciato ad adottare il sistema del «messaggero», cioè di un «individuo di sua assoluta fiducia» che portasse le sue lettere personalmente al destinatario. L’ideale, per lui, sarebbe stato «che il destinatario venisse in persona a ritirare la lettera dalle sue mani». Si vantava di sapere usare la ceralacca e di fare plichi e pacchi meglio di chiunque altro. Il 13 febbraio del 1883 si era trovato a Venezia mentre nel Palazzo Vendramin moriva Richard Wagner: considerò sempre un favore del Destino aver avuto l’onore insieme ad altri tre compagni di portarne la bara sulle spalle.

Nella Vita di Chiara leggo che intorno al 1932, trascurato da Mussolini che gli sospende i  fondi per i lavori di ristrutturazione del Vittoriale e non lo celebra nella cerimonia per Fiume (dopo avergli concesso un’incalcolabile quantità di altre cose tra cui Villa Falconieri per una lira all’anno, un idrovolante, la copertura per le cambiali che lo seppellivano, liquidazioni e indennità varie per lui e per i reduci della FILM, la Federazione italiana dei lavoratori del mare) si chiude in casa, in piena crisi economica e spirituale. Significative le annotazioni di Ugo Ojetti, già direttore del Corriere della sera e poi membro dell‘Accademia d’Italia la cui Presidenza Mussolini aveva imposto a D’Annunzio dopo la morte di Guglielmo Marconi, che fu ospite del Vittoriale nel giugno del ‘37. D’Annunzio, ritrovate le forze, andò a prenderlo alla stazione di Desenzano in automobile:

«Caro, affettuoso, mi mette una mano sulla spalla, mi tiene stretta la destra», scrive Ojetti nei Taccuini. Ne sono commosso. Ma l’aspetto è una rovina. Senza denti, con la lingua grossa tra le labbra rientratesu una palpebra un poco d’eczema. Tutto rughe, eppure sembra gonfio… anche la stessa sua lindura, talvolta esagerata e abruzzese, più vistosa che elegante, adesso ha ceduto. Ha scarpe vecchie, mal allacciate, i pantaloni e la giacca pesti». «Gabriele D’Annunzio resta chiuso nelle sue stanze (tre serrature inglesi) per due o tre giorni. A far che?… il più del tempo lo spende a ricevere ospiti, a correre il lago, a scrivere messaggi e lettere, a far pacchi di doni, a pensare il modo di far denari… Tra tante passioni, due pare siano vive in quel miracoloso uomo di 68 anni: la donna, e i vocabolari. Bruers glieli ha raccolti in una stanzetta… Dopo tre giorni di clausura resta tre o quattro ore al sole, sul Mas, a testa scoperta, o sotto la pioggia, fradicio». Voluttuosamente succube di tutte le superstizioni possibili, evitava il 13 a tavola per paura di «ospitare Giuda», e 1913 lo scriveva 1912 + 1.

Dopo essere scampato a una sospetta sifilide negli anni dell’entrata in guerra, negli ultimi anni è assediato da una legione di disturbi: affezioni dentarie, costipazioni di petto, cefalee e infiammazioni emorroidali, scabbia (una «scabbia gallica», come scrisse a Felici alludendo a un contagio venereo).

La sera del 1° marzo 1938, vestito del suo pigiama marrone, è alla scrivania del piccolo studio adiacente alla camera da letto e si sente male; chiede che gli venga fatta un’iniezione ma alle 20.05, senza un lamento, reclina il capo e muore. Luigi Rizzo, camerata di lungo corso e protagonista con D’Annunzio della Beffa di Buccari, telefonò al Duce. Piero Chiara riporta non la famosa testimonianza di Galeazzo Ciano («Non posso dire che il Duce fosse molto commosso. Trovava che la sorte di D’Annunzio fosse stata molto invidiabile. Mi ha narrato di aver appreso la notizia dal Prefetto Rizzo che si è espresso testualmente così: “Duce, ho il dolore di darle una buona notizia!”»), ma quella della telefonista che prese la telefonata e che sentì uno dei due, non si capì mai chi dei due e se in riferimento alla linea disturbata, esclamare «Finalmente!»

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