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Ansa
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Schwazer innocente e incastrato: nel 2016 non era dopato

Alex Schwazer nel 2016 non era un dopato. Non aveva assunto nulla di tutto quanto gli fu addebitato alla vigilia dei Giochi di Rio de Janeiro, togliendolo di mezzo quando era il grande favorito delle prove di marcia, una storia bellissima di caduta (nel 2012) e redenzione. Lui e il suo tecnico Sandro Donati, soli contro il mondo. Quel mondo che, ha messo nero su bianco il Gip di Bolzano, Walter Pelino, "ha operato in maniera totalmente autoreferenziale non tollerando controlli dall'esterno, fino al punto di produrre dichiarazioni false".

COSI' PANORAMA NELL'AGOSTO 2016: "ALEX SCHWAZER E' INNOCENTE (MA NON HO LE PROVE)

Alex Schwazer era innocente ed è stato incastrato. Scrive anche questo il documento che ha chiuso con il proscioglimento per non aver commesso il fatto: "E' provato che la manipolazione delle provette, che lo scrivente ritiene provata con alto grado di probabilità razionale, avrebbe potuto avvenire in qualsiasi momento". Qualsiasi momento di una storia cominciata con il controllo a sorpresa nell'abitazione di Schwazer a Racines il giorno di Capodanno nel 2016 e dipanatasi per settimane, mesi, con il lungo giro delle provette fino al laboratorio di Colonia. Il suo mondo l'ha tradito.

Chi? Wada e Iaaf secondo il giudice di Bolzano che per arrivare a scrivere la parola fine ha dovuto lottare per anni per riuscire ad avere reperti, prove o anche solo quanto stava alla base dell'annunciata positività dell'allora marciatore azzurro, scaricato da tutti quando era già a Rio de Janeiro e costretto a tornare in Italia come un reietto. Difeso da nessuno, nemmeno dallo sport italiano che si apprestava a vivere l'euforia delle Olimpiadi. Almeno non pubblicamente. Scaricato da tutti quelli del suo mondo, lui da solo con Sandro Donati (da sempre guru dell'antidoping e per questo personaggio scomodo a tanti) a proclamare la propria innocenza. A giurare di non esserci ricascato dopo la vicenda di anni prima, quella sì da colpevole con vergogna, pagata con una lunga squalifica e con il rientro alle gare.

Le 87 pagine del giudice Pelino sono un atto d'accusa durissimo verso il sistema sport mondiale. L'agenzia antidoping (Wada), la federazione mondiale di atletica leggera (Iaaf) vengono descritte come entità impegnate per anni a cercare di negare la ricerca della verità. Il laboratorio di Colonia, custode delle provette "manipolate" secondo il Gip di Bolzano, fece di tutto per non consegnarle alle autorità italiane fino al febbraio 2018. Due anni più tardi.

Non solo. "Sussistono forti evidenze del fatto che nel tentativo di impedire l'accertamento del predetto reato – si legge nelle motivazioni – siano stati commessi una serie di reati". Per i quali ora viene chiesto alla Procura di procedere: falso ideologico (fu detto che esistevano solo 6 millilitri dell'urina di Schwazer mentre in realtà ce n'erano il triplo), frode processuale (pressioni sul laboratorio di Colonia in teoria terzo e super partes). E una tabella ricreata ad arte "prodotta ad incidente probatorio concluso e contenente dati che o sono falsi o sono artatamente prospettati dai consulenti al predetto scopo di far ritenere rientranti nella normale variabilità quelli emergenti dalla perizia".

Tutto questo, Alex Schwazer e Sandro Donati lo hanno urlato al momento per quasi cinque anni. Tanti ce ne sono voluti perché un giudice potesse analizzare prove e documenti al di fuori del mondo dello sport e trarne le sue conclusioni. Restituendo dignità umana e sportiva a un marciatore e al suo tecnico che a Rio de Janeiro nel 2016 sognavano di dimostrare che si può essere i migliori anche gareggiando da puliti dopo aver pagato le proprie colpe.

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