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Economia

Perché la Ue vuole tassare le multinazionali

La lotta all'evasione e all'elusione fiscale è uno dei fronti su cui è impegnata la Ue. I risultati però fino ad ora sono stati piuttosto deludenti. Il motivo? L'ambivalenza dei singoli Stati membri. Da una parte spingono per una stretta: devono recuperare soldi scappati altrove che potevano servire a finanziare ospedali, servizi e infrastrutture. Dall’altra inventano trucchi per rendersi "fiscalmente attraenti", soprattutto alle grandi imprese e ai Paperoni.

Il caso degli accordi, ritenuti illegali, tra l'Irlanda e la Apple sta tenendo banco da settimane: deve pagare una multa da 13 miliardi di euro per elusione fiscale. Non è il solo: a gennaio è finito nel mirino dell'Antitrust il sistema di incentivi applicato in Belgio a 35 società che avrebbero permesso di evadere una cifra intorno ai 700 milioni di euro.

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L'evasione delle imprese
Oxfam, in un recente rapporto, ha analizzato 200 imprese, tra cui le più grandi del mondo e i partner strategici del Forum Economico Mondiale: 9 su 10 sono presenti in almeno uno dei paradisi fiscali. Secondo il rapporto l'industria dell'elusione fiscale ha prosperato negli ultimi decenni, mentre gli investimenti delle multinazionali nei paradisi fiscali sono quadruplicati.

"Sono proprio le persone e le compagnie più ricche, cioè quelle che dovrebbero fornire il maggiore gettito fiscale, a potersi permettere il ricorso a questi servizi e a questa architettura globale per evitare di pagare quanto dovuto" si legge nel rapporto che indica una conseguenza indiretta di questa "corsa al ribasso": un sistema che induce anche i governi dei Paesi fuori dalla rete dei paradisi fiscali a ridurre le tasse sui redditi d'impresa e sui redditi degli individui più ricchi.

Ma il caso più clamoroso è quello di Luxleaks: l’inchiesta pubblicata nel novembre del 2014 ha rivelato il nome di 340 multinazionali che hanno sfruttato scappatoie legali nei paradisi fiscali europei (Lussemburgo) per pagare meno tasse.

Tra queste, molte multinazionali americane, come Amazon, Procter & Gamble, Pepsi, Coca Cola o Apple, ma anche colossi europei: Axa, Deutsche Bank, Vodafone, Ikea e i russi di Gazprom. Nell’inchiesta sono comparsi i nomi di 31 aziende italiane, tra cui Finmeccanica, Intesa Sanpaolo e UniCredit.

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L'ambivalenza degli Stati membri
L’ex sindaco di Bologna ed ex segretario della Cgil Sergio Cofferati (dal 2009 europarlamentare eletto col Pd) ha più volte denunciato nei suoi interventi che il problema non è solo nelle pratiche delle multinazionali, ma anche nella complicità di alcuni Stati europei: pur essendosi comportati in maniera scorretta, ricevono un premio, ottenendo indietro i benefici illeciti concessi alle imprese multate da Bruxelles (come il caso Apple con l'Irlanda).

Cofferati e altri europarlamentari hanno accusato la Commissione di immobilismo, ma ora l'atteggiamento sembra essere cambiato. Prendiamo l'ultima dichiarazione del presidente dell'Eurogruppo e ministro delle finanze olandese, Jeroen Dijsselbloem. "Il mio messaggio alle multinazionali è: state combattendo la battaglia sbagliata". O quella di del suo collega Pierre Moscovici, commissario agli affari economici: "Gli anni dell'evasione sono finiti e non si possono aggirare le regole degli aiuti di Stato".

Per Moscovici non c’è momento migliore per rilanciar la proposta che punta a creare una base imponibile unica in tutta l'Unione, anche perché "la frustrazione dei cittadini cresce". Moscovici era tornato alla carica lo scorso gennaio ricordando che "ogni anno si perdono tra 50 e 70 miliardi di euro per l'evasione". Il principio che sta alla base della nuova proposta è semplice: le tasse vanno pagate dove si realizzano i profitti. Ma il problema restano i singoli Stati membri: la loro volontà di colpire l'evasione ed elusione non è sempre chiara.

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