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Samsung, perché l'erede Lee Jae-yong è stato condannato a 5 anni

La sentenza è arrivata: Lee Jae-yong vicepresidente di Samsung Group, e erede alla guida del gruppo, è colpevole e passerà cinque anni in prigione. Il processo del secolo, come lo hanno definito in Corea del Sud è finito, almeno parzialmente.

L’accusa? Non una ma tante: corruzione, trasferimento illegale di fondi all'estero, occultamento delle prove, falsa testimonianza e appropriazione indebita. Tutto all’interno dell’enorme inchiesta che aveva già mandato alla sbarra Park Geun-Hye, ex presidente della Corea del Sud, rimossa dalla carica con una procedura di impeachment e in attesa della sentenza.

Cosa è successo

A gennaio di quest’anno, Lee Jae-yong, ha ricevuto un’accusa formale di corruzione (dopo gli interrogatori di dicembre).

Da sette mesi è in una cella del Seoul Detention Centre, a seguito delle indagini sui rapporti intrattenuti con l’ex presidente della Repubblica sudcoreana, Park Geun-Hye, all’interno di un’inchiesta più ampia che ha portato all'impeachment.

In un clima di scontri violenti per le strade della capitale tra i suoi sostenitori e la polizia, Park Geun-Hye è stata arrestata il 30 marzo e sostituita ad interim da Hwang Kyo-ahn.

Il ruolo di Lee Jae-yong nella vicenda non riguarda le strategie di business della compagnia della quale è vicepresidente, non direttamente almeno. Il focus è tutto su Choi Soon-sil, figura emblematica a cui si ricollega non solo Samsung ma anche LG, altro conglomerato tirato nel mezzo delle indagini.


Chi è Choi Soon-sil

Per anni il nome di Choi Soon-sil è rimasto nell’anonimato. Pur non rivestendo incarichi pubblici, come amica intima di Park Geun-Hye correggeva persino i discorsi della presidente, prima donna a ricoprire tale ruolo in Corea del Sud dal 2013 al 2017. Etichettata dai media nazionali come la sciamana, in realtà il primo contatto con la Park lo aveva avuto Choi Tae-min, padre di Choi Soon-sil, già mentore della predestinata figlia di Park Chung-hee, salito al potere con un colpo di Stato nel 1961 e rimasto in carica fino al suo assassinio nel 1979.

Insomma di padre in figlia, l’intreccio tra le due famiglie è più radicato di quanto si pensi.

Cosa c’entra Lee Jae-yong

La storia è questa: l'impeachment di cui si parla da fine 2016 gira intorno a cospicue donazioni che un paio di fondazioni private di Choi Soon-sil avrebbero ricevuto sotto spinta dell’allora presidente Park Geun-Hye. La sciamana è stata accusata di aver utilizzato il suo potere persuasivo sulla Park per ottenere circa 69 milioni di dollari in offerte da parte di multinazionali come Samsung, LG e Hyundai. Per questo è stata arrestata a novembre e condannata a tre anni, anche se attende ancora il giudizio per estorsione, abuso di potere e tentata frode.

Favori e mazzette

Tra tutte, Samsung è quella maggiormente coinvolta, con 38 milioni di dollari versati alla Choi. Il vicepresidente Lee Jae-yong è alla guida ufficiosa della società da quando il padre e presidente, Lee Kun-hee, è in coma dopo un infarto che lo ha colpito nel 2014.

Secondo quanto emerso dalle indagini, il pagamento della mazzetta non era fine a sé stesso: a seguito della ricezione dell’assegno, Choi Soon-sil e l’amica Park avrebbero dovuto convincere il National Pension Service, fondo pensionistico pubblico, dell’approvazione della fusione tra Samsung C&T e la firma tessile Cheil Industries (già controllate dal gruppo coreano), una mossa con la quale Lee si sarebbe assicurato la scalata facile e senza intoppi ai vertici dell’azienda.

Le implicazioni per Samsung

Il top manager, per ottenere il favore del governo, avrebbe dunque versato una vera e propria tangente sotto forma di donazione, facendola figurare in gran parte a beneficio di un team equestre tedesco, costituito guarda caso solo dalla figlia di Choi e dal suo allenatore. La stessa Samsung, alla fine dei conti, ha subito perdite pari a circa 26 milioni di dollari a causa delle decisioni di Lee Jae-yong.

I rischi del mercato

Samsung produce circa il 17% del PIL coreano e come LG, Hyundai e poche altre, è considerata un conglomerato famigliare (in lingua chaebol), fondato e gestito da nuclei organizzati a livello piramidale. Come da tradizione, la gerarchia asiatica è all’esatto opposto del termine elasticità.

Chi lavora per una multinazionale così si dedica anima e corpo al marchio, spesso vivendo in villaggi dedicati, guidando macchine sponsorizzate e sottoscrivendo conti bancari affiliati alla compagnia. Tutto questo per dire che se dovesse cadere una come Samsung, sarebbe un grosso guaio e non solo in madrepatria.

Effetto domino

Proprio a causa della particolare costruzione a catena, venuta a mancare la testa cardine, tutta la base si riscopre più debole. Difficile pensare a una débâcle totale del gigante che ha le mani in tanti settori produttivi, ma qualcosa lì in cima dovrà cambiare, non senza ripercussioni.

Per dirla tutta: Samsung non smetterà di produrre smartphone (l’ultimo è il Galaxy Note8), televisori o lavatrici ma una riorganizzazione interna rimetterà in discussione le posizioni finora consolidate. Non è nemmeno da escludersi un possibile taglio di personale per rientrare delle perdite dovute alla sottrazione economica da parte di Lee Jae-yong ma è decisamente troppo presto per prevedere azioni del genere.

Per saperne di più

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