Sangue del mio sangue, Marco Bellocchio e la libertà contro i vampiri

Ernesto Ruscio/Getty Images
Roberto Herlitzka, Lidiya Liberman, Marco Bellocchio, Alba Rohrwacher, Pier Giorgio Bellocchio e Federica Fracassi al photocall di "Sangue del mio sangue", film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, 8 settembre 2015.
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Da sinistra: Roberto Herlitzka, Lidiya Liberman, Marco Bellocchio, Alba Rohrwacher, Pier Giorgio Bellocchio e Federica Fracassi al photocall di "Sangue del mio sangue", film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, 8 settembre 2015.
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Il cast di "Sangue del mio sangue", film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, 8 settembre 2015.

Marco Bellocchio porta a Venezia in concorso un film spiazzante e inatteso, che accoglie applausi alla prima proiezione per la stampa, pur aprendo a mugugni e critiche nelle chiacchiere tra colleghi. Sangue del mio sangue nasce dalla somma di varie ispirazioni: all'origine c'è la scoperta da parte del regista delle antiche prigioni abbandonate della sua Bobbio, un tempo parte del convento di San Colombano; a questa rivelazione si uniscono suggestioni letterarie, famigliari e personali che descrivono il soffocamento della bellezza, nel tempo. Ma neanche un muro di mattoni o un tacito vampirismo contemporaneo possono bloccare la forza pura della bellezza.

Nella Bobbio del '600 va in scena una nuova storia alla "monaca di Monza". Benedetta (Lidiya Liberman) ha sedotto un sacerdote. Federico (Pier Giorgio Bellocchio) è un uomo d'armi giunto per salvare l'onore postumo del fratello, ma rimane anche lui affascinato dalla ragazza. Il clero riunito, con mezzi violenti e gretti, cerca di far confessare alla giovane le sue colpe, inultilmente. Lei è ferma e mai tentenna, neanche quando viene murata viva. Si salta all'improvviso nella contemporaneità. Nella Bobbio di oggi un conte (Roberto Herlitzka) è scomparso da alcuni anni rifugiandosi nelle antiche prigioni. Come un vampiro, esce solo di notte. Come un vampiro, insieme alla sua cerchia, è arroccato a un passato di malaffare che rifugge il rinnovamento e la trasparenza, rappresentante dell'ultimo baluardo del potere di stampo democristiano. Quando in città arriva un sedicente ispettore ministeriale, il popolo locale dei falsi invalidi e degli evasori entra in uno stato di preoccupata frenesia. 

"Questo film nasce all'interno dei corsi di cinema che da vent'anni faccio a Bobbio e in cui realizziamo un corto", racconta Bellocchio, autore anche della sceneggiatura. "Sei anni fa mi sono venuto a sapere dell'esistenza delle prigioni del convento e mi è venuta l'idea di girare lì un corto ispirato alla monaca di Monza. Sentivo però il desiderio di portare questa storia nel presente, sempre nel carcere. Da qui è nata la figura dell''ultimo vampiro', che richiama un vampirismo ambientale che è un po' un apologo dell'Italia di oggi". 

La prima parte in costume è percorsa da atmosfere angosciose e cupe e da uno stile narrativo enfatico e quasi da fiction. È difficile entrare in contatto coi tormenti del giovane Federico e con le pieghe nervose dello script. La seconda parte di Sangue del mio sangue sembra vivere a sé stante, poco connessa alla precedente. Ma è proprio questo secondo corpo ad arrivare più fresco e diretto allo spettatore. È qui che si vede la scena migliore, il sottile e spassoso dialogo tra Herlitzka e Toni Bertorelli nei panni di un dentista. Ma anche qui compaiono sequenze un po' sconnesse, pennellate poco organiche con il resto del quadro (vedi il momento in cui le cameriere dell'Hotel Piacentino cantano all'unisono un classico brano napoletano).

"La libertà è lo spirito di questo film. Non mi interessava stabilire connessioni rigide tra presente e passato", spiega Bellocchio. "Il dominio assoluto della Chiesa cattolica del '600 paradossalmente si conclude con il dominio democristiano. A Bobbio questa corruzione succhiava il sangue a un prospetto di rinnovamento. Benedetta è l'immagine di una bella libertà che non vuole arrendersi". 

Per Sangue del mio sangue, come titolo vuole, Bellocchio chiama a sé la sua famiglia vera e cinematografica, con cui ha da lungo tempo un sodalizio artistico e umano: oltre al figlio Pier Giorgio e agli attori già citati ci sono la figlia Elena (che interpreta la cameriera che conquista il conte), il fratello Alberto (il cardinale Federico Mai), Alba Rohrwacher e Federica Fracassi (le sorelle Perletti), Filippo Timi (il pazzo)...

"Mi piace rompere gli argini", dice ancora il regista piacentino. "Volevo andare per la mia strada. Succeda quel che succeda. Nel film non c'è un rigore all'americana dove tutto deve corrispondere. Voglio fare quello che mi piace fare, e poi a una certa età o si rimbambisce o si cerca sempre di divertirsi. Ecco cerco sempre di rispondere al mio piacere. Questo film è nato così".

Una curiosità? La sala da pranzo delle sorelle Perletti è la stessa di Pugni in tasca, un po' diversa e risistemata ma i mobili e il camino sono quelli. È la casa delle estati della famiglia Bellocchio. Sangue del suo sangue.

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