Perché Pulp Fiction ha cambiato la storia del cinema

Pulp, molto pulp, pure troppo. Lo ripeteva Thomas Prostata, caricatura dello scrittore pulp a Mai dire gol. C’è un prima e un dopo Pulp fiction, di cui non si contano gli eredi legittimi e illegittimi.

Soprattutto nel cinema: da Oliver Stone, che dopo aver girato Natural born killers vorrebbe ripetersi con Le belve, a Rob Zombie, con La casa dei mille corpi e il sequel, capolavoro, La casa del diavolo, passando per Slevin, E morì con un felafel in mano, Santa Maradona, Cogan, con un James Gandolfini splendidamente marginale, come in Una vita al massimo, senza contare quasi tutti i film di Guy Ritchie e Robert Rodriguez.

Anche la letteratura non è da meno: da Chuck Palahniuk, che nel 1996 pubblica il suo primo libro, Fight Club, al Murakami di Tokyo Soup, passando per l’Italia, con la stagione aperta dall’antologia Gioventù cannibale che diede vita a scrittori pulp come Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, Matteo Galiazzo e molti altri.

Tarantino dona un’accezione postmoderna al termine pulp, un tempo genere di nicchia, oggi sinonimo di narrazioni contraddistinte da un realismo mixato alla cultura pop, in cui la realtà non pretende mai di essere reale e tutto funziona come nei film. Non è difficile sostenere che gli echi di Pulp fiction siano ovunque: nei Simpson, nella street art di Banksy, nei fumetti di Garth Ennis e in un’infinità di parodie e omaggi. Dall’arte che imita l’arte alla vita che imita l’arte che imita l’arte, come nelle strade di Gomorra, dove i malavitosi impugnano le pistole storte, sbagliando mira più facilmente, per imitare i loro idoli, neanche fossimo in un film di Aldo Giovanni e Giacomo, altro omaggio italiano: Così è la vita.

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