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L'anno di Napoli

Ricordava il grande storico francese Fernand Braudel che parlare del Mediterraneo non significasse soltanto argomentare del mare, quanto dare conto dell’idea geopolitica della “complessità” che accomunava tutte le città che su questo specchio d’acqua si affacciavano. E tra queste Napoli, in particolare, che del Mediterraneo e di una larga fetta dell’Europa meridionale è stata capitale indiscussa.

Napoli, dunque, città che di quella complessità ha fatto la sua storia e la sua stessa ragion d’essere, oggi vive una nuova età dell’oro, perché non occorre essere storici sopraffini, geopolitici di razza o intellettuali en vogue per rendersi conto della montante risalita degli indicatori economici, culturali e sociali. La citta all’ombra del Vesuvio respira un’attesa primavera alla quale hanno contribuito, inutile negarlo, anche sfumature che, a rigor di scienza, forse non rientrerebbero ancora tra i parametri valutabili: dalle gesta della sua squadra di calcio sino ad una certa rappresentazione televisiva e cinematografica capace di immergersi sin nelle pieghe più profonde della città, come nei vicoli cinquecenteschi croce e delizia della sua storia millenaria.

Certo, sullo sfondo i problemi restano: dalla mai debellata criminalità (dalla micro alla camorra) alla forte dispersione scolastica, dalla cementificazione selvaggia di uno degli angoli più belli di un paesaggio che affascinò la generazione del Grand Tour, sino alla gestione di realtà antropiche cresciute a dismisura. Mai, intanto, Napoli sogna a occhi aperti. E per capire il perché di questa sua primavera, Panorama.it ha dialogato con lo scrittore Maurizio De Giovanni che a Napoli ambienta le pagine più intime e forti della sua letteratura contemporanea.

Partiamo dal calcio. Ai quarti di Champions League sarà Milan-Napoli…

«Sinceramente avrei preferito evitare, vuoi per far arrivare le nostre squadre il più avanti possibile, vuoi perché tecnicamente si conoscono sin troppo bene: si tratterà di due partite dall’alto livello agonistico, e credo che a spuntarla sarà chi riuscirà a rimanere concentrato per almeno 180 minuti. Il Napoli, in campionato, sopravanza il Milan di un abisso in termini di punti, è vero, ma il calo di concentrazione è tipico delle partire singole, quando occorre giocarsi la qualificazione in due sole gare. Il Napoli dovrà giocare dimenticando di essere la squadra che sta dominando il campionato».

E poi pronti a festeggiare il terzo tricolore!

«Eh, sino a quando la matematica non ci incoronerà campioni d’Italia, assolutamente no! Siano napoletani e la scaramanzia fa parte del nostro Dna. Per il momento ci godiamo il viaggio che ci porterà a questo traguardo».

Napoli, allora. Molti indicatori affidano alla sua città ruoli da prima della classe: calcio, turismo, cultura, cinema e televisione.

«Stiamo raccogliendo frutti da qualche anno a questa parte che raccontano questa bella favola che stiamo vivendo. Ma non possiamo dimenticare che la città possiede una doppia peculiarità storica: da sempre “raccontata” e da sempre pronta “a raccontarsi” a sua volta, a esporsi sul proscenio della storia, che da queste parti ha, evidentemente, lasciato tracce piuttosto significative».

Entriamo nelle pieghe della società partenopea.

«E’ una citta “stretta”, in cui le classi sociali sono molto in contatto tra loro e in cui gli stessi quartieri possiedono più identità dovute alla mescolanza sociale che vi vive. E da questo singolare territorio sociale prende forza una capacità narrativa mai cristallizzata definitivamente, capace di rigenerarsi continuamente».

Napoli genera capacità narrativa, sembra di capire …

«Napoli è da sempre la musa ispiratrice dei suoi scrittori. Soltanto per partire dalla fine dell’Ottocento accenno a generazioni di scrittori quali Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Rossi, i De Filippo, e poi nel Novecento a Luigi Compagnone, Michele Prisco, Domenico ed Ermanno Rea, Raffaele La Capria e Luciano De Crescenzo. Con questi monumenti della letteratura è difficile perfino azzardare paragoni con i giorni nostri: quello che noto con favore è la mutata consapevolezza dei napoletani, che forse si stanno rendendo conto di vivere in una capitale europea che nel 2025 taglierà il traguardo dei 2500 anni».

E’ mancata la continuità storica, forse…

«Ogni tanto Napoli si ricorda di esistere e questo periodo è uno di quelli in cui si è ricordata di esistere».

De Giovanni, ci racconti Napoli!

«Più che raccontarla, vorrei auspicare per la mia città una svolta, che fosse cioè capace di risolvere alcune delle sue ombre ataviche. Come non provare rabbia per la dispersione scolastica, che porta ancor oggi 3 ragazzi su 10 a non frequentare le lezioni obbligatorie, con la conseguenza di alimentare il lavoro nero nella migliore delle ipotesi, la delinquenza minorile nell’ipotesi più grave e la camorra nell’ipotesi peggiore. Occorre sia attenzione istituzionale, ma anche consapevolezza risolutiva dei corpi intermedi che da sempre rappresentano una sorta di ammortizzatori sociali per il nostro popolo».

Affrontando le questioni sociali migliorerebbero anche le condizioni di vita…

«Le periferie -grande dramma di Napoli!- ne gioverebbero in termini di vivibilità. Uniformemente degradate, dimenticate e abbandonate da chi sempre istituzionalmente dovrebbe dedicarsi a questa fetta del territorio cittadino. La Napoli che vorrei dovrebbe acquistare uniformità: non solo tra centro e periferie ma anche tra le periferie stesse. Il degrado umano non è più concepibile».

Quando lei parla della sua città le brillano gli occhi e le trema la voce: impressione o verità?

«Vero, vero, vero! Io sono innamorato pazzo di Napoli, cosa che non mi impedisce di vederne e denunciarne i difetti, i problemi, le ataviche malattie. E chiaramente, come tutti i grandi amori, un atteggiamento come il mio mi fa sognare di poter contribuire alla soluzione delle sofferenze della mia terra».

Non ha mai negato di aver eletto Napoli a fonte di ispirazione per romanzi e fiction di successo.

«Dirò di più: credo che mai avrei scritto nulla se non fossi stato napoletano! L’essere napoletano è connaturato alla voglia di raccontare la mia città, i suoi spazi, le sfumature, gli sguardi della gente, i mille vicoli. Scrivo perché sono napoletano ed è per questo che non ho mai preso in considerazione di abbandonarla anche solo come residenza anagrafica».

Neanche venti anni fa Maurizio De Giovanni era un bancario!

«Nel 2005, dopo un concorso riservato a giallisti emergenti indetto da Porsche Italia presso il Gran Caffè Gambrinus (al quale ero stato iscritto praticamente a mia insaputa) creai un racconto ambientato nella Napoli degli anni Trenta intitolato I vivi e i morti, con protagonista un commissario di Polizia, base di un romanzo edito da Graus Editore nel 2006, Le lacrime del pagliaccio, poi riedito l’anno successivo con il titolo Il senso del dolore: ha così inizio la serie di inchieste del Commissario Luigi Alfredo Ricciardi».

Proviamo a metterla in difficoltà: come vota Maurizio De Giovanni?

«Come molti in Italia, ho difficoltà a trovare una rappresentanza politica. Credo nel voto come dovere civico e, per questo, lo esercito sempre con grande senso di responsabilità. Ormai non voto più un’area politica o un partito, quanto piuttosto le persone con le quali mi è più facile riuscire ad intrattenere un rapporto diretto e personale: e tra queste importante è stato il mio incontro con Roberto Speranza già dai tempi in cui, fuoriuscito dal Partito democratico, era diventato leader di Articolo 1».

Insomma De Giovanni è di sinistra…

«Mi accomuna a Speranza l’attenzione per le grandi problematiche sociali, quelle che riguardano gli ultimi, insomma. Nonostante, proprio nei gironi scorsi abbia scelto di rientrare nel Pd, partito nel quale ancora non riesco a riconoscermi. Dovrà essere la neosegretaria Elly Schlein a catturare la mia curiosità: non la conosco e spero di incontrala al più presto».

Grazie a “Mina Settembre”, “Il commissario Ricciardi”, “I bastardi di Pizzofalcone” e “Resta con me” lei ha trasformato Napoli in un perenne set televisivo.

«Sono orgoglioso di aver letteralmente proiettato sul proscenio nazionale luoghi simboli come Il Teatro San Carlo, il Teatro Sannazaro, il Museo nazionale di Capodimonte, Villa Pignatelli, la Reggia di Portici, la Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, il Palazzo Reale, Piazza del Plebiscito e il Caffè Gambrinus (oltre a Nocera Inferiore, Capua e Taranto). In questo gli intellettuali possono molto per le proprie origini».

Dal romanzo al set il passo è stato breve

«Racconto storie che continuano ad attrarre, pur essendo profondamente diverse: “Mina” ha i colori della commedia, “I Bastardi” rappresentano il senso della paura quotidiana, e “Ricciardi” trasuda emotività, evocando un passato che cerca di stringere a due mani. Hanno poi detto che “Resta con me” sia una sorta di Marvel in salsa napoletana…».

Maurizio de Giovanni e Napoli, allora…

«Napoli non è mai lo sfondo dei miei libri: è la protagonista principale. Mi confronto quotidianamente con un universo da ammirare da tutte le angolazioni. Napoli è unica, dalla carta di un romanzo alle immagini televisive».

Maurizio De Giovanni, napoletano verace, classe 1958, quest’anno raggiungerà la maggiore età come scrittore. Nel 2005, infatti, dopo un concorso riservato a giallisti emergenti indetto da Porsche Italia, crea un racconto ambientato nella Napoli degli anni trenta intitolato I vivi e i morti, con protagonista un commissario di Polizia. Il racconto è la base del romanzo Le lacrime del pagliaccio, poi riedito con il titolo Il senso del dolore. Inizia la serie di inchieste del Commissario Ricciardi. Da allora il successo lo ha seguito con i suoi personaggi, trasposti sul piccolo schermo, dal “commissario Ricciardi”, appunto, a “Mina Settembre”, da “I bastardi di Pizzofalcone” a “Resta con me” . Vincitore del Premio Scerbanenco nel 2012, nel 2021 l’Università Federico II di Napoli gli ha conferito la Laurea honoris causa in Filologia moderna e, nello stesso anno ha vinto il Nastro d’argento per la scrittura. Ad aprile uscirà il nuovo capitolo della saga “Sara” dedicata all’agente segreto Sara Morozzi.

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