Mosca blocca l'export dei rottami. Torlizzi: «Mosca ha l'appoggio della Cina. Occidente in difficoltà»

Nel gioco delle sanzioni incrociate Mosca procede sulla strada della protezione della propria industria: da oggi la Russia, come ha fatto sapere il ministro dell’Industria Viktor Yevtukhov, ha vietato le esportazioni di rottami ferrosi, utili per l'industria siderurgica, ai Paesi ritenuti "ostili" a seguito della guerra in Ucraina. Inoltre, Mosca ha anche deciso l'azzeramento dei dazi sul rame opaco e sulle scorie titanifere per assicurare le materie prime necessarie alla sua industria siderurgica: diverse aziende del settore, secondo la Tass, sono state dichiarate "strategiche" e potranno quindi contare su canali di finanziamento privilegiati.

Una decisione “che di per sé non avrà un grande impatto sul mercato, perché già dall’inizio della guerra l’interscambio di rottami ferrosi dalla Russia verso l’Europa si era sostanzialmente interrotto”, spiega a Panorama.it Gianclaudio Torlizzi, fondatore di TCommodity. “Il mercato ha già scontato lo stop delle esportazioni di rottame, anche perché Mosca aveva già annunciato a inizio anno l’introduzione di dazi sull’export, rendendo così il rottame russo poco conveniente per gli acquirenti europei”.

Il problema, quindi, “non è tanto l’impatto immediato della mossa, quanto il fatto che questa decisione conferma l’approccio della Russia e degli altri Paesi del cosiddetto blocco dell’Est, di cui Mosca e Pechino sono i soci di maggioranza”. Su quest’ultimo tema, sottolinea Torlizzi, “ci si interroga da tempo su quale sarà il ruolo l’India, che pur avendo di recente aderito al Quad, l’alleanza quadripartita intergovernativa che comprende anche Usa, Australia e Giappone, nell’ultimo mese ha approfondito i rapporti con Mosca, da cui è dipendente per quanto riguarda armi e petrolio. L’India è infatti una grande acquirente di petrolio russo, e sta sfruttando le sanzioni per comprarlo a sconto di circa 30 dollari al barile”.

Quello a cui stiamo assistendo è un processo di “decoupling, di separazione tra due blocchi: le democrazie liberali dell’Occidente contro i regimi autocratici d’Oriente. E il blocco orientale farà sempre più affidamento sul controllo della materia prima e della logistica per avere un vantaggio competitivo rispetto all’Occidente”, ragiona Torlizzi. La Cina si sta preparando da tempo a questo processo, accumulando grandi quantità di materie prime. Pechino detiene oggi l’82% delle scorte mondiali di rame, il 69% di quelle di mais, il 49% di quelle di frumento, il 45% di quelle di fagioli di soia e il 26% di quelle di petrolio. “Nella nuova architettura mondiale che si sta configurando il blocco dell’Est sceglie di proteggere le proprie materie prime, detenendole all’interno dei confini: sia per contenere l’inflazione sia perché nella nuova architettura monetaria le materie prime sono viste come garanzia. Va in questa direzione la decisione della Banca centrale russa che ha ancorato il rublo all’oro, inaugurando un nuovo gold standard che ha spinto la divisa russa ai valori di prima della guerra”.

In questo modo i Paesi del blocco dell’Est puntano non solo a tutelare le loro economie, ma anche a esercitare pressioni sull’Occidente. “Sono due le armi che Mosca userà nella sua strategia di disarticolazione dell’Europa: immigrazione e inflazione”, spiega Torlizzi. Per quanto riguarda il primo aspetto, “Mosca sta distruggendo le infrastrutture in Ucraina e costringendo la popolazione del Paese a muoversi verso ovest; inoltre la guerra sta acuendo la crisi alimentare nel Nordafrica, fatto che porterà a un aumento dell’immigrazione da sud”, sottolinea il fondatore di TCommodity. “L’altra arma è l’inflazione: nel momento in cui Paesi come la Russia e la Cina, che hanno un ruolo importante nel mercato delle materie prime, decidono di bloccare l’export - Pechino ha in programma nei prossimi mesi uno stop sull’acciaio – ottengono il duplice effetto di mantenere l’inflazione a livelli contenuti entro i loro confini e di accrescerla in Occidente. In questa nuova guerra fredda le commodity sono un’arma: un fenomeno già emerso con la pandemia e aggravatosi con la guerra”.

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